Alice nelle città (di Wim Wenders, 1973)

Mi piace il sorriso di Rudiger Vogler. Philip genera le prove della propria esistenza. Fotografie per determinarsi e giustificare ciò che lo circonda. E' come Hopper ne L'amico americano o il protagonista di Palermo Shooting. Tutto ciò che incontra, che vede, che gli passa attraverso, talvolta. I grattacieli dal basso, dall'alto. Prospettive. Istantanee senza negativo. E' il contrario di ciò che la televisione invece conglomera, nel suo flusso continuo, ripetitivo, mortale.
“Ti avevo chiesto una storia”, sentenzieranno quasi dieci anni più tardi al suo alter ego nello Stato delle cose, e qui accade lo stesso. “Tu mi hai portato solo un mucchio di fotografie”.
Gli stessi scarabocchi che il suo altro personaggio scriverà in Falso movimento, che di fatto chiude la “trilogia della strada”.
Il primo road movie di Wenders. Ricerca di una madre, di una nonna, di una casa, ricerca di se stessi. La perdita della cognizione temporale di New York, i canali di Amsterdam, ma soprattutto gli alberghi. La ferrovia sospesa di Wuppertal, fino alla Ruhr, infine verso Monaco. Sempre un treno in corsa. “Non hai più scattato foto da quando eravamo ad Amsterdam”, fa notare Alice. Lei ha visto tutto, ha colto tutto. Sembrano in simbiosi, forse avevano bisogno l'uno dell'altra. Giocano, litigano, camminano, corrono. Un padre atipico, una figlia atipica. Cercano e si ricercano, all'unisono, i loro personaggi si delineano ciascuno in relazione all'altro. E' trascorso del tempo, la storia è stata scritta intanto, senza neppure accorgersene. La storia dei film di Wim Wenders è “la distanza tra i personaggi” (sempre Lo stato delle cose) e ora ha solo da essere conclusa. Ma la conclusione non è altro che la ricerca stessa della conclusione.

Lento - Fourth (2017)

