Sabbat - Karisma (1999)

Pionieri assieme ai Sigh della scena black metal nipponica, i Sabbat hanno saputo unire influenze thrash/black metal europee (Venom e Bathory in primis) a un crescente utilizzo di melodie heavy metal plasmando tutto con la propria cultura di origine. Ne deriva una discografia molto ampia e non priva di trashate, più che di thrash, specie negli anni ottanta e duemila. 
Nel mezzo, un decennio florido e di progressiva crescita tecnica e sonora, specie grazie alla maturità compositiva del proprio chitarrista. Un decennio contraddistinto inizialmente da qualche buon disco, seppur ancora derivativo e a tratti incerto (Fetishism del 1994 è il migliore della prima era della band) e due autentici capolavori: The dwelling del 1996 - disco ispiratissimo e irripetibile - e il qui presente Karisma che potrebbe essere sintetizzato come un Powerslave suonato dagli Iron Maiden se fossero stati giapponesi. I brani lunghi e complessi annoverano quasi sempre una cavalcata accattivante, in cui Gezol e Temis, rispettivamente bassista e chitarrista, dialogano a meraviglia e offrono momenti di ottima musica melodica e anche tecnica. Tra spunti epici, assoli meravigliosi, accelerazioni di black metal sulfureo, una buona produzione e un cantato versatile e particolare, questo disco mi lascia sempre di stucco per originalità e caparbia e lo propongo come ascolto alternativo rispetto ai soliti heavy e black metal, perché pur fondendo l'uno e l'altro si distingue sia dall'uno che dall'altro!
Il contorno è affidato ad un'immagine da sempre un po' pacchiana, tra candele, vestiti bizzarri e titoli che lasciano più di un sorriso (Samurai Zombies??). Da non prendere troppo sul serio, ma la musica è uno spettacolo.

Pill 231

La città odora di città, è meglio dell'aperta campagna, dalla quale si è fuggiti. La città odora di avventura, di jazz, di bar e gas di scarico. Hans fa volteggiare in alto la borsa e di sera farà volteggiare Sophie. Il thermos rischia di rompersi, la vita è bella, tra poco - tanto per cambiare - sua madre gliela rovinerà di nuovo parlando di politica e riversando tutta la sua amarezza sul mucchio di buste fruscianti. Forse il mese prossimo otterrà un lavoro più remunerativo, in un ufficio, vogliono offrirle un posto fisso come aiuto contabile.
Ed eccola la madre, intenta a martellare i tasti della macchina per scrivere e a maledire i piccolo-borghesi, che più di tutti hanno acclamato Hitler e dai quali suo figlio dovrebbe stare alla larga. Questa gente priva di coscienza politica ha realizzato sulle spalle delle minoranze i propri meschini profitti egoistici. 
Hans getta tutto a casaccio sulla panca della cucina e fa volare in aria le scarpe. Dalla cornice dove è stato relegato per gli anni a venire (almeno fino a quando ci sarà qualcuno che pensa ancora a lui), escluso dalla lotta di classe, la foto del padre morto osserva, con un ottimismo del tutto inopportuno e una altrettanto inopportuna fiducia, la forza dei lavoratori che faranno la storia. Ben gli sta, a quel morboso altruista ridotto in cenere, grazie anche al contributo del fuoco non se ne conosce nemmeno la tomba. E, se è vero quello che si dice, milioni caddero con lui e sparirono dalla faccia della terra senza lasciare traccia, e altri ne verranno, che a loro volta spariranno, perché la loro esistenza non ha alcuna importanza. Nessuno li registra, nessuno li conta. Hans non sparirà, ma svilupperà al massimo le sue potenzialità in una scuola serale. Spesso, nel suo tempo libero prenderà in mano una racchetta da tennis. Quando si svolge un'attività fisica, si sente più che mai quanto si è vivi, cosa che lo sconosciuto papà non può più sentire perché, appunto, non c'è più. Forse suo padre lo avrebbe mandato direttamente al liceo, senza dovervi arrivare attraverso un percorso così tortuoso. In futuro Hans diventerà un grande manager nell'impero finanziario del padre di Sophie perché sposerà la figlia. Gli elogi elargiti in anticipo li ricambierà pienamente, e il padre non si pentirà di averlo scelto come genero. Dovrà lavorare sodo, ma alla fine sarà accettato. Il loro iniziale scetticismo sarà perdonato, al più tardi, dopo la nascita del primo figlio.
