Tre volti (di Jafar Panahi, 2018)

Spoiler presenti.

L'omaggio finale al suo maestro Kiarostami (Sotto gli ulivi) con camera fissa e due figure che, in lontananza, si ricongiungono. Panahi si immedesima con la camera dall'abitacolo, in basso a destra si scorge il parabrezza rotto (il ragazzo è riuscito nella sua impresa), il segnale di clacson di maggior emergenza apparteneva alla carovana di auto che trasportano mucche. Ognuno ha le sue priorità. Sta di fatto che quella strada resterà a senso unico, perché la regola mette d'accordo tutto il villaggio e non importa se una "testa vuota", specie se donna, ha un'idea migliore. Dietro "l'esigenza di darsi delle regole" e la metafora della strada a senso unico, Panahi affonda lo sguardo sulle regole inamovibili e coercitive di un sistema che disciplina le persone e, viceversa, delle persone che disciplinano un sistema di riferimento, creando parole come "onore" e "dovere". Solito dispiegamento di forze: gli occhi delle donne e di chi si affaccia al mondo degli adulti e gli strumenti che questo mondo adulto mette a disposizione per urlare al mondo (la ragazza oggetto dell'indagine e la sua goffa messinscena), la camera che si appiccica talmente tanto da diventare il personaggio, l'attore che interpreta se stesso (Behnaz Jafari) e il regista che si moltiplica ulteriormente: mezzi, meccanismi per continuare a chiedersi quale sia il ruolo del cinema nelle restrizioni, col parallelo inquietante e sempre presente su come sia cambiato il cinema a cavallo della rivoluzione islamica del 1979. Chi meglio di lui (Panahi) può raccontare il rischio per chiunque di finire come la sua rappresentazione su celluloide, la vecchia attrice esiliata: eppure ancor libera di dipingere, di creare.

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