Callisto - Noir (2006)

I Callisto degli esordi si muovono tra due coordinate sonore definite ma non ancora abusate. Siamo tra il 2000 e il 2006, e in Finlandia proliferano band doom metal nella scena nazionale. E' una corrente che di nuovo ha poco, per la verità, ma si incanala in uno stile che ha almeno tre tratti ricorrenti: spiccato taglio malinconico costruito su chitarre ripetitive e melodiche; predilezione per l'atmosfera; timbro vocale monocorde e stereotipato a cui già da tempo molti gruppi affiancano l'altrettanto derivativa contrapposizione di voci pulite maschili e femminili.

Al tempo stesso negli Stati Uniti e progressivamente nel mondo si fa largo lo sludge che poi scivolerà con misure spesso labili nell'unica definizione post-metal. Il filtro per i Callisto sono sicuramente i cugini Cult of Luna, che in Svezia raccolgono le influenze di oltre oceano e le tramutano combinandole con la storica scena hardcore svedese degli anni '90. E' così che senza ripetere l'impresa svedese dei Cult of Luna, di miscelare e plasmare un sound originale e diverso, anche i Callisto hanno detto la loro. 

Ci sono riusciti soprattutto su Noir, la consacrazione, un disco che per il 2006 appare tutt'altro che scontato. Derivativo, certo, lo si potrebbe definire figlio minore di Isis e Cult of luna, più inquadrato e ricco del pur onesto debutto True nature unfolds (2004). I finlandesi restano unici, per molti versi, nell'aver conservato quella matrice doom, e ad averle infuso la scienza del post-metal, in maniera brillante, sì a volte di maniera. 

Un sound ricco e emozionale. The fugitive è il capolavoro del gruppo, un brano che respira dei momenti più placidi di Salvation (il più grande peso sull'economia sonora del disco, a mio avviso) ma anche di quel marchio struggente che solo certi gruppi finalndesi hanno saputo infondere. 

La differenza la fanno i particolari, il gusto per gli arpeggi, l'uso delle tastiere, abbondante eppure discreto, architrave e dettaglio come tutti, nessuna supremazia, con un basso elegante e né Isis né Cult of luna-dipendente, a tratti persino dolcemente fretless (Folkslave). 

Le voci forse restano un tallone d'achille. Il growl di quel tipo aveva già stancato in quel periodo, figurarsi a riascoltarlo dopo dieci anni e oltre, ma il disco è in gran parte strumentale quindi in fin dei conti non hanno così rilevanza. 
Personalmente adoro i toni epici di Folkslave e A close encounter, la citata The fugitive, la distensiva Woven hands e soprattutto Wormwood.



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