Sono partiti nel 2004 e approdati alla lunga distanza con Earthen dieci anni fa, e io li ho scoperti pochi mesi più tardi; musica senza volti, nel totale disinteresse per chi ci fosse dietro questo "collettivo". E' stata una folgorazione, tanto che Earthen ancora oggi è un punto di riferimento nella scelta dei miei ascolti. Poi nel marzo del 2011 esce Icon, cupo, efferato, una svolta a suon di bastonate e traduzioni sonore caotiche e spinte ancor più verso l'estremo. Al "Leviatani e Zanzare" si fanno le due di notte, finalmente li vedo in faccia, non più in cinque ma in quattro, e all'ultimo "antiMTV day" regalano uno dei live più belli che io ricordi. E ancora, mi faccio 200km apposta per rivederli al Cox un paio di anni più tardi, dopo l'uscita del loro terzo, splendido album. Un live pazzesco, indimenticabile, contenente il meglio del loro repertorio e in particolare i brani di Anxiety despair languish.
La premessa per dire che i Lento sono una delle poche band (rimaste) a comunicarmi davvero qualcosa, sia con i loro album che con i loro live. Ed eccoci giunti al quarto album, Fourth, appunto, senza Donato purtroppo, e dunque il risultato di una riduzione progressiva delle chitarre, da tre a due e adesso a una. La nostalgia per l'impostazione precedente che prevedeva riff di almeno due chitarre scompare davanti alla "nuova" formula, praticamente inevitabile, di un disco suonato da una sola chitarra. Ma Lorenzo nel frattempo ha sviluppato spalle forti abbastanza per poter sostenere un simile approccio, e il disco ha un'equilibrio incantevole tra tutti e tre gli strumenti. Federico spacca in asse con il basso di Emanuele, sempre più cardine, ormai elemento che ha pari importanza rispetto agli altri due, fin dal disco precedente una delle svolte più significative della proposta di questo – ormai – trio, tornato ad essere romano al 100%. Guardando al passato, Icon sembra, e sottolineo sembra, il disco più simile. Sono trascorsi sei anni e una lunga gestazione specie di quest'ultimo album ha maturato un nuovo corso. A penchant for persistency mi ha ricordato subito che stavo ascoltando un album dei Lento, ma al tempo stesso qualcosa di nuovo. E' quella sensazione di riconducibilità ma al tempo stesso di freschezza sonora che ho rintracciato a pelle ad ogni loro nuova uscita, e che solo pochi gruppi mi trasmettono. E' subito chiaro l'equilibrio tra i tre strumenti, che tra tempi sfalsati e diseguali tracciano coordinate sonore atipiche e martellanti. "Un'inclinazione alla persistenza", forse un riferimento agli ultimi anni. Sembravano scomparsi, ormai inevitabilmente ridotti a trio per l'impossibilità di proseguire con la formazione precedente, e un po' tutti abbiamo temuto più di una volta che non avremmo mai ascoltato un nuovo album dei Lento. Invece eccoci qui, tre anni e mezzo, quasi quattro anni dopo, e quando attacca il riff death metal del primo brano è un decollo trionfale. Some disinterested pleasures è ossessiva, ripetitiva, micidiale. Sembra che l'articolazione del suono, la combinazione tra i tre elementi sia diventato ulteriormente il focus della ricerca. E' ancor più cervellotico e se vogliamo più tecnico (non che la tecnica sia un punto rilevante per loro). Essenziale come Earthen, nel senso che ridotto nella gamma dei possibili risvolti armonici e divaganti di Anxiety..., ma Earthen era anche lineare, mentre su Fourth il minimalismo è spinto verso un continuo, incessante, nevrotico stagliarsi e interrompersi, cambiare e di nuovo interrompersi, con una veemenza sonora tutt'altro che stantia, ma sempre volta a dare l'idea che il brano si trasformi continuamente, fino ad un finale imprevedibile. Undispleaceable or a hostile levity è uno straniante tappeto ambient che lascia respirare le orecchie lasciandole immerse nelle coordinate del disco. Con A gospel of resentment personalmente entro nel momento più intenso, sia per la complessità e la ricchezza del brano (a tratti penso ai miei amati Deathspell Omega), che per il finale inaspettato: stavolta gli effettoni di atmosfera sono incorporati nel brano stesso, e si ha l'impressione di scivolare lentamente (quasi senza accorgersene) nel successivo Last squall before the crack, molto più che un intermezzo (non esistono "intermezzi" negli album dei Lento, c'è è un unico suono camaleontico che scorre), dove la chitarra imbastisce un riff quasi incerto, inusuale, bellissimo; sembra uno squarcio. Se per squall intendono "grido, strillo", quel riff e quel suono ruvido scelto ne replicano esattamente il significato. E' il momento più suggestivo dell'intero disco. Cowardly compromise ripropone i Lento più efferati e più pesanti (ho pensato a Mammoth dei Pelican), prima di una nuova incursione intima (In-Itself) dove torna il battito cardiaco dell'incipit del disco. Self conviction or belief è il brano che mi ha convinto meno, nonostante un'ottima partenza, ma il disco si chiude in bellezza prima con l'allucinato arpeggio di Let by gones be by gones (a grievance), infine con il brano più lungo e articolato e specie per questo motivo – ma non solo - differente rispetto agli altri, A matter of urgency. Mi ha ricordato un altro aspetto a mio avviso cruciale nella musica dei Lento, la solennità. Sembra delirare nel distinguere solennità (un termine che tra l'altro ha un'etimologia che ben conosciamo) nella musica di un gruppo così schiacciante, devastante e apparentemente intransigente. Nel disco precedente questo aspetto era molto più presente ma basta ascoltare il finale di A matter of urgency per farsi un'idea, forse, di ciò che vorrei esprimere. E' stato anche il degno finale di un live strepitoso. 
Infine i quesiti di tanti anni: meglio il variopinto Anxiety despair languish, o il cupo Icon? Meglio l'ormai "classico" e giovanile Earthen (che, devo ammettere, ha davvero un posto speciale e riservato), o l'avanguardia ritmica di quest'ultimo Fourth? Rispondo che ogni album ha un senso ben definito. C'è un collegamento tra ciascuno di loro, ma sono differenti. I Lento non hanno mai replicato se stessi: ciò li rende unici. Io li apprezzo per questo. 
Ma ciò che sento più intimamente è che oltre quel muro sonoro catartico e liberatorio, eretto con classe e con gusto, c'è una tregua; una parola bellissima e difficile da raggiungere per chiunque, in qualsiasi campo artistico, e loro puntualmente mi comunicano questa tregua che va oltre il caos.