Non se ne parla proprio di gelare sotto terra insieme a milioni di sterminati, meglio riscaldarsi al fuoco dell'entusiasmo per lo sport e il be-bop.
Hans butta a terra i suoi abiti alla rinfusa e dice alla madre, che sta parlando della guerra e del finanziamento delle SS da parte di una società americana di Wall Street, che è dall'America che vengono i blue jeans e tutta la musica d'avanguardia, e che lui farà carriera secondo il modello manageriale americano. Tuttavia non rinnegherà i sentimenti, né diventerà un arrivista privo di scrupoli. 
Sul fornello sta bollendo qualcosa che emana un odore terribile ed è di sicuro molto economico. Inorridita, la macchina per scrivere fa una pausa e poi s'interrompe definitivamente.
Hans dice alla madre che l'uomo deve raggiungere la propria liberazione, si deve ribellare, solo allora potrà avere inizio una vita senza costrizioni, come dice sempre Rainer. Quando ha ragione, ha ragione. Più tardi, quando s'invecchia, iniziano gli obblighi della vita professionale, dalla quale si possono dirigere con una certa discrezione le masse. Gli uomini non sono uguali, sono diversi per colore, forma e dimensione.
La madre risponde che questo concetto di libertà è alquanto confuso, nessuno è sospeso nel vuoto, siamo condizionati dalla società. Versa in un piatto una brodaglia indefinibile, che assomiglia sospettosamente al semolino, e accusa di tradimento diversi membri della SPO. Soprattutto la figura tristemente famosa del ministro dell'interno socialista, Helmer, che negli anni cinquanta fece arrestare alcuni membri dei consigli di fabbrica e che risultava invischiato in affari poco puliti. Il passato di questa oscura esistenza è oscurato da una fitta nebbia che nemmeno la polizia di stato è riuscita a dissipare. Ma anche i funzionari socialisti Waldbrunner (ministro dell'energia elettrica e delatore), Tschadek (ministro della giustizia e accusatore degli operai) e molti altri importanti sindacalisti che non fanno che gettare merda sul partito e la sua tradizione vengono violentemente insultati dalla madre, senza alcun riguardo della persona, del rango e del ruolo. Per non parlare poi di Olah, l'agente segreto.
Hans dice di essere al di sopra del vuoto del piccolo-borghese, nel quale si finisce facilmente per soffocare.
La madre taglia a fette il pane, naturalmente non fette delicate e fini, ma spesse come mattoni, e fa riflettere il figlio, che per qualche strano motivo è riuscito male, sul fatto che è proprio parlando in questo modo che si rende borghese. Nel momento in cui pretendi di collocarti al di sopra di un sistema di valori, non fai che riconoscerlo. Ti rende cieco di fronte alla miseria. Parlare dell' "uomo" nel modo in cui fai tu è già un crimine, perché l'uomo universale non esiste, non è mai esistito e non esisterà mai, esiste l'operaio ed esistono lo sfruttatore dell'operaio e i suoi complici.
Hans dice che secondo Rainer l'idea di essere una parte del tutto non può che fare orrore, perché si rimane sempre individui unici e completamente soli, ma allo stesso tempo inconfondibili, ed è proprio questo che ci rende forti.
La madre caccia un urlo fortissimo, non perché si sia tagliata, ma perché suo figlio è su una cattiva strada. Torna indietro! Stai calpestando la necessità della tua classe, Hans. L'universale non esiste. Anziché volere la sua unità e quindi la sua forza, tu la vuoi scomporre in singole molecole, ognuna di esse isolata dall'altra. La madre ha assunto l'aspetto di un calabrone, tra poco si sbrodolerà con il semolino e indicherà per la cinquantamillesima volta il padre ammazzato, che - lui sì - ha saputo fare di meglio. Si vede cosa ci ha guadagnato. E prima ha dovuto subire sofferenze indicibili, cosa che non fa per Hans, visto che lui vuole essere indicibilmente felice con Sophie.
