L'eternità e un giorno (di Theo Angelopoulos, 1998)


"In questi ultimi tempi, il mio unico contatto con il mondo è stato lo sconosciuto là di fronte, che mi risponde con la stessa musica. Chissà chi è? Come sarà?
Una mattina avevo deciso di andarlo a trovare, ma poi mi sono pentito. Meglio non conoscerlo, e continuare a immaginarselo. Sarà un solitario come me? Forse è una ragazza che prima di andare a scuola gioca con l'ignoto.
E' accaduto tutto così in fretta. Quel dolore sospetto, la mia insistenza nel voler sapere tutto. E poi il buio. Intorno a me silenzio. Solo silenzio.
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno... che le sagome evanescenti delle navi nelle improvvise aperture del cielo... le passeggiate degli innamorati sulla spiaggia, al tramonto, e la promessa ingannatrice della primavera...
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno...
Il mio unico rimpianto: Anna. Ma è proprio l'unico?
E' che non ho fatto in tempo a fare quasi nulla. Solo progetti, nient'altro che progetti. Parole buttate al vento."


Il piano sequenza e soprattutto il carrello successivo racchiudono il suggerimento di una morte imminente di Alexandros e quella già avvenuta di sua moglie Anna; la solitudine, il silenzio, il viaggio e il rapporto con il tempo, dove passato, presente e futuro sono intimamente ancorati dalla dilatazione della ricerca di sé stessi. Il recupero e la scoperta dell'identità sono viaggio a ritroso e viaggio iscritto nel destino, e la parola, il linguaggio, assumono un valore cruciale e trasversale. 
Le visite alle persone care introducono rivisitazioni della vita in comune. Struggente la scena in cui il protagonista siede al capezzale della madre morente. 

Può sembrare strano come un "film del silenzio" abbia come filo conduttore la ricerca della parola; tuttavia ha maggior chiarezza, il concetto, se per ricerca della parola si intende la connotazione, l'espressione della realtà, faticosa. L'essenza della realtà, parole scarne e significative, enunciate e mai spiegate. Il linguaggio impossibile, in apparenza, tra protagonista e bambino, progressivamente si instaura, avviene, su parole comprate, scambiate. Parole scarne e consistenti, senza tempo. 

"Quanto dura il domani?", la risposta appartiene solo a chi è morto: l'eternità e un giorno. Tempo indefinito e definito. Oltre, a dismisura, ed entro, la misura che ci siamo dati. Oltre ed entro i confini esistenziali pertinenti all'essere umano c'è il viaggio di scoperta, lontano dalla consuetudine e ridotto alla sintesi che trova la massima espressione, per Angelopoulos, nella poesia. La poesia in immagini è questo film, una poesia nutrita di metafore tra parole, tra immagini. 

Vita e morte si intrecciano, così come passato e presente, sono uniti scrittore e bambino dal caso e dalla ricerca, e lo scrittore e il poeta (Dionysios Solomos) sono altrettanto uniti con la sola differenza che uno è corporeo (ancora per poco) e l'altro incorporeo. Splendida la lunga sequenza su un autobus, la musica che fa da collante, frammenti di vite altrui, ricordi e paralleli, le stesse fermate per tutti, qualcuno scende prima, altri proseguono, scrittore e bambino guardano all'unisono lo stesso spettacolo della vita, per molti interminabili secondi.


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