Pill 186

Fin dall'infanzia avevo disimparato a vedere le cose con i miei occhi, e avevo scordato che il mondo un tempo era stato giovane, intatto e molto bello e terrificante. Non potevo ritrovare il cammino perduto, non ero più una bambina, non più capace di sentire e vedere come una bambina; eppure la solitudine, per alcuni attimi senza memoria e senza coscienza, mi aveva portato a contemplare ancora una volta l'immenso splendore della vita. Forse gli animali vivono fino alla morte in un mondo di orrori e di incanti. Non possono fuggire e sono costretti a sopportare la realtà fino alla fine. Perfino la loro morte è priva di conforto e di speranza; una vera morte. Anch'io, come tutti gli esseri umani, mi affrettavo continuamente a fuggire, sempre irretita dai miei sogni a occhi aperti. Non avendo visto la morte delle mie bambine, mi mettevo in mente che fossero ancora in vita. Ma ho visto massacrare Lince, ho visto il cervello di Toro riversarsi dal suo cranio spaccato, e ho visto Perla trascinarsi come una cosa invertebrata e dissanguarsi, e continuo a sentire il caldo cuore dei caprioli farsi freddo tra le mie mani.
Quella era la realtà. Poiché ho visto tutto questo e l'ho sentito, mi è difficile sognare a occhi aperti. Nutro una violenta avversione per i sogni a occhi aperti, e sento che in me la speranza si è spenta. Mi fa paura. Non so se riuscirò a sopportare di vivere unicamente con la realtà. Ogni tanto provo a trattarmi come un robot: fai questo, vai là e non dimenticare di fare quest'altro. Ma funziona solo per poco tempo. Sono un pessimo robot, continuo a essere una creatura umana, che pensa e sente, e non riuscirò a perdere quest'abitudine. Perciò siedo qui, ad annotare tutto quello che è successo, e non me ne importa se i topi divoreranno o meno questi appunti. La sola cosa che conta è scrivere, e non esistendo più altri discorsi, devo tener vivo questo monologo senza fine. Sarà l'unica cronaca che mai scriverò, perché quando sarà terminata, in casa non resterà un solo pezzetto di carta sul quale poter scrivere. Già ora tremo, pensando all'attimo in cui dovrò andare a letto. Resterò distesa a occhi aperti fin quando la gatta tornerà a casa, e il suo contatto caldo mi regalerà infine il sonno tanto desiderato. Ma nemmeno allora sarò al sicuro. Quando sono indifesa, possono assalirmi i sogni, i neri sogni della notte.

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Siedo al tavolo e il tempo è fermo. Non lo vedo, non lo sento e non lo intendo, eppure mi circonda da tutti i lati. Il suo silenzio e la sua immobilità sono terrificanti. Salto su, mi precipito fuori casa, tentando di sfuggirgli. Mi do da fare, le cose incalzano, e io dimentico il tempo. E poi, all'improvviso, torna a circondarmi. Forse mi trovo davanti allo chalet a osservare le cornacchie, ed eccolo di nuovo, incorporeo, immobile, che ci trattiene, il prato, le cornacchie e me stessa. Dovrò abituarmi alla sua presenza, alla sua indifferenza e ubiquità. Si estende all'infinito, come un'immensa ragnatela. Miliardi di minuscoli bozzoli pencolano intessuti nei suoi fili, una lucertola stesa al sole, una casa in fiamme, un soldato morente, tutto ciò che è stato e tutto ciò che è. Il tempo è grande, e dispone ancora di altro spazio per nuovi bozzoli. Un'inesorabile rete grigia, nella quale è intrappolato ogni secondo della mia esistenza. Forse mi appare così terrificante perché conserva tutto e non permette a nulla di finire veramente.
Ma se il tempo esiste solo nella mia testa e io non sono l'ultimo essere umano, avrà fine con la mia morte. Il pensiero mi mette di buon umore. Forse ho il potere di uccidere il tempo. La grande rete si strapperà, per precipitare con il suo contenuto nell'oblio. Dovrebbero essermi riconoscenti, ma una volta morta nessuno saprà che ho ucciso il tempo. Questi pensieri, in fondo, sono completamente privi di significato. Le cose semplicemente accadono, e io, come milioni di esseri prima di me, vi cerco un significato, perché la mia vanità m'impedisce di ammettere che l'unico significato di un evento consiste nell'evento stesso. Nessun insetto che io calpesto sbadatamente vedrà in questo avvenimento per lui triste un nesso segreto di portata universale. Si trovava sotto il mio piede nell'attimo in cui lo calcavo in terra; una sensazione di benessere alla luce, un breve, acuto dolore, e il nulla. Solo noi siamo condannati a inseguire un significato che non può esistere. Non so se riuscirò mai ad accettare questa rivelazione. E' difficile abbandonare un'atavica megalomania profondamente radicata. Compiango gli animali, e compiango gli uomini perché vengono gettati in questa vita senza averlo mai richiesto. Gli uomini forse meritano maggior commiserazione perché posseggono giusto quel tanto di giudizio per opporsi al naturale corso delle cose. Ciò li ha resi disperati e cattivi, e poco amabili. Eppure, sarebbe stato possibile vivere diversamente. Non esiste impulso più ragionevole dell'amore. Rende la vita più sopportabile sia all'amante che all'amato. Solo, avremmo dovuto riconoscere che si trattava della nostra unica possibilità, della nostra sola speranza in una vita migliore. Per un esercito infinito di morti, l'unica possibilità dell'essere umano è perduta per sempre. Continuo a pensarci. Non riesco a capire perché dovremmo imboccare la strada sbagliata. So solo che è troppo tardi.

(Marlen Haushofer - La parete, pagg. 182-183; 204-205. Edizioni e/o)

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