Pill 194

CANTI LUNGO LA FUGA


Dura legge d’Amor! ma, ben che obliqua,
Servar convensi; però ch’ella aggiunge
Di cielo in terra, universale, antiqua.

Petrarca, I Trionfi

I

La palma si spezza nella neve,
le scalinate cedono,
splende la città rigida
nell’inverno straniero.

Bambini urlano e scalano
il monte della fame,
bianca farina mangiano
implorando il cielo.

L’inverno dai ricchi orpelli,
l’oro dei mandarini,
nelle folate turbina.
Sanguigna arancia rotola.

II

Ma io giaccio sola
nel reticolo di neve piena di ferite.

La neve non mi ha ancora
bendato gli occhi.

I morti a me addossati
tacciono in ogni lingua.

Nessuno mi ama, o un segno
a me accennò con un lume!

III

Le Sporadi, le isole,
i bei frammenti in mare,
bagnati da onde gelide,
offrono ancora i frutti.

Le navi, bianche salvatrici,
– o solinga mano di vela! –
indicano prima di sprofondare
indietro la terra.

IV

Freddo come non mai è penetrato.
Volanti commandos giunsero dal mare.
Con tutte le luci il golfo si arrese.
La città è caduta.

Innocente e prigioniera
nella sottomessa Napoli,
dove l’inverno
pone sul cielo Vomero e Posillipo,
dove i suoi bianchi lampi fanno strage
dei canti,
e l’inverno i suoi rauchi tuoni
pone nel giusto.

Sono innocente e sino a Camaldoli
i pini toccano le nuvole;
e senza conforto, ché le palme
presto non sfalderà la pioggia;

senza speranza, ché non potrò sottrarmi,
anche se il pesce rizzasse a difesa le pinne
e la bruma sulla spiaggia invernale,
scagliata da onde sempre calde,
si ergesse a muro,
anche se i flutti
fuggendo
chi fugge
alla vicina meta sollevassero.

V

Via la neve dalla città speziata!
La brezza dei frutti attraversi le strade.
Spargete uva passa,
portate i fichi, i capperi!
Vivificate l’estate,
il ciclo, nuovamente,
nascita sangue sterco e catarro,
morte – forzate le lividure,
linee imposte
a volti
diffidenti pigri e tardi,
filettati di calce, intrisi nell’olio,
scaltri per traffici,
intimi al pericolo,
alla collera del dio della lava,
all’angelo del fumo,
e alla dannata incandescenza!

VI

Istruiti nell’amore
per diecimila libri,
colti per il tramandarsi
di gesti immutabili
e giuramenti stolti –

ma solo qui
iniziati all’amore –
quando la lava discese
e il suo alito ci colse
al piede del monte,
quando infine il cratere sfinito
più non trattenne la chiave
per questi corpi serrati –

Entrammo in spazi incantati
e illuminammo il buio
con la punta delle dita.

VII

Dentro i tuoi occhi son finestre
su un paese in cui trovo chiarezza.

Dentro il tuo petto è un mare
che mi trascina al suo fondo.
Dentro la tua anca è un attracco
per le mie navi, di ritorno
da viaggi troppo lunghi.

La felicità tesse una gomena d’argento
su cui giaccio ormeggiata.

Dentro la tua bocca è un nido di piume
per la mia bocca che impara a volare.
Dentro la tua carne ha la luce d’un melone,
dolce e gustosa all’infinito.
Dentro le tue vene son quiete
e colme di quell’oro
che lavo con le mie lacrime
e che un giorno potrà ricompensarmi.

Ricevi titoli, abbracci beni
che sono dati a te per primo.

Dentro i tuoi piedi non sono mai in cammino
ma ormai giunti nei miei paesi di velluto.

Dentro le tue ossa son chiari flauti,
da cui ricaverò magici toni
che incanteranno la stessa morte…

VIII

… terra, mare e cielo.
Da baci arruffati,
la terra,
il mare e il cielo.
Dalle mie parole avvinta,
la terra,
dalla mia estrema parola ancora avvinti
il mare e il cielo!