L'eternità e un giorno (di Theo Angelopoulos, 1998)


"In questi ultimi tempi, il mio unico contatto con il mondo è stato lo sconosciuto là di fronte, che mi risponde con la stessa musica. Chissà chi è? Come sarà?
Una mattina avevo deciso di andarlo a trovare, ma poi mi sono pentito. Meglio non conoscerlo, e continuare a immaginarselo. Sarà un solitario come me? Forse è una ragazza che prima di andare a scuola gioca con l'ignoto.
E' accaduto tutto così in fretta. Quel dolore sospetto, la mia insistenza nel voler sapere tutto. E poi il buio. Intorno a me silenzio. Solo silenzio.
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno... che le sagome evanescenti delle navi nelle improvvise aperture del cielo... le passeggiate degli innamorati sulla spiaggia, al tramonto, e la promessa ingannatrice della primavera...
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno...
Il mio unico rimpianto: Anna. Ma è proprio l'unico?
E' che non ho fatto in tempo a fare quasi nulla. Solo progetti, nient'altro che progetti. Parole buttate al vento."


Il piano sequenza e soprattutto il carrello successivo racchiudono il suggerimento di una morte imminente di Alexandros e quella già avvenuta di sua moglie Anna; la solitudine, il silenzio, il viaggio e il rapporto con il tempo, dove passato, presente e futuro sono intimamente ancorati dalla dilatazione della ricerca di sé stessi. Il recupero e la scoperta dell'identità sono viaggio a ritroso e viaggio iscritto nel destino, e la parola, il linguaggio, assumono un valore cruciale e trasversale. 
Le visite alle persone care introducono rivisitazioni della vita in comune. Struggente la scena in cui il protagonista siede al capezzale della madre morente. 

Può sembrare strano come un "film del silenzio" abbia come filo conduttore la ricerca della parola; tuttavia ha maggior chiarezza, il concetto, se per ricerca della parola si intende la connotazione, l'espressione della realtà, faticosa. L'essenza della realtà, parole scarne e significative, enunciate e mai spiegate. Il linguaggio impossibile, in apparenza, tra protagonista e bambino, progressivamente si instaura, avviene, su parole comprate, scambiate. Parole scarne e consistenti, senza tempo. 

"Quanto dura il domani?", la risposta appartiene solo a chi è morto: l'eternità e un giorno. Tempo indefinito e definito. Oltre, a dismisura, ed entro, la misura che ci siamo dati. Oltre ed entro i confini esistenziali pertinenti all'essere umano c'è il viaggio di scoperta, lontano dalla consuetudine e ridotto alla sintesi che trova la massima espressione, per Angelopoulos, nella poesia. La poesia in immagini è questo film, una poesia nutrita di metafore tra parole, tra immagini. 

