Dieci (di Abbas Kiarostami, 2002)

Una camera fissa su un cruscotto, i volti della donna al volante e dei suoi passeggeri. 
Tecnicamente il dodicesimo lungometraggio di Abbas Kiarostami è tutto qua. E' costato "l'equivalente del costo di 10 fotogrammi di Guerre Stellari".
Il contenuto è una riflessione sulla società e sull'universo a partire dalla prospettiva di una donna che interpreta sé stessa, Mania Akbari. Dieci frammenti della sua vita al volante della propria auto, dialoghi che avvengono con naturalezza come se fosse un documentario ma c'è una sceneggiatura vera e propria scritta dal regista (precorre Taxi Teheran del suo allievo Jafar Panahi). Considerando la carriera artistica successiva della Akbari, che ne ha girato anche un sequel, sembra esserci una decisa unità d'intenti. Divorziata, risposata, emancipata, un figlio di dieci anni. La sua vita emerge tramite i dialoghi serrati e concitati con il figlio, con sua sorella, con un'amica, e altre donne che incontra a volte casualmente. E' vorace di vissuti altrui, Mania, tanto da sfiorare l'indiscrezione a tratti, ma quando chi è con lei si apre emerge il suo desiderio genuino e privo di giudizio di condividere pensieri e emozioni tra donne. E' solidale e non nasconde ciò che pensa anche a costo di un litigio. I dialoghi con il figlio Amin, che in fondo non vuole altro che far visita alla nonna, costituiscono il leitmotiv del film pur caratterizzati da conflittualità perenne, prendono sempre una piega ironica per via del divario generazionale e gioca irresistibilmente sull'ironia insita a priori in un dialogo cercato e ostinato tra una donna adulta e un bambino di dieci anni su temi anche di una certa consistenza come i rapporti umani, la verità e la bugia e soprattutto il ruolo di una donna e di una madre. Amin suscita una calda tenerezza per la sua vita già più adulta, dissociata in tenera età tra una madre che si risposa e un padre che si è comunque rifatto una vita diversa da quella precedente al divorzio.
Negli intervalli tra i dialoghi madre-figlio il film prende quota passando a registri diversi tutti al femminile: l'anziana devota e l'amica che piange sono alternativamente fonte di ironia e drammaticità, il dialogo con la prostituta un tabù che si spezza, e il film raggiunge uno dei suoi momenti più piacevoli per lo stile asciutto, totalmente svuotato di qualsiasi tono enfatico o morale, esattamente ciò che mi richiama maggiormente alla consapevolezza di stare assistendo ad un film di Kiarostami.

Menzione a parte merita il momento più toccante, la penultima "sequenza", definiamola così, ovvero il secondo dialogo con la donna conosciuta fuori dal santuario. 
Inizialmente restia a raccontarsi, adesso questa donna pacata e taciturna si svela in tutti i sensi. Racconta della suo desiderio ingenuo ma vulnerabile, figlia di una solitudine e di una semplicità esistenziale a cui non riesce a reagire o che non riesce ad ampliare.
"Siamo destinate a perdere", riflette Mania con la sua fragilissima nuova amica. Le ha fatto slacciare l'hijab che serrava la testa in segno di vergogna, ed sono stati svelati una scelta coraggiosa e ribelle, un desiderio, una fragilità, un essere e un apparire, lacrime che parole non sanno, non possono spiegare. Si sente meglio la donna, ad aver condiviso tutto ciò con chi l'ha saputa far rivelare senza invasione. Un'afasica, pudica condivisione al femminile tra riso e pianto. Si libera e si riconosce finalmente anche attraverso lo sguardo e la presenza fisica di Mania.

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