Pill 183

A fine febbraio di quest'anno ho rivisto dopo tanto tempo Fuoco fatuo di Louis Malle. Non mi ha entusiasmato come la prima volta. Com'ero giovane e acerbo. E come lo era Malle, in fondo. Dialoghi letterari e artificiosi, a volte si ha quasi l'impressione che tutto sia finto, inverosimile, negli atteggiamenti delle persone “vicine” al protagonista. Rileggevo ciò che avevo scritto sul film anni fa e mi ritrovo con l'assoluta distanza tra me e il protagonista. Non riesco a riconoscermi con lui, così pessimista e distante da tutto: cose, persone. Però lo rispetto, e provo un forte dispiacere per questa sua incapacità di afferrare ciò che lo circonda.
Di tutto il film mi ha emozionato una scena in particolare, che non ricordavo: Ronet seduto in un caffè, osserva la vita che scorre. Donne, uomini, azioni abitudinarie, sguardi che offrono possibili scenari immaginari di vita. Dov'è finita la fantasia, l'aspettativa? Un uomo compie un piccolo, ridicolo furto, si guardano, e lui non riesce più a giudicare, a partecipare a quel gesto. Alieno rispetto al contesto. Una ragazza lo guarda, ammicca, lui è impenetrabile. Beve, torna a bere dopo molti mesi, consapevole che ormai manca poco. E' un atto che sancisce la sua distanza ormai incontestabile. Chiude gli occhi, reclina la testa. Attorno c'è vita. Comincia a camminare, bambini chiassosi lo attraversano, lo trapassano. Lui, lontano. Come si può essere così lontani? Una visione che mi spaventa e mi nutre all'unisono. Ad emozionarmi è stata la bellezza di quel contesto, e come il Cinema sia riuscito a cogliere la lacerazione.

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