Vita e morte si intrecciano, così come passato e presente, sono uniti scrittore e bambino dal caso e dalla ricerca, e lo scrittore e il poeta (Dionysios Solomos) sono altrettanto uniti con la sola differenza che uno è corporeo (ancora per poco) e l'altro incorporeo. Splendida la lunga sequenza su un autobus, la musica che fa da collante, frammenti di vite altrui, ricordi e paralleli, le stesse fermate per tutti, qualcuno scende prima, altri proseguono, scrittore e bambino guardano all'unisono lo stesso spettacolo della vita, per molti interminabili secondi.


Pill 191

Il posdomani diventa domani e il domani diventa oggi. I giorni rotolano via come perle di una collana strappata. Gettatevi a terra e cercate... non le trovate più. L'oggi diventa ieri, ieri diventa ieri l'altro, non lasciateli fare! Arrestate l'oggi! Fate in modo di rimanere! Il tempo è nelle vostre orecchie come rombo di ali, come la caccia selvaggia davanti alle vostre finestre. Ora e nel momento della nostra morte. Non è forse compreso l'adesso nell'ora della nostra morte, come l'ora della nostra morte è compresa in questo adesso? Assassini sono, i giorni, briganti! Una banda di contrabbandieri attraverso i nostri confini. Non lasciateli fare, arrestateli! Arrestate l'oggi!
Ma come lo volete fare? Non avete collocato sentinelle a tutte le frontiere del vostro spazio, armate fino ai denti? Collocate dunque sentinelle anche alle frontiere del vostro tempo, armate di armi i proavi, armate i morti! E fatevi testimoniare che oggi è oggi. Sentinelle a tutte le vostre frontiere, e così nulla vi potrà accadere.
Che dite? Non serve?
Abbassate la voce. Da qualche parte c'è la polizia segreta.
Che dite? Le vostre sentinelle non stanno ferme? Hanno disertato, sono passate in un altro paese, un paese nel quale disertano anche i giorni? I vostri avi hanno disertato e le vostre frontiere sono aperte? Nessuno può più dimostrare che oggi è oggi? Non permettetelo. Tornate indietro. Cento anni, duecento anni, trecento anni. E poi?
Il certificato anagrafico non conta più nulla. Non è forse rotondo il tempo, non è rotondo come il vostro spazio? Come volete rimanere? Tutte le vostre frontiere sono aperte e dimostrano che volete fuggire. Fuggiaschi siete che migrano e si nascondono, migrano e si nascondono, avanti, sempre più avanti. Come la corsa d'una carrozza è il tempo ai vostri sensi, una carrozza nera. "Montate!"

(Ilse Aichinger - La speranza più grande, pagg. 70-71. Garzanti editore)

Callisto - Noir (2006)

I Callisto degli esordi si muovono tra due coordinate sonore definite ma non ancora abusate. Siamo tra il 2000 e il 2006, e in Finlandia proliferano band doom metal nella scena nazionale. E' una corrente che di nuovo ha poco, per la verità, ma si incanala in uno stile che ha almeno tre tratti ricorrenti: spiccato taglio malinconico costruito su chitarre ripetitive e melodiche; predilezione per l'atmosfera; timbro vocale monocorde e stereotipato a cui già da tempo molti gruppi affiancano l'altrettanto derivativa contrapposizione di voci pulite maschili e femminili.

Al tempo stesso negli Stati Uniti e progressivamente nel mondo si fa largo lo sludge che poi scivolerà con misure spesso labili nell'unica definizione post-metal. Il filtro per i Callisto sono sicuramente i cugini Cult of Luna, che in Svezia raccolgono le influenze di oltre oceano e le tramutano combinandole con la storica scena hardcore svedese degli anni '90. E' così che senza ripetere l'impresa svedese dei Cult of Luna, di miscelare e plasmare un sound originale e diverso, anche i Callisto hanno detto la loro. 

Ci sono riusciti soprattutto su Noir, la consacrazione, un disco che per il 2006 appare tutt'altro che scontato. Derivativo, certo, lo si potrebbe definire figlio minore di Isis e Cult of luna, più inquadrato e ricco del pur onesto debutto True nature unfolds (2004). I finlandesi restano unici, per molti versi, nell'aver conservato quella matrice doom, e ad averle infuso la scienza del post-metal, in maniera brillante, sì a volte di maniera. 

