Pill 179

Una settimana fa, lunedì, ho girato tre agenzie, ho accettato il primo impiego per il quale ho fatto il colloquio martedì – più ore di quelle che volevo, paga bassa, ma con il vantaggio di un lavoro affascinante che non mi porto a casa – trascrivo a macchina le cartelle della clinica psichiatrica al Massachussets General, rispondo al telefono, tengo i contatti e organizzo uno staff di venticinque medici e un continuo viavai di pazienti – non sono ancora abituata e mi sfinisce, ma offre alla mia giornata e a quella di Ted uno schema oggettivo. Ho riavuto indietro alcune poesie che mi parevano "perfette" per il 'New Yorker' e non ho trovato né il tempo né la forza di rimuginarci su – o di scrivere! Ma immagino che il lavoro mi faccia bene – ogni desiderio di andare in analisi io stessa, a parte le occasionali fugaci apparizioni del mio uccello del panico, va scemando. Paradossalmente, la visione quotidiana e obiettiva che mi arriva attraverso le cartelle di pazienti disturbati rende obiettiva la visione che ho di me. Cercherò di incastrare la scrittura in questa routine – per espanderla. Grazie a questo lavoro ho la sensazione che tutte le mie percezioni e la mia comprensione per il prossimo si siano approfondite e arricchite: come se il mio desiderio fosse stato esaudito e le anime degli abitanti di Boston si spalancassero, permettendomi di leggerle a fondo. Una donna, oggi – grassa, spaventata dalla morte -, ha sognato tre cose: il padre morto, l'amica morta (di parto, febbre reumatica), il proprio funerale – lei nella bara e anche tra la gente a piangere. Il figlio che cade per le scale e si rompe la testa, che beve veleno (DDT) – la madre che arde viva nella casa che esplode. Paura, il dio maggiore: paura degli ascensori, dei serpenti, della solitudine – poesie sulle facce della paura. Annotazione interessante dal Diario dell'anno della peste di Defoe:

"...era opinione di altri che si potesse identificarla |la peste| facendo alitare l'infermo su un pezzzo di vetro, sicché l'alito che lì si condensava avrebbe, attraverso un microscopio, permesso la visione di organismi viventi dalle forme strane, mostruose e spaventevoli, intollerabili alla vista, quali draghi, serpenti, serpi e demoni."


Non tralasciare "le chimere" della mente malata.


Annotazioni ospedaliere

Venticinquenne, sposata due volte, un divorzio, madre di tre figli. "Li odio, i miei figli". Paura del buio. Dorme vestita. Lavoro: polleria. Eviscera polli. Ama il lavoro, ha una vera passione per i polli, riesce a mangiarli crudi. Ama i maccheroni. Ne mangia mezzo chilo pulito in una volta. Chiede continuamente più roba da mangiare alla madre.

Laura R.: capelli tinti di arancione acceso. Guardarobiera. Posa nuda per un fotografo. Amica lesbica.

Dorothy S.: incubo: vedeva la sua testa amputata, ma attaccata per la pelle.

Mary M.: sogno: lavorava al capezzale di un tizio che somigliava a un vecchio paziente di mezza età con famiglia, molto affettuoso con lei ma sempre nei limiti. Nel sogno, in camera da letto, apriva il ripostiglio, guardava nella sacca del bucato e ci trovava cinque teste. Quattro di bambini che non riusciva a identificare. La quinta era quella della madre come se la ricordava da piccola.

Legata a un uomo con un occhio di vetro. Quattro anni fa: il cane del vicino abbaiava tutta la notte nel cortile e, insieme al rumore, era in aumento anche la popolazione cittadina. Grazie agli sforzi del marito, niente più cani in città... Incapace di vedere l'insonnia come il risultato di sue tensioni interiori, continua a prendersela con i cani del vicinato. (Ho idea di avere per le mani una schizofrenica).

Spero P.: 34 anni. Bianco, celibe, direttore di scuola elementare. Paura di asfissia e morte. Incapace di mantenere una relazione seria con una ragazza se si parla di matrimonio. Profondamente assorbito dall'odio per sua madre. La insulta, definendola una vecchia vanitosa, disumana, lussuriosa, severa, testarda, disgustosa che gli somministrava sonore strigliate da bambino. Paura di essere impotente. Afferma di riuscire bene in tutto e di poterlo dimostrare a chiunque. Capace di distruggere chiunque in una discussione.

Edward C.: crisi sporadiche in cui sente di non essere se stesso. Prova un senso di irrealtà. Se guarda la TV crede di essere quello che crea tutto. Una volta c'è stato un uragano e quando è passato lui ha capito di essere stato l'artefice sia dell'uragano sia dei danni conseguenti.

