L'estate arida (di Metin Erksan, 1964)

Presenti anticipazioni sullo svolgimento della narrazione.

E' il primo film turco ad aver riscosso un premio internazionale (Orso d'oro 1964), un dramma ad impianto classico, dalla narrazione essenziale ed avvincente, capace di esprimere una critica sociale profonda ed efficace con rimandi a Shakespeare e a Buñuel (specialmente della fase messicana) per il brillante ricorso ad elementi metaforici per aggirare ogni tipo di censura.

Proprio grazie ad essi il film risulta un capolavoro moderno, in cui l'acqua è il simbolo di un bene comune, e quindi di dissidio e vendetta, ma anche elemento protettivo (Hassan nel finale vi si protegge come uno scudo) e di morte (vedi l'epilogo). Il latte, il serpente, un cane, una mucca e persino uno spaventapasseri integrano il quadro di rimandi allegorici. E' una tragedia basata sulla sete di predominio e possesso, ambientata nella provincia di Izmir, che mette a nudo una società patriarcale in cui leggi inique privilegiano pochi (Osman è l'incarnazione del potere costituito che in quanto tale ritiene di essere onnipotente) a discapito della collettività. Hassan è il classico personaggio-chiave del riscatto, che pur manifestando dissenso verso la legge autoproclamata del fratello vi si piega per rispetto al codice di sangue, per poi naturalmente ribellarsi quando proprio quel codice viene impunemente infranto. L'acqua scorre e viene arginata da una diga più e più volte. La rimozione è soggetta a vari interventi: la legge incerta, la distruzione come abbattimento delle mura del potere e del controllo, dell'egoismo e della censura, con le mani, con un'ascia. Da cima a valle, acqua come sola fonte di sostentamento in un piccolo universo contadino in cui se c'è una vera eroina ebbene è Bahar, dolce, giusta e genuina, vittima prima del matriarcato (pazzesca la sequenza quando sta scappando trainata dalla madre, che interpellata da Osman, dà ragione a quest'ultimo, evidentemente timorosa del giudizio della gente), poi dell'ingannevole esercizio del patriarcato del cognato, circondata dal pettegolezzo, sola fino al ritorno del marito che dava per spacciato. Quando riceve la notizia (falsa) della sua morte la reazione è di abbracciare disperata uno spaventapasseri, ed è la scena più emozionante.

Hassan fa ritorno con una velocità insolita (l'unico difetto del film è una parte finale frettolosa) e non può far altro che offendere per difendersi, incapace di mantenere la parola data al compagno di cella. E' un dramma in toto, malgrado un apparente happy ending, in cui l'abominio di uno solo ha minato le esistenze di molti.

Curiosità: esistono due diversi manifesti italiani del film, entrambi riportano erroneamente il nome del regista come Ismail Metin e uno dei due traccia un evidente spoiler nel disegno. 

Il film è stato restaurato nel 2008 dal laboratorio de L'immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna.

Notevoli le interpretazioni: Hülya Koçyiğit è una delle più grandi attrici turche e questo film segna il suo esordio (aveva 17 anni); Erol Taş è un attore di spicco del cinema turco e ha rappresentato l'ideale del "cattivo" per diversi decenni.

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