Il mercante delle quattro stagioni (di Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Germania ovest del dopoguerra. Il miracolo economico di Adenauer offre personaggi in rampa di lancio, persino nell'illusoria condizione di benessere che le classi più basse riescono a raggiungere. E' un apparente status quo. Resta la suddivisione sociale, anzi è più evidente. Il distacco e l'incapacità, l'impossibilità di trovare una collocazione identitaria risiedono proprio nella situazione stridente in cui benessere materiale e valori umani e sociali non crescono di pari passo. 
Il regista amava trasporre i suoi film negli anni '50 per tracciare un'origine dei suoi anni '70, anche se non l'ha fatto spesso, in fin dei conti (Veronika Voss, l'epilogo della sua Maria Braun forse gli esempi più celebri). Con Il mercante delle quattro stagioni inaugura la sua nuova casa di produzione, Tango, e realizza uno dei suoi primi melodrammi. 
Lontano da contaminazioni e sperimentazioni filmiche dei film precedenti, Il mercante delle quattro stagioni recupera la forma lineare del melodramma, semplice, senza iperboli eccetto un ricorso saltuario (per fortuna) al flashback, non sempre convincente. 
Tra le carenze troviamo anche un ritmo non ancora sincrono all'emotività, e qualche sequenza claudicante nella messinscena (la grottesca sequenza in cui Hans picchia sua moglie e la figlia Renate si unisce al groviglio di corpi). 
I nomi dei personaggi principali sono gli stessi degli attori, ciò rammenta che spesso Fassbinder sceglieva prima gli attori, e i personaggi vi si adattavano, e non viceversa. Il suo Hans è sgradevole e non suscita empatia, era un poliziotto non irreprensibile, poi un marito e un padre distaccato, ma è anche un bambino che non ha trovato conforto in una madre devota, dura e anaffettiva, giudicante e ignorante. L'amore quello vero è impossibile (Ingrid Caven) perché è di diversa estrazione sociale, e il suo lavoro lo identifica, e quando riesce a trovare qualcuno che lo svolga al suo posto, diventando dunque un datore di lavoro, la sua identità si smarrisce. 
Rifiuta la donna che amava e che ora cerca di sedurlo, e ciò è eloquente. Il rapporto con sua moglie non è mai decollato, aveva paura della solitudine, per questo l'aveva rivendicata a tutti i costi dopo la rottura. 
L'infarto non ha aiutato la situazione, ricompattando in superficie una situazione insanabile solo per un richiamo al dovere sociale, alla vergogna di abbandonare un tetto coniugale dopo la malattia del coniuge. 
Che Hans sia una pedina di scambio sociale lo testimonia l'ultima, raggelante sequenza. In questo quadro di destabilizzante e anonima rete di scambi, nemmeno l'amicizia e la famiglia vengono messe in luce come fonte di rassicurazione. 
Come detto la madre è l'archetipo della mater familias pronta a rivendicare la propria ottusa concezione di vita e squalifica il figlio che svolge il lavoro più umile solo in base alla propria posizione nella gerarchia sociale. Del resto, la primissima sequenza aveva introdotto ed esemplificato il profilo di questa donna. La sorella Heidi sembra assoggettata ad un marito che rappresenta la controfigura di Hans. Kurt (Raab) è un giornalista che accetta di scrivere per una testata che ha idee diverse dalle proprie, pur di raggiungere il suo agognato gradino. Solo Anna (Hanna Schygulla) è affine al fratello, lo manifesta in almeno due occasioni in famiglia, smascherando l'ipocrisia verso Hans. Nemmeno lei tuttavia riesce ad aiutarlo. 
Gli amici restano imbambolati, che si tratti del racconto ebbro relativo al rapporto con le donne dell'inizio del film, o dell'altrettanto sbronzo discorso finale. Lucidamente consapevoli ma inermi, incapaci di un sostegno e persino di una parola. E lo stesso Harry fin dai primi segni di depressione dell' "amico" non sembra tanto interessato a capire cosa accada, quanto a supplirne il ruolo di padre (i compiti di Renate: a proposito, non è un caso che la bambina esponga i suoi problemi di matematica come curioso, metaforico rapporto con i problemi esistenziali). 
Irmgard (la Hermann in uno dei suoi ruoli più intensi, e anche più osè) è la moglie che nessuno vorrebbe, ma è solo una concausa del declino di Hans. 
In Warum läuft Herr R. Amok? il tragico epilogo lasciava supporre ma non manifestava con chiarezza, mentre ne Il mercante delle quattro stagioni le ragioni della depressione sono evidenti, fin troppo (l'ultimo flashback della tortura in Marocco mi sembra eccessivo, ridondante). 
A parte qualche rara concessione enfatica il film è una rappresentazione intima e coerente di un'esistenza imprigionata non tanto dalla coppia, dal ruolo sociale e dalla famiglia, che in quel preciso momento storico erano fortemente oggetto di discussione, quanto dal valore umano che si celava dietro quella stilizzazione dell'identità, ed è con questa riflessione che il film resta attuale in un contesto moderno dove rigidità sociali restano immutate in camaleontiche nuove forme di logico e asettico assestamento esistenziale.

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