Barbara H.: sentiva qualcosa che le si muoveva nella pancia. Poteva trasformarsi in un animale o restare incinta e partorire cuccioli. Trasformata in un mulo o in un cavallo. Pensava che le stesse crescendo la peluria sulla faccia. Trentacinque anni, sposata, bianca.

Per Philomena T. tutto deve essere perfetto: mentre preparava un dolce ha scoperto di aver dimenticato un ingrediente. Impazzita, si è strappata i capelli, ha battuto i pugni contro il muro straziandosi le mani.

Lilian J.: 68 anni. Convinzione ossessiva e affascinante di essere incinta. Un fidanzato (52 anni) negli ultimi 30 anni. Non intende sposarlo. Giochi sessuali. Il marito (il primo) muore di TBC dopo 6 anni di matrimonio. Pensione di 11 stanze a conduzione familiare.

Edison F.: un grande complotto senza fine. Rapito nel sonno – "mi hanno messo alla monta". Produce una quantità di documenti per comprovare la sua esistenza. Certificato di nascita. Certificati elettorali e di naturalizzazione.

John M.: meccanico. Operaio specializzato per la Newton Ball Bearing, disinfestatore per la New England City Ice Co. Incubo: granello di sabbia sul petto, che cresce e raggiunge le dimensioni di una casa. Senso di soffocamento, oppressione.

Frank S.: "Mi sento colpevole per il mio 'malanimo sociale' ". Colloca all'origine del malessere la lettura dell'Uomo in rivolta di Camus. Sente di aver ferito a morte, con occhiate minacciose e sdegnate, persone emotivamente vulnerabili. In Germania provava il desiderio di colpire o punire i tedeschi. Lo faceva fissando minacciosamente i passanti. In quel periodo sentiva di avere una personalità più magnetica e forte di quella di molti altri.


(Sylvia PlathDiari. Pagg. 315-317. Adelphi editore)

Turks fruit (di Paul Verhoeven, 1973)

Li rincorriamo a lungo, Erik e Olga, in un folle ricevimento, in auto, in bicicletta, alle giostre e persino al matrimonio, in spiaggia e in città, una vita ingurgitata voracemente come gli zuccherosissimi dolcetti turchi, l'amore fino in fondo che oltrepassa la convenzione, gli obblighi, la cerebralità e anche la morale di chi assiste perché lo spettatore viene spogliato di ogni becero conformismo visivo e accompagnato nel mistero di un sentimento illogico, impulsivo, spietato e bambino, primordiale e straripante, ma tenero caldo pulsante e vitale.
Non ci sono persone più belle di due scapestrati, folli, così fuori da tutto il mondo eppure così ebbri di amore, che conoscono la libertà come valore più intimo e si arrendono alla malattia e alla morte con dignità.
Olga se ne va in penombra, senza clamore; Erik afasico e innamorato le è accanto in un'alba che è la stessa in cui quell'uccello, prima ferito e poi accudito, è stato infine lasciato libero di volare nel silenzio di una spiaggia deserta.

Pill 178

La solitudine è una verità dimenticata della comunicazione; nel senso che non c'è comunicazione autentica senza la presenza di una solitudine interiore: di una riflessione palpitante di vita che dia ali alle parole, e le riempia di silenzio, e di contemplazione.
La solitudine nasce dalla interiorità e dalla soggettività di ciascuno di noi; ed è, in fondo, uno stato dell'anima che si costituisce come il momento diastolico della vita. La solitudine non è solo desiderio di relazione, nostalgia acuta di relazione, ma è anche dimensione costitutiva di ogni relazione che intenda fondarsi sull'alterità e sulla comunione. (Ovviamente, non sto parlando di una comunicazione leggera e banale, quotidiana e anonima, ma di una comunicazione esistenziale).
La solitudine e il silenzio sono esperienze interiori che aiutano a vivere meglio la vita di ogni giorno; facendoci distinguere le cose essenziali da quelle che non lo sono, e che siamo non di rado tentati di sopravvalutare nel loro significato. Certo, rientrando nella nostra vita interiore, nella solitudine e nel silenzio, avvertiamo l'importanza della riflessione e della meditazione, della generosità e della carità, delle attese e delle speranze, alle quali ispirare i nostri pensieri e le nostre azioni. Solo così ci sarà possible sfuggire al richiamo della noncuranza e della indifferenza, dell'egoismo e della mancanza di amore, che non ci consentono di realizzare i valori autentici della vita: quelli della donazione e della comunione, della partecipazione al destino degli altri e della immedesimazione nella sofferenza, e nella gioia, degli altri. Sono valori che si riconoscono nei loro orizzonti di senso solo se riusciamo a isolarci temporaneamente dal mondo, e a rientrare nel cuore di una solitudine che sia solitudine creatrice: solitudine aperta al mondo.

(Eugenio Borgna, Parlarsi – Le parole che ci salvano, pagg. 99-100. Einaudi editore)



Pill 177