Pandora'nin kutusu (di Yeşim Ustaoğlu, 2008)

Dal villaggio sul Mar Nero alla città - periferia di Istanbul; la montagna e i sentieri da un lato, i casermoni e la fatiscenza dall'altro; un vaso scoperchiato, la malattia degenerativa, è lo specchio delle vite di tutti coloro che ruotano attorno a Nesrut, la grande madre. Catalizzatrice e oggetto misterioso che sfugge, non ha memoria, così come non hanno memoria i figli, chi per un motivo chi per un altro, e il film ruota su questo continuo, ossessivo parallelo che rivela la frattura sociale e intima dei legami. Abbandonata da ragazza, sola e indifesa, parti dolorosi e odiosi, Nesrut è aliena in una società aliena, una responsabilità e un ingombro specie per chi ha altre preoccupazioni, altre interdizioni esistenziali. Non è il caso di Murat, il nipote scapestrato che come lei è ai margini del mondo, Murat l'eremita che si identifica con lei, o forse non ha bisogno di troppe domande, agisce e basta, e lo fa con l'ingenua consonanza che soffia, vitale, indispensabile, nel recupero del desiderio più intimo dell'essere umano: la propria dimensione. Murat che vaga per una città aliena, paradossalmente, si lascia guidare da chi ormai degradata cognitivamente non ha smarrito la propria salda, indomabile, ostinata vocazione alla propria storia. E' come vedere Ozu trasposto nella feroce quotidianità della società turca, la classe media dove domina la paura, le voci stridule, i toni alti, austeri e violenti, famiglie piccolo borghesi logore, la frenesia del vivere, l'indolenza. Per contro una tradizione rurale da cui poter attingere significati ormai rifiutati e abbandonati, come chi vi vive. Quel sangue che pulsa nelle vene di Murat nuovo, inaspettato e quasi viscerale, è analogamente la dolcezza di chi ci ricorda qualcosa. Un destino comune, la tenerezza e la naturalezza di un panino morso a turno, di un focolare da rianimare. Una montagna da scalare da fondo a cima, senza più timore: nemmeno la morte fa più paura quando si ha la possibilità di scappare verso il luogo che ci appartiene a vita.

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