A Ciambra (di Jonas Carpignano, 2017)

Altri mondi, oltre il bordo dell'abitudine.

Lo sguardo di Pio che entra nell'accampamento a Rosarno o che assiste alla conversazione su Skype assomiglia al nostro. Un percorso di crescita con veri e propri rituali di passaggio, misurandosi con la propria appartenenza, famiglia, discendenza, responsabilità.

Tradisce, ma assistiamo al suo enorme conflitto interiore. Un corpo sicuro a cui stringersi in una silenziosa corsa in moto o la tradizione del mondo culturale di riferimento? Naturalmente la seconda, radicata, forse inestirpabile, rimandata ad oltranza dalle parole del nonno: "siamo noi contro il mondo". E' il rifugio di chi si sente minacciato, giudicato e confinato da sempre. Ma la coscienza di Pio sente che qualcosa stride.

E' la realtà che dà forma alla sceneggiatura e non viceversa.

Nell'enorme distanza relazionale e comunicativa tra nomadi (rom) e nomadi (africani), e tra nomadi (entrambi) e mondo "civile", sedentario, vi è il cinema di Jonas Carpignano, che non altera ma si attiene allo stato attuale, e lampeggia di tanto in tanto la luce dell'intendersi come esseri umani dallo stesso destino.

Commosso.


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