Zefir (di Belma Baş, 2010)

Bambini radunati attorno ad un fuoco che brilla nella notte. Si sdrammatizza sulla morte, e nel silenzio della mancanza di risposte su ciò che avviene oltre quel momento decisivo, la madre di Zefir è colta implacabilmente nel suo sguardo sgomento. Che il suo "andar via" manifestato ai genitori e a sua figlia non sia legato ad un'esperienza di vita, ma di malattia e morte imminente?
Belma Baş ci lascia il dubbio, proiettandoci in un mondo in cui i segreti della vita non vengono rivelati se non in una prospettiva naturale e inevitabile. I cicli vitali di fiori, piante e animali intrecciano strane corrispondenze con quelli umani, l'allevamento e l'agricoltura sono fonte di nutrimento come lo è il latte materno, e Zefir, senza alcuna spiegazione delle scelte della madre (donna incapace di spiegare, indipendentemente da cosa), richiama a sé il diritto primordiale ad esistere solo in funzione dell'attaccamento materno. 
Ciò che colpisce è uno sguardo cinematografico che quasi si fonde con quello di un etologo, focalizzato sull'agire umano e animale in un continuo parallelo che conduce progressivamente a limarne le distanze e a identificarne le somiglianze, in un ambiente privo di qualsiasi contaminazione come quello di un villaggio dell'Anatolia orientale. E così la madre e la mucca oltre a condividere la simbologia di vita finiscono per condividere anche la stessa morte. 
Estremo e audace, è un film dai colori vividi e ammalianti, che più che per il rapporto madre-figlia colpisce per i rituali di vita e morte: la sepoltura, in particolare, contraddistinta sia da dedizione doverosa che pace donata e raggiunta.

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