Alice nelle città (di Wim Wenders, 1973)

Mi piace il sorriso di Rudiger Vogler. Philip genera le prove della propria esistenza. Fotografie per determinarsi e giustificare ciò che lo circonda. E' come Hopper ne L'amico americano o il protagonista di Palermo Shooting. Tutto ciò che incontra, che vede, che gli passa attraverso, talvolta. I grattacieli dal basso, dall'alto. Prospettive. Istantanee senza negativo. E' il contrario di ciò che la televisione invece conglomera, nel suo flusso continuo, ripetitivo, mortale.
“Ti avevo chiesto una storia”, sentenzieranno quasi dieci anni più tardi al suo alter ego nello Stato delle cose, e qui accade lo stesso. “Tu mi hai portato solo un mucchio di fotografie”.
Gli stessi scarabocchi che il suo altro personaggio scriverà in Falso movimento, che di fatto chiude la “trilogia della strada”.
Il primo road movie di Wenders. Ricerca di una madre, di una nonna, di una casa, ricerca di se stessi. La perdita della cognizione temporale di New York, i canali di Amsterdam, ma soprattutto gli alberghi. La ferrovia sospesa di Wuppertal, fino alla Ruhr, infine verso Monaco. Sempre un treno in corsa. “Non hai più scattato foto da quando eravamo ad Amsterdam”, fa notare Alice. Lei ha visto tutto, ha colto tutto. Sembrano in simbiosi, forse avevano bisogno l'uno dell'altra. Giocano, litigano, camminano, corrono. Un padre atipico, una figlia atipica. Cercano e si ricercano, all'unisono, i loro personaggi si delineano ciascuno in relazione all'altro. E' trascorso del tempo, la storia è stata scritta intanto, senza neppure accorgersene. La storia dei film di Wim Wenders è “la distanza tra i personaggi” (sempre Lo stato delle cose) e ora ha solo da essere conclusa. Ma la conclusione non è altro che la ricerca stessa della conclusione.

1 commento:

Ismaele ha detto...

un film senza tempo, con un fotografo e una bambina indimenticabili

https://markx7.blogspot.it/2017/03/alice-nelle-citta-wim-wenders.html