Un sound ricco e emozionale. The fugitive è il capolavoro del gruppo, un brano che respira dei momenti più placidi di Salvation (il più grande peso sull'economia sonora del disco, a mio avviso) ma anche di quel marchio struggente che solo certi gruppi finalndesi hanno saputo infondere. 

La differenza la fanno i particolari, il gusto per gli arpeggi, l'uso delle tastiere, abbondante eppure discreto, architrave e dettaglio come tutti, nessuna supremazia, con un basso elegante e né Isis né Cult of luna-dipendente, a tratti persino dolcemente fretless (Folkslave). 

Le voci forse restano un tallone d'achille. Il growl di quel tipo aveva già stancato in quel periodo, figurarsi a riascoltarlo dopo dieci anni e oltre, ma il disco è in gran parte strumentale quindi in fin dei conti non hanno così rilevanza. 
Personalmente adoro i toni epici di Folkslave e A close encounter, la citata The fugitive, la distensiva Woven hands e soprattutto Wormwood.



Pill 190

Austerlitz (di Sergei Loznitsa, 2016)

Documentario girato in vari campi di sterminio vicini a luoghi di turismo di massa, ed essi stessi, per una singolare proprietà transitiva, divenuti luoghi di turismo di massa.

Sono stato ad un incontro in cui hanno chiesto al regista Sergei Loznitsa: “Ci chiedevamo cosa cercassero quelle persone in un luogo come quello”.

Risposta: “E' evidente: cercavano la morte. A distanza.”. E con la mano ha accennato il gesto che crea una barriera tra il sé e il resto.

Quelle persone, tutti cerchiamo la morte in un “memoriale” sulla morte. Ma solo se la morte degli altri ci appartiene apparteniamo anche alla nostra morte, e viceversa. E solo la commozione, senza controllo, che il segno che la manifesti sia interiore o esteriore non ha importanza (ma il turbamento si nota), ci restituisce la partecipazione alla vita e alla morte degli altri.

Austerlitz non racconta, registra immobile e impotente il morboso eccesso di indifferenza e apatia verso le storie, la Storia, la domanda, la contemporaneità, la propria dimensione fisica.


A Ciambra (di Jonas Carpignano, 2017)

Altri mondi, oltre il bordo dell'abitudine.

Lo sguardo di Pio che entra nell'accampamento a Rosarno o che assiste alla conversazione su Skype assomiglia al nostro. Un percorso di crescita con veri e propri rituali di passaggio, misurandosi con la propria appartenenza, famiglia, discendenza, responsabilità.

Tradisce, ma assistiamo al suo enorme conflitto interiore. Un corpo sicuro a cui stringersi in una silenziosa corsa in moto o la tradizione del mondo culturale di riferimento? Naturalmente la seconda, radicata, forse inestirpabile, rimandata ad oltranza dalle parole del nonno: "siamo noi contro il mondo". E' il rifugio di chi si sente minacciato, giudicato e confinato da sempre. Ma la coscienza di Pio sente che qualcosa stride.

E' la realtà che dà forma alla sceneggiatura e non viceversa.

Nell'enorme distanza relazionale e comunicativa tra nomadi (rom) e nomadi (africani), e tra nomadi (entrambi) e mondo "civile", sedentario, vi è il cinema di Jonas Carpignano, che non altera ma si attiene allo stato attuale, e lampeggia di tanto in tanto la luce dell'intendersi come esseri umani dallo stesso destino.

Commosso.


Pill 189

Non bisogna essere coraggiosi, se si è coraggiosi.

Scrivere è imparare a morire.

Esclusa dal ricordo dell'attimo presente quindi anche dal possibile ricordo di altri attimi.