La madre dice che non è stata lei ad avergli insegnato un egoismo simile. E nemmeno il padre glielo avrebbe insegnato. E già il dito della madre disegna, come sua abitudine, i tratti del viso amato ma quasi dimenticato. Hans dice (e il papà può tranquillamente sentire) che grazie all'amore, e nel caso specifico all'amore per Sophie, lui abbatterà più facilmente che con la lotta tutte le barriere, non importa quali, non importa chi sia il nemico, perché il suo amore non conosce barriere.
La madre dice che le piacerebbe sapere perché l'amore è in grado di oltrepassare queste famose barriere verso l'alto e mai verso il basso. Vuoi anche un Fru Fru come dessert? ce n'è ancora uno e se ne sta tutto solo alla finestra, per mantenersi fresco. No, Hans non vuole questi stupidi vasetti di yogurt alla frutta che mangiava quando era bambino, Hans vuole far girare tra le mani un whisky o un cognac. Sente già letteralmente tintinnare i cubetti di ghiaccio e vede già letteralmente la mano bianca di una donna che non appartiene a un fantasma, bensì molto concretamente alla sua Sophie. Visione concreta, ma altrettanto irreale del concetto di classe operaia. Irreale come lo sfruttamento, dal quale ci si può sempre liberare, basta solo volerlo. Dipende sempre dal singolo individuo.
La madre ha nostalgia delle parole, dei gesti e delle azioni del defunto marito, che alle volte vorrebbe avere ancora vicino a sé nel letto, e che sempre vorrebbe avere accanto, l'aiuterebbe a orientarsi nell'educazione dell'unico figlio. E' tutto così difficile oggi, Hansi (così si chiamava). Le tue povere ossa maltrattate non sanno che ci sono altre croci da portare oltre a quelle fisiche. Di sicuro è stata dura morire. Povero. Penso così spesso alle nostre gite in bicicletta, e a tutto quanto abbiamo vissuto insieme. La tua ultima risata. Le notti nei fienili con il freddo che ci penetrava nelle ossa, ma stretti l'uno all'altro. Il latte e il burro che compravamo dal contadino, le volte che ci lavavamo nel trogolo della fontana. Le discussioni nel retrobottega delle locande annebbiate dal fumo. E a tutti quelli che avrebbero portato avanti la tradizione, ma nostro figlio non porta avanti nulla, e dove sono finiti gli altri? Nel nostro vecchio buon partito non ci sono più. E poi lo choc deve essere stato terribile. Quando la vita venne allontanata violentemente dal tuo corpo, che non era ancora pronto. O forse sì, visti i dolori atroci che erano preceduti, e che si sopportano meglio da morti che da vivi.
Dormi bene, Hansi.
E l'altro Hansi, che è già un Hans sebbene ancora non sappia che cosa avrebbe dovuto imparare il piccolo Hans, prende per la seconda volta dal loro letto un mucchio di buste già indirizzate e le getta nella piccola stufa della cucina, alle spalle della madre, dove il suddetto mucchio prende immediatamente fuoco.
Più tardi la madre cercherà a lungo le buste sparite, incapace ancora una volta d'immaginare dove siano finite.

(Elfriede Jelinek - Gli esclusi, pagg. 266-271. La nave di Teseo editore)

Tutti lo sanno (di Asghar Farhadi, 2018)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

About Paco. Trasmigrazione di Elly nel corpo di "un figlio di domestici" che si sveste di ciò che possiede e che gli rende (senza dimenticare i braccianti che ci lavorano, o forse sì?) per esercitare il suo diritto sulla vita di un altro essere umano. Diritto che deriva non da un riconoscimento sociale, che peraltro non ottiene e non otterrà mai, quanto dalla verità dei fatti.
