Pill 211

<< Io ho appreso che non dobbiamo necessariamente morire con la nostra morte, ma che possiamo sopravvivere; e allora la morte non è vana, non è inutile, perché la stessa amara morte allora è vita, e ciò che è vita non è mai inutile. E ho appreso che, se volevo vederla, non dovevo guardare al termine estremo, ma al centro della nostra esistenza, là dove si trova anche il nostro cuore... Sì, è così forte questo centro, che supera sia il principio che la fine, che riesce a penetrare nella zona oscura e paventata dagli uomini, ed essi non sanno scorgervi altro che la tenebra e il nulla... Ma, quando è così cresciuto, il centro manda la sua luce al di là di ogni soglia, al di là dei più lontani confini, e allora non c'è più differenza tra ciò che è passato e ciò che verrà; noi dobbiamo guardare al di là, a quelli che sono morti, e parlare con loro; ed essi vivono con noi. >>
Parlava ai due Miland? Parlava a me? Parlava al coro dei morti che riposa nel bosco in ascolto, poggiando i dorsi trasparenti ai tronchi delle betulle ed è stupefatto di accogliere un simile messaggio di vita: vita capace di giungere fino alla morte? Essa parlava per i morti e per i viventi insieme, perché per lei erano una sola cosa. La Milanda aveva di nuovo curvato il capo e sembrava che non vedesse, che non udisse più nulla; ma Miland adesso era venuto avanti; teneva una mano appoggiata alla tavola, mentre l'altra, automaticamente, stringeva Caecilie e ascoltava, pieno di tensione, come chi cerchi di orientarsi in mezzo alla nebbia.
E ancora una volta echeggiò la voce che proveniva dal bosco sacro dei morti.
<< Questo ho appreso allora; allora, quando l'uomo che amavo è stato ucciso nella foresta; e da allora vivo, al tempo stesso, nella morte e nel centro della vita, e la mia solitudine non è più una solitudine... Solo le vuote parole sono morte e ci conducono in una morte che è un nulla e una tenebra, ma, quello che accade quaggiù, nella verità, supera la morte e la converte in vita: ogni bimbo che sia concepito e nato nell'amore, ogni campo che sia coltivato, ogni fiore che sia curato è sapienza; il bimbo, come il campo, come il fiore è sapienza che non può andar perduta, ed è più grande e più forte del tempo, ed è la gioia, che non ha bisogno di vittime sacrificali, o di arene di danza sulla soglia della morte, per giungere a una rinascita, ma è presente sempre, dall'eternità all'eternità, e non va mai perduta, perché nulla di quel che è realmente avvenuto può mai andar perduto...>>

(Hermann Broch - Sortilegio, pagg. 338-339. Rusconi editore)

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