Non si deve certo dire subito tutto quel che si dice.

Il ricordo dell'attimo equivale alla speranza dell'attimo.

Inspiegabile, come quei luoghi dove si è stati assaliti dall'angoscia riescano ancora a essere tollerabili per gli altri.

Nulla che ricordi anche lontanamente una via di scampo.

La lentezza è la gioia.

Quando piove, il cuorcontento dice: "Prendo l'ombrello ed esco". Chi è triste non può prendere l'ombrello quando piove, e non può non prendere l'ombrello perché non piove.

... e non può non prendere l'ombrello, perché piove, e non può prendere l'ombrello, perché non piove.

Chiarire sempre con se stessi che non si cerca per trovare.

(Ilse Aichinger - Kleist, il muschio, i fagiani, pagg. 98-99. La tartaruga edizioni)

Pill 188

E nulla temo più del giorno in cui dimenticherò che un tempo tutto era diverso. Cerco di richiamare la sensazione che provavo appena andata a letto, quella quiete vibrante, il lento sprofondare nel sonno, ancora senza paura e sena rimorso, e all'alba il risveglio, sola, beata, in armonia con me stessa. Quando dimenticherò la tenerezza che mi inondava il cuore ogni volta che tenevo in braccio Wolfgang.
Sento dei passi sul vialetto di ghiaino, i passi di Richard e quelli piccoli, frettolosi, di Annette. Senza andare alla finestra lo vedo camminare lentamente per non stancarla, la sua mano stringe quella rotonda, infantile di lei, lui risponde con pazienza alle sue domande.
Per un attimo mi trasformo in quella bambina, in un mondo di dolce, sereno calore, per mano a un padre onnipotente e benevolo.
E mentre la carne di Stella si stacca dalle ossa e imbeve le assi della bara, il volto del suo assassino si riflette nel cielo azzurro di innocenti occhi infantili.

(Marlen Haushofer - Abbiamo ucciso Stella e altri racconti, pag. 54. Edizioni e/o)

Pill 187

"Put your hands on me"

Pill 186

Fin dall'infanzia avevo disimparato a vedere le cose con i miei occhi, e avevo scordato che il mondo un tempo era stato giovane, intatto e molto bello e terrificante. Non potevo ritrovare il cammino perduto, non ero più una bambina, non più capace di sentire e vedere come una bambina; eppure la solitudine, per alcuni attimi senza memoria e senza coscienza, mi aveva portato a contemplare ancora una volta l'immenso splendore della vita. Forse gli animali vivono fino alla morte in un mondo di orrori e di incanti. Non possono fuggire e sono costretti a sopportare la realtà fino alla fine. Perfino la loro morte è priva di conforto e di speranza; una vera morte. Anch'io, come tutti gli esseri umani, mi affrettavo continuamente a fuggire, sempre irretita dai miei sogni a occhi aperti. Non avendo visto la morte delle mie bambine, mi mettevo in mente che fossero ancora in vita. Ma ho visto massacrare Lince, ho visto il cervello di Toro riversarsi dal suo cranio spaccato, e ho visto Perla trascinarsi come una cosa invertebrata e dissanguarsi, e continuo a sentire il caldo cuore dei caprioli farsi freddo tra le mie mani.
Quella era la realtà. Poiché ho visto tutto questo e l'ho sentito, mi è difficile sognare a occhi aperti. Nutro una violenta avversione per i sogni a occhi aperti, e sento che in me la speranza si è spenta. Mi fa paura. Non so se riuscirò a sopportare di vivere unicamente con la realtà. Ogni tanto provo a trattarmi come un robot: fai questo, vai là e non dimenticare di fare quest'altro. Ma funziona solo per poco tempo. Sono un pessimo robot, continuo a essere una creatura umana, che pensa e sente, e non riuscirò a perdere quest'abitudine. Perciò siedo qui, ad annotare tutto quello che è successo, e non me ne importa se i topi divoreranno o meno questi appunti. La sola cosa che conta è scrivere, e non esistendo più altri discorsi, devo tener vivo questo monologo senza fine. Sarà l'unica cronaca che mai scriverò, perché quando sarà terminata, in casa non resterà un solo pezzetto di carta sul quale poter scrivere. Già ora tremo, pensando all'attimo in cui dovrò andare a letto. Resterò distesa a occhi aperti fin quando la gatta tornerà a casa, e il suo contatto caldo mi regalerà infine il sonno tanto desiderato. Ma nemmeno allora sarò al sicuro. Quando sono indifesa, possono assalirmi i sogni, i neri sogni della notte.