Provata dai miei suoni,
questa terra,
che tra i miei denti singhiozzante
gettò l’àncora,
con tutti i suoi altoforni, torri
e vette altezzose,

questa terra sconfitta,
che a me svelò le sue gole,
le sue steppe, tundre e deserti,

questa terra irrequieta
con i suoi convulsi campi magnetici
che qui imprigionò se stessa
con catene a lei ignote d’energia,

questa terra stordita e assordante
con piante solanacee,
veleni di piombo
e correnti di profumo –

tramontata nel mare
e sorta nel cielo
la terra!

IX

Il gatto nero,
l’olio sul pavimento,
il malocchio:

Guai!

Afferra il corno di corallo,
appendi i corni davanti alla casa,
buio, niente luce!

X

O amore, che le nostre scorze
rompesti, gettandole via, il nostro scudo,
la difesa del tempo e la ruggine brunita degli anni!

O dolori, che calpestaste il nostro amore,
il suo umido fuoco nelle parti sensibili!
Tra fumo e caligine, agonizzante, la fiamma si spegne in se stessa.

XI

Tu vuoi bagliori, tu lanci coltelli,
tu strappi le calde vene all’aria;

abbagliandoti, saltano dai polsi aperti
taciti gli ultimi fuochi d’artificio:

follia disprezzo e poi la vendetta,
e già arriva il pentimento, il ritrattare.

Che le tue lame si spuntano, ancora percepisci
e infine avverti come l’amore chiude:

con tempeste leali, un respiro puro.
E ti respinge nella segreta del sogno.

Dove i suoi capelli biondi pendono,
fai per afferrarla, la scala nel nulla.

Mille e una notte in alto stanno i pioli.
Il passo nel vuoto è il passo estremo.

E dove cozzi, sono i vecchi luoghi,
e ad ogni luogo dai tre gocce di sangue.

Ottenebrato stringi riccioli senza radici.
Suona il sonaglio, ed è finita.

XII

Bocca che passò la notte nella mia bocca,
occhio che sorvegliò il mio occhio,
mano –

e coloro che mi trascinarono, gli occhi!
Bocca che pronunciò il verdetto,
mano, che mi giustiziò!

XIII

Il sole non riscalda, il mare è senza voce.
Le tombe, impacchettate di neve che nessuno scioglie.
Non si riempiono i bracieri
di carboni ardenti? Ma l’ardente carbone non conta.

Redimimi! Non posso continuare a morire.

Il santo ha altro da fare;
si preoccupa per la città e pensa al pane.
La corda del bucato sostiene a stento i panni;
presto cadranno. Ma senza coprirmi.

Ancora sono colpevole. Sollevami.
Non sono colpevole. Sollevami.

Sciogli il granello di ghiaccio dall’occhio,
spezza il ghiaccio con gli sguardi,
cerca il fondo azzurro,
nuota, guarda e tuffati:

non sono io.
Sono io.

XIV

Aspetta la mia morte e poi di nuovo ascoltami,
si rovescia il cesto di neve e l’acqua canta,
sboccano in via Toledo tutti i suoni, sgela,
fonde il ghiaccio un’armonia.
O gran disgelo!

Aspettati molto!

Sillabe nell’oleandro,
parola nel verde d’acacia,
cascate dalla parete.

Riempie i bacini,
chiara e mossa,
la musica.

XV

L’amore ha un trionfo e la morte ne ha uno,
il tempo e il tempo che segue.
Noi non ne abbiamo.

Solo tramontare intorno a noi di stelle. Riflesso e silenzio.
Ma il canto sulla polvere dopo,
alto si leverà su di noi.

(Ingeborg Bachmann - Invocazione all'Orsa Maggiore, pagg. 123-137. SE editore)


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