Le luci della sera (di Aki Kaurismäki, 2006)

E' lo sguardo di un ragazzo di colore la testimonianza dell'esistenza di Koistinen. Assiste al primo pestaggio avvenuto per aver osato rendere giustizia a un cane "legato da una settimana" ad un palo (gli energumeni squadristi sprovvisti di intelletto sono una costante nei film del regista) e successivamente al regolamento di conti col gangster. Comprende indole e azioni del protagonista tanto che alla fine proprio lui sarà in possesso del cane e chiamerà la proprietaria del chiosco per soccorrere Koistinen.
Vite emarginate e solitarie nel solco della tradizione di Chaplin e del melodramma, con quella lieve nota di speranza (l'intreccio delle mani solitarie e non più solitarie) che in un breve, conclusivo accenno esprime tutta la potenza evocativa taciuta e soffocata per l'intero corso del film.
Meravigliosa la sequenza in cui Koistinen si reca da Aila e le dice di avere un'amica e di averla portata a guardare un film d'azione al cinema (in realtà Koistinen per tutto il tempo nella sala ha osservato Mirja), e Aila lo congeda e resta sola: la camera distante per alcuni secondi la ritrae immobile, e i neon si spengono con rassegnazione. Impossibile che Mirja possa mutare (un po' come Eugen ne Il diritto del più forte), mentre Aila e Koistinen sono i veri protagonisti, gli ultimi, e Aila non smette mai di sperare in lui neanche quando dopo la scarcerazione Koistinen la congeda con freddezza. Mirja è spietata, fredda, incapace di empatia. Sente che non è giusto ciò che compie ma l'accetta passivamente senza opporvisi. Non vuol vedere, per lei le città sono tutte uguali. La sua redenzione è irrealizzabile malgrado le varie opportunità di cui dispone. Resta nel suo mondo in cui passa l'aspirapolvere sul tappeto mentre il gangster si sputtana i soldi rubati a poker.

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