|...|

Siedo al tavolo e il tempo è fermo. Non lo vedo, non lo sento e non lo intendo, eppure mi circonda da tutti i lati. Il suo silenzio e la sua immobilità sono terrificanti. Salto su, mi precipito fuori casa, tentando di sfuggirgli. Mi do da fare, le cose incalzano, e io dimentico il tempo. E poi, all'improvviso, torna a circondarmi. Forse mi trovo davanti allo chalet a osservare le cornacchie, ed eccolo di nuovo, incorporeo, immobile, che ci trattiene, il prato, le cornacchie e me stessa. Dovrò abituarmi alla sua presenza, alla sua indifferenza e ubiquità. Si estende all'infinito, come un'immensa ragnatela. Miliardi di minuscoli bozzoli pencolano intessuti nei suoi fili, una lucertola stesa al sole, una casa in fiamme, un soldato morente, tutto ciò che è stato e tutto ciò che è. Il tempo è grande, e dispone ancora di altro spazio per nuovi bozzoli. Un'inesorabile rete grigia, nella quale è intrappolato ogni secondo della mia esistenza. Forse mi appare così terrificante perché conserva tutto e non permette a nulla di finire veramente.
Ma se il tempo esiste solo nella mia testa e io non sono l'ultimo essere umano, avrà fine con la mia morte. Il pensiero mi mette di buon umore. Forse ho il potere di uccidere il tempo. La grande rete si strapperà, per precipitare con il suo contenuto nell'oblio. Dovrebbero essermi riconoscenti, ma una volta morta nessuno saprà che ho ucciso il tempo. Questi pensieri, in fondo, sono completamente privi di significato. Le cose semplicemente accadono, e io, come milioni di esseri prima di me, vi cerco un significato, perché la mia vanità m'impedisce di ammettere che l'unico significato di un evento consiste nell'evento stesso. Nessun insetto che io calpesto sbadatamente vedrà in questo avvenimento per lui triste un nesso segreto di portata universale. Si trovava sotto il mio piede nell'attimo in cui lo calcavo in terra; una sensazione di benessere alla luce, un breve, acuto dolore, e il nulla. Solo noi siamo condannati a inseguire un significato che non può esistere. Non so se riuscirò mai ad accettare questa rivelazione. E' difficile abbandonare un'atavica megalomania profondamente radicata. Compiango gli animali, e compiango gli uomini perché vengono gettati in questa vita senza averlo mai richiesto. Gli uomini forse meritano maggior commiserazione perché posseggono giusto quel tanto di giudizio per opporsi al naturale corso delle cose. Ciò li ha resi disperati e cattivi, e poco amabili. Eppure, sarebbe stato possibile vivere diversamente. Non esiste impulso più ragionevole dell'amore. Rende la vita più sopportabile sia all'amante che all'amato. Solo, avremmo dovuto riconoscere che si trattava della nostra unica possibilità, della nostra sola speranza in una vita migliore. Per un esercito infinito di morti, l'unica possibilità dell'essere umano è perduta per sempre. Continuo a pensarci. Non riesco a capire perché dovremmo imboccare la strada sbagliata. So solo che è troppo tardi.

(Marlen Haushofer - La parete, pagg. 182-183; 204-205. Edizioni e/o)