Il disperato appello di Rocìo al suo compagno ci trae in inganno: forse Irene sarebbe stata ugualmente liberata all'alba anche senza un riscatto, ma tale possibilità non segue lo stesso senso fatalista a cui si è appellato più volte Alejandro? Questa lettura impregnata di dogma secondo cui tutto accade secondo un disegno più grande e ineludibile. L'ennesima preghiera esaudita, col capo chinato e il ritorno alla mesta vita di asservimento della passività e della rivelazione. Anche Paco ha la rivelazione, ma è quella della verità dei fatti, che oltrepassa il giuramento del segreto da non menzionare mai a nessuno (che, poi, è il segreto di pulcinella). Il titolo è eloquente nel tracciare quel tutti nel calcolo di una apparente potenzialità, trasformata in dispersione della verità. Il falso mito su cui si poggia l'agire umano, al quale si lega strettamente l'attesa che tanto ci penserà qualcun altro, e se quel qualcun altro non agisce, siamo tutti nella stessa condizione e scatta il principio di assoluzione collettivo. Nel "tutti" si erigono barriere e si cosparge polvere. 
Nel suo intestardirsi nella rivendicazione del ruolo di padre naturale, Paco lotta contro tutti: una moglie che non ha capacità umana di comprensione, che fomenta la paranoia, che si sente depredata di un amore; lotta contro un pater familias (Antonio) che manovra silenziosamente le abitudini del pensiero dell'intera stirpe che ha generato, manifestamente all'opposizione nella conservazione del buon nome nel momento dell'interazione con l'opinione sociale (la sequenza della rissa nel locale), ma attenta a fare quadrato tra le mura domestiche (eccetto Laura, che d'altronde per molti aspetti costituisce una rottura con la tradizione). Lotta contro un padre giuridico (Alejandro) che non è padre naturale e che gli nega, gli rifiuta l'offerta - non una qualunque, ma l'offerta di salvare la vita a chi ha appena definito "colei che mi ha salvato la vita sedici anni fa"! - prediligendo il suo stupido orgoglio, il suo sterile fatalismo. Lotta contro un'intera famiglia che gli rinfaccia una compravendita del passato, lo ha etichettato come un proletario (attraverso la legge di Antonio) e che accompagna la sua esposizione rispetto alla vicenda con un silenzio colpevole, passivo, volto sempre a mantenere la propria posizione ancor prima che la sorte di Irene. Del resto in questo processo volontario di mettere polvere su polvere, di estorcere denaro a Paco, di punirlo come un bastardo raggiratore, rapitori e famiglia sono collusi e procedono di pari passo. Non a caso i rapitori sono una costola stessa di una famiglia maleducata ad una aridità feroce ed ottusa. 
E' l'interpretazione che diamo alla verità a modificare la realtà, e questo è un punto fermo di indagine nei film del regista. Il ruolo che Paco ha scoperto di avere viene escluso a prescindere perché è diventato padre clandestinamente. Ciò che susciterebbe clamore deve essere soffocato. Occorre mantenere la facciata di normalità. Il giudizio altrui è minaccioso come migliaia di pietre pronte ad essere scagliate al segnale di ribellione. Ma ciò fa parte solo della paranoia dei personaggi dei film di Farhadi, rispetto ad una realtà che si può modificare. Elly e Paco l'hanno fatto, in maniera differente ma con un principio comune: salvare la vita altrui. E' il diritto di essere umano ad essere privilegiato nella sua natura filosofica, scevra di ogni sovraincisione. Il diritto a rivendicare la verità: l'uomo depositario di essa fonda il proprio gesto che ritiene degno e utile. 
Elly e Paco privati della loro identità. Paco alla fine resta un figlio di domestici anziché un padre.
