Lento - Fourth (2017)

Sono partiti nel 2004 e approdati alla lunga distanza con Earthen dieci anni fa, e io li ho scoperti pochi mesi più tardi; musica senza volti, nel totale disinteresse per chi ci fosse dietro questo "collettivo". E' stata una folgorazione, tanto che Earthen ancora oggi è un punto di riferimento nella scelta dei miei ascolti. Poi nel marzo del 2011 esce Icon, cupo, efferato, una svolta a suon di bastonate e traduzioni sonore caotiche e spinte ancor più verso l'estremo. Al "Leviatani e Zanzare" si fanno le due di notte, finalmente li vedo in faccia, non più in cinque ma in quattro, e all'ultimo "antiMTV day" regalano uno dei live più belli che io ricordi. E ancora, mi faccio 200km apposta per rivederli al Cox un paio di anni più tardi, dopo l'uscita del loro terzo, splendido album. Un live pazzesco, indimenticabile, contenente il meglio del loro repertorio e in particolare i brani di Anxiety despair languish.
La premessa per dire che i Lento sono una delle poche band (rimaste) a comunicarmi davvero qualcosa, sia con i loro album che con i loro live. Ed eccoci giunti al quarto album, Fourth, appunto, senza Donato purtroppo, e dunque il risultato di una riduzione progressiva delle chitarre, da tre a due e adesso a una. La nostalgia per l'impostazione precedente che prevedeva riff di almeno due chitarre scompare davanti alla "nuova" formula, praticamente inevitabile, di un disco suonato da una sola chitarra. Ma Lorenzo nel frattempo ha sviluppato spalle forti abbastanza per poter sostenere un simile approccio, e il disco ha un'equilibrio incantevole tra tutti e tre gli strumenti. Federico spacca in asse con il basso di Emanuele, sempre più cardine, ormai elemento che ha pari importanza rispetto agli altri due, fin dal disco precedente una delle svolte più significative della proposta di questo – ormai – trio, tornato ad essere romano al 100%. Guardando al passato, Icon sembra, e sottolineo sembra, il disco più simile. Sono trascorsi sei anni e una lunga gestazione specie di quest'ultimo album ha maturato un nuovo corso. A penchant for persistency mi ha ricordato subito che stavo ascoltando un album dei Lento, ma al tempo stesso qualcosa di nuovo. E' quella sensazione di riconducibilità ma al tempo stesso di freschezza sonora che ho rintracciato a pelle ad ogni loro nuova uscita, e che solo pochi gruppi mi trasmettono. E' subito chiaro l'equilibrio tra i tre strumenti, che tra tempi sfalsati e diseguali tracciano coordinate sonore atipiche e martellanti. "Un'inclinazione alla persistenza", forse un riferimento agli ultimi anni. Sembravano scomparsi, ormai inevitabilmente ridotti a trio per l'impossibilità di proseguire con la formazione precedente, e un po' tutti abbiamo temuto più di una volta che non avremmo mai ascoltato un nuovo album dei Lento. Invece eccoci qui, tre anni e mezzo, quasi quattro anni dopo, e quando attacca il riff death metal del primo brano è un decollo trionfale. Some disinterested pleasures è ossessiva, ripetitiva, micidiale. Sembra che l'articolazione del suono, la combinazione tra i tre elementi sia diventato ulteriormente il focus della ricerca. E' ancor più cervellotico e se vogliamo più tecnico (non che la tecnica sia un punto rilevante per loro). Essenziale come Earthen, nel senso che ridotto nella gamma dei possibili risvolti armonici e divaganti di Anxiety..., ma Earthen era anche lineare, mentre su Fourth il minimalismo è spinto verso un continuo, incessante, nevrotico stagliarsi e interrompersi, cambiare e di nuovo interrompersi, con una veemenza sonora tutt'altro che stantia, ma sempre volta a dare l'idea che il brano si trasformi continuamente, fino ad un finale imprevedibile. Undispleaceable or a hostile levity è uno straniante tappeto ambient che lascia respirare le orecchie lasciandole immerse nelle coordinate del disco. Con A gospel of resentment personalmente entro nel momento più intenso, sia per la complessità e la ricchezza del brano (a tratti penso ai miei amati Deathspell Omega), che per il finale inaspettato: stavolta gli effettoni di atmosfera sono incorporati nel brano stesso, e si ha l'impressione di scivolare lentamente (quasi senza accorgersene) nel successivo Last squall before the crack, molto più che un intermezzo (non esistono "intermezzi" negli album dei Lento, c'è è un unico suono camaleontico che scorre), dove la chitarra imbastisce un riff quasi incerto, inusuale, bellissimo; sembra uno squarcio. Se per squall intendono "grido, strillo", quel riff e quel suono ruvido scelto ne replicano esattamente il significato. E' il momento più suggestivo dell'intero disco. Cowardly compromise ripropone i Lento più efferati e più pesanti (ho pensato a Mammoth dei Pelican), prima di una nuova incursione intima (In-Itself) dove torna il battito cardiaco dell'incipit del disco. Self conviction or belief è il brano che mi ha convinto meno, nonostante un'ottima partenza, ma il disco si chiude in bellezza prima con l'allucinato arpeggio di Let by gones be by gones (a grievance), infine con il brano più lungo e articolato e specie per questo motivo – ma non solo - differente rispetto agli altri, A matter of urgency. Mi ha ricordato un altro aspetto a mio avviso cruciale nella musica dei Lento, la solennità. Sembra delirare nel distinguere solennità (un termine che tra l'altro ha un'etimologia che ben conosciamo) nella musica di un gruppo così schiacciante, devastante e apparentemente intransigente. Nel disco precedente questo aspetto era molto più presente ma basta ascoltare il finale di A matter of urgency per farsi un'idea, forse, di ciò che vorrei esprimere. E' stato anche il degno finale di un live strepitoso. 
Infine i quesiti di tanti anni: meglio il variopinto Anxiety despair languish, o il cupo Icon? Meglio l'ormai "classico" e giovanile Earthen (che, devo ammettere, ha davvero un posto speciale e riservato), o l'avanguardia ritmica di quest'ultimo Fourth? Rispondo che ogni album ha un senso ben definito. C'è un collegamento tra ciascuno di loro, ma sono differenti. I Lento non hanno mai replicato se stessi: ciò li rende unici. Io li apprezzo per questo. 
Ma ciò che sento più intimamente è che oltre quel muro sonoro catartico e liberatorio, eretto con classe e con gusto, c'è una tregua; una parola bellissima e difficile da raggiungere per chiunque, in qualsiasi campo artistico, e loro puntualmente mi comunicano questa tregua che va oltre il caos.

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