Pill 184

Ha passato giorni brutti, non è dir troppo. E' risanata. Non sa - come molti di noi non sanno - quale ardimento psichico le sia stato necessario per guardare, giorno per giorno, un'altra volta in faccia questa vita, senza ingannare se stessa o lasciarsi ingannare. Forse in seguito apparirà chiaro che da tale ardimento psichico d'innumerevoli persone comuni è dipesa la sorte dei posteri - per un lungo, grave, minaccioso e fiducioso momento storico.
Così, Rita sta di nuovo alla finestra della sua mansarda. Con gesti abituali tira la tenda, apre la finestra (oh, questo sentore di autunno e di fumo!), appoggia il braccio sul telaio superiore della finestra e vi posa sopra la testa: una catena scorrevole di movimenti lungo la quale, com'è inevitabile, ella riporta alla luce pensieri interrotti lì, da lungo tempo.
Proprio come in quella giornata di agosto, non poi tanto lontana, riscopre che i salici sulla riva opposta da anni vengono spinti dal vento tutti nella medesima direzione - cioè verso l'interno - e crede persino di riudire il fischio della locomotiva, che allora le scalfì l'orecchio.
Oggi le sembra che, dopo, non le sia riuscito di riudire per l'intera giornata null'altro se non quel fischio. Ricorda bene di essersi creduta perseguitata dallo sguardo atrocemente indifferente di una qualche ineludibile istanza. Allora, non era separata da Manfred da più di tre settimane, e capì che le grandi coppie d'amanti create dai poeti, nel darsi in braccio alla morte non retrocedevano davanti alla separazione, bensì davanti all'ottuso ritorno alla mediocrità quotidiana. Una prosaicità plumbea le paralizzava le membra, le abbatteva lo spirito, le svuotava la volontà. Il cerchio delle certezze, prima incommensurabilmente vasto, si restringeva in modo doloroso. Con passo cauto lei lo percorreva, aspettandosi sempre nuovi cedimenti. Che cosa avrebbe resistito?
Quel fischio di locomotiva attirava a sé ogni capacità vitale, che allora vi fosse ancora in lei. Oggi, non indietreggia più atterrita dal riconoscere come non fosse stato casuale il momento e il luogo del suo crollo. Vede ancora le due pesanti vetture verdi avvicinarsi, inarrestabili, placide, sicure. Puntano proprio su di me, notò lei, pur sapendo contemporaneamente che stava attentando alla propria vita. Inconsciamente, si permise un ultimo tentativo di fuga: non più per disperato amore, bensì per la disperazione che l'amore sia caduco come qualsiasi altra cosa.
Perciò pianse quando si riebbe dallo svenimento. Sapeva di esser salva e piangeva. Oggi, prova quasi un'avversione a immaginarsi di nuovo in quel suo morboso stato d'animo. Lasciando fare al tempo il suo lavoro, ha riacquistato l'immensa forza di poter chiamare le cose col loro vero nome.

(Christa Wolf - Il cielo diviso, pagg. 212-213. Edizioni e/o)

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