Costa fatica accettare la modificazione di una realtà che ridisegnerebbe il senso della vita che fino a quel momento chi cela e reprime ritiene di aver faticato per costruirsi. La frattura tra realtà sociale e socialmente intesa come giusta e realtà intima e naturale è scomposta e rimarginabile solo nel caso in cui persone come Paco o Elly venissero riconosciute. Nella grandezza, naturalezza dei loro slanci che non seguono l'eroismo della preservazione di un ruolo accettato, il trionfalismo e il sensazionalismo di un atto coraggioso o sfrontato, ma l'amore per la vita altrui.
Ma noi ci amiamo o preferiremmo che l'altro, anche caro, morisse piuttosto che far morire una idea di noi rispetto all'altro? Sembra questa la domanda cardine che muove tutto ciò che vediamo nei film di Farhadi. Il sottile limite tra umanità e disumanità, tra schiavitù del dogma e libero pensiero che scorre fresco e genuino in un mare di convenzione. 
Ancora una volta il protagonista di Beautiful City si erge come emblema del comportamento puro e svincolato, come ipotesi di vita dignitosa e libera. Paco lo ricorda molto, nel gioco di assonanze che ricorrono tra gli antieroi del cinema del regista (si veda Roohi di Fireworks wednesday con la Rana de Il cliente). Non viene eretto a icona, ma scivola via dal film in modo sommesso, come se congedato in un silenzioso tepore, come Elly. Senza enfasi, lasciando spazio alle azioni marginali e di contorno, come se dopo il trauma la collettività si predisponga per ripristinare un ordine apparente, al pari di una bottiglia di vetro spaccata i cui cocci vengono rincollati male. Così, quell'abbraccio freddissimo tra moglie e marito prima della ripartenza lascia i brividi correre sulla pelle, e i preparativi rimandano ad una consuetudine. Ritorno alla normalità. Il tempo è sospeso, in quel momento; il nucleo famigliare con toni dimessi dice in sostanza "beh grazie eh, ti restituirò i soldi - come se il punto vero fosse quello - addio". 
Il diritto di esercitare la paternità per Paco è negato a prescindere, è fuori norma socialmente accettata e considerata, e lui stesso vi si sottomette tacitamente, nell'impotenza rispetto al distacco da Irene (che torna a migliaia di chilometri di distanza). Perché come avrebbe potuto pronunciare che Irene è sua figlia e che anche lui avrebbe un diritto...? 
- "Vorrei dirti che quella volta..."
- "Ho messo una pietra sul passato". Questo è un passaggio-chiave de Il passato e dell'intera filmografia del regista. In quel momento il protagonista maschile cercava di dire che... un suo vissuto, in sostanza. Aveva solo desiderio di ascolto, e questa possibilità, questa necessità, questo bisogno impellente e riconosciuto come indispensabile gli viene negato dal luogo comune della "pietra sul passato"; è la stessa pietra che viene apposta su tutte le storie che non funzionano nei film di Farhadi, su Elly, su A'la, su Irene e Paco, speculari nel loro non riconoscimento, nel loro patimento e quella domanda "perché è venuto Paco a cercarmi?" che Irene rivolge ad Aleandro non ottiene risposta, evocando ancora polvere che annienta la sacrosanta verità che spetta a chi mette sul piatto la domanda meritevole di considerazione e di risposta. Sono vittime loro, più che Laura, una madre che esclama "con tutti i bambini che ci sono proprio la mia dovevano prendere?". La compartecipazione al suo dolore di madre è oltrepassata da quella al dolore di un'ingiustizia, dell'identità che scivola via, cancellata o persino omessa, che Paco e Irene subiscono rispetto ai loro nuovi status di padre e figlia. 

Pill 230

La parola non è più articolabile in questa specifica dimensione che è la scoperta della morte.
Dal fondo di un'esistenza primitiva e perlopiù sconosciuta accorre e prorompe solo una straziante, incontrollabile animalità.
Fonemi sostituiscono l'espressione del linguaggio inteso come conseguenza naturale di un pensiero logico sottostante.
E' un dolore che per Angelopoulos non ha rassicurazione alcuna, perché oltre quella soglia ci sono solo altra nebbia, silenzio e solitudine.