Lord Belial - Enter the moonlight gate (1997)

E' il secondo album dei Lord Belial, il loro acuto. La band è migliorata tecnicamente rispetto all'esordio e in Enter the moonlight gate definisce il suono spingendolo maggiormente verso il black metal melodico. L'influenza di Storm of the light's bane dei Dissection, uscito sei mesi prima delle registrazioni, è evidente non solo sul piano musicale ma anche visivo: confrontare il retro del CD e le foto delle band per farsene un'idea.

Ma al tempo stesso non è corretto sostenere che i Lord Belial fossero (solo) derivativi. Avevano un proprio stile distinguibile per una serie di peculiarità che persistono dai tempi del bellissimo Kiss the goat. L'utilizzo del flauto non era così scontato e non credo fosse un'eredità. Sia a livello di produzione che di composizione il gruppo su Enter the moonlight gate opera un salto di qualità. Vassago è il timoniere con i suoi spunti melodici ("celebre" l'assolo su Lamia), uso di tapping, uno splendido intermezzo acustico quale è Forlorn in silence. Il campionario delle frecce a disposizione è ampliato anche mediante l'utilizzo del basso distorto (l'apertura di Unholy spell of Lilith è micidiale) e di una combinazione tale tra gli strumenti capace di creare un suono atmosferico e sognante senza tastiere, arricchito da una voce femminile che trova un po' più spazio e dal ricorso all'acustica utilizzata contemporaneamente all'elettrica con quell'effetto stile Soulreaper (chiaro riferimento) dei menzionati Dissection.

Il suono delle chitarre è una meraviglia per le orecchie (Studio Fredman), i riff sono ispiratissimi. Si respira aria di stato di grazia, sonora si intende.

Lamia è la "ballad" come lo era Where dead angels lie, ma è altrettanto udibile l'eco di Vittra dei Naglfar: si prenda ad esempio Black Winter Blood-bath. La title-track ha un crescendo vertiginoso, Lamia è il manifesto della band e io ogni volta non vedo l'ora giunga Realm of thousand burning souls: il mio brano preferito del gruppo, il più lungo e articolato, con una parte finale potente in cui Thomas offre la sua interpretazione migliore (rispetto al cantato stile Marduk di Opus Nocturne, in questo disco ha provato ad osare qualcosa in più) e sembra davvero di assistere al coro agonizzante degli angeli che silenziosamente scompare.



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