Un padre, una figlia (di Cristian Mungiu, 2016)

Chi era poi che lanciava sassi? Curioso come Matei compia lo stesso gesto al parco. E' il bambino di Kiş Uykusu? Resta a lungo nel mistero, fuori fuoco con una maschera sul viso che non intende togliersi. Un inquietante demone della cattiva coscienza dell'adulto? Il suo viso scoperto solo nella parte finale quando chiede “perché non si fa” e “cosa si deve fare?”, e Romeo impacciato gli risponde che “è complicato”, e che “te lo spiegherà tua madre, ma quando sei con me non farlo”. Poco prima un uomo ha confrontato le regole per adulti e per bambini.
Non so dire se alla fine il protagonista si renda realmente consapevole e di cosa prenda consapevolezza. 
Lei nonostante tutto ha la maturità di decidere per sé. Non serviva tutto questo paternage, ma è un aspro confronto con le disillusioni del post-Ceausescu. E' una continua altalena, come quella madre che spinge il sedile opposto a quello su cui è seduta la figlia. 
Ciò che è giusto e ciò che sarebbe giusto. Educazione, affetto e rispetto, così come rabbia e dolore sono bordi indefiniti della comprensione e del giudizio. 
Ma quant'è bella la scena in cui quest'omone si contorce dal dolore e piange a dirotto, solo e circondato dal silenzio, mentre contempla il cadavere di un cane che ha investito il giorno prima. Mi ha ricordato Un cuore in inverno, il cui protagonista sembra incapace di amare eppure soffre ed è l'unico a responsabilizzarsi circa la malattia e la morte di Lachaume.

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