Araf (di Yeşim Ustaoğlu, 2012)

Le vite di Zehra e Olgun, incompatibili in un dilatatissimo purgatorio.
Vite sospese in una bolla esilissima con due spinte differenti per romperla e fuoriuscire: verso il mondo per Zehra, verso sè stesso per Olgun.
Vite che sfociano nell'illegalità per atti osceni e violenti, perché il tradimento dei sogni irrealizzabili è la forma di rifiuto più dolorosa e inaccettabile.
Una madre sceglie sè stessa senza avere la forza di comunicarlo al figlio, e "la cosa più bella mai accaduta" si "macchia" di un rapporto sessuale con un altro uomo.
Analogamente, il frutto del rapporto sessuale coincide non con una nuova vita, ma con la disillusione. La vita deve morire, e muore, e come ci si sente? Sporca, sola, omicida, un volto perso in un bianco accecante, adimensionale. Zehra cercava solo un amore capace di alimentare il sogno di evadere.
Le mura domestiche di Olgun, sporche, violente, inaffrontabili, scene dipinte con tatto e fervore, ma anche il rudimentale esistere della madre di Zehra: patriarcato e matriarcato, parole assenti, quelle in casa di Olgun, quelle tra Zehra e il camionista che non si pronuncerà mai in tutto il film, tanto nella castità della prima notte quanto negli incontri clandestini. E Zehra è illusa e disillusa dalla sua amica avvezza al mondo agli uomini e al dolore del divenire madre, nel purgatorio, e Zehra ripiega amaramente perché ora c'è anche l'aborto come trauma esistenziale, ora lei e Olgun saranno legati l'uno all'altro in un contesto paradossale come il carcere, così come aliena è la telecamera che finalmente accoglie il sogno di Olgun di apparire davanti al mondo. Non è un quiz, bensì la sua vita, non è un gioco, è la sua realtà distorta, ormai accettata, ineludibile.
La rassegnazione pervade questo piccolo grande ritratto di adolescenze di una provincia fredda e fuori dal mondo, ma quegli sguardi, quella sofferenza che la regista coglie e ci regala ce le fa sentire così terribilmente vicine, e a tratti il film è disarmante nei selvaggi contrasti che riesce a descrivere; immagini potentissime, più pulite e avvolgenti di qualsiasi betoniera che rumorosamente finge di colmare il vuoto creato da chi le guida.

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