Kader (di Zeki Demirkubuz, 2006)

Prequel di Masumiyet, un film sulla solitudine dei due protagonisti Bekir e Ugur. I sentimenti piacevoli sono sepolti da tempo: per Ugur un legame ritenuto “indissolubile” per uno di quei criminali autentici, che ha una facilità nel dare la morte ad altri al pari di altre azioni “ordinarie”, mentre per Bekir un'anaffettività che ha radici lontane, sconosciute. Per entrambi un equilibrio irrealizzabile a priori, sono servi del “loro” destino, una riformulazione del concetto, in verità, un inferno non solo a cui arrendersi, ma da alimentare con sofferenza, frustrazione, pane quotidiano della Turchia che Demirkubuz descrive, un paese senza pace.
E' proprio Bekir a definirlo “kader”, destino, questo legame con la distruzione che si dipana come filo conduttore del contatto tra i personaggi. Una strana accezione che sintetizza l'onnipotenza e la vulnerabilità all'unisono: l'uomo ma sarebbe più appropriato "il maschio" diviso tra una profonda incapacità comunicativa e un'oppressione di affermarsi, che è più “facile” attraverso la distruzione, l'ossessione, guidate a loro volta dalla concezione che una donna deve essere posseduta. C'è un macigno che grava su queste esistenze e ne determina le coordinate, e alla rivendicazione della libertà di Ugur la risposta sarà sempre “sei una puttana”, sullo stesso piano di “sei l'amore della mia vita”. L'amore è stato sostituito già da tempo, nell'universo soffocante delle metropoli dei film di Demirkubuz (qui Istanbul, in Masumiyet Ankara) e quando Bekir mangia l'asfalto con la sua auto per raggiungere ovunque Ugur, ci viene restituito il vero corso di questa parabola discendente, in un tempo che non importa affrontare, perché in questa narrazione è sostituito dai cambiamenti del personaggio protagonista: la barba cresce, poi viene tagliata, le cicatrici non visibili, il racconto di un amico ad altri ragazzi, la parlata più sciolta e volgare. E' l'ossessione il centro, la costante del tempo filmico, non gli anni, e i debiti, il passaggio di denaro, non sono visibili ma sono nei discorsi, come strumento di appartenenza, di incentivo alle azioni. Parallelamente Zagor, tratteggiato pochissimo, quel tanto che basta per sapere che è una di quelle persone che non si fermerebbero dinanzi a nulla, sembra un catalizzatore oscuro del malessere che a sua volta rimanda. La scena dell'accoltellamento di Cevat è di una sospensione dolorosa: i volti, il sudore, la tensione palpabile. La camera, magistralmente impennata sugli sguardi, scende dopo secondi che sembrano minuti, e ci accorgiamo di cosa sia accaduto tra quei corpi contratti, come una sentenza attesa: è la morte, all'arma bianca, una morte cruda e paralizzante. Una violenza primitiva: se non ci fossero armi da fuoco questi turchi si scannerebbero a mani nude ogni giorno, e le donne in un angolo, sofferenti, spaventate, tra cui i caratteri ribelli come Ugur per rivendicare il diritto a esistere assumono quelle sembianze luciferine, Ugur che chiama sua figlia çilem, “la mia sofferenza”, e per difendere il suo autoimposto e ossessivo diritto di far visita a Zagor accoltella il padre di sua figlia.
Spaventa la lucida consapevolezza di Bekir, che identifica la sua vita come missione al servizio della sua ossessione, anche a costo di morire per mano propria (quando si taglia le vene ho provato un glaciale senso di smarrimento), o per mano altrui (viene colpito quasi mortalmente da proiettili di pistola da un amico di Zagor, una sequenza che ricorda un gangster movie per rapidità ed efferatezza, in cui la morte sembra così scontata).
C'è un'altra sequenza che mi ha impressionato, in questo film sulla mancanza del valore che si dà alla vita, ossia il litigio violento tra Ugur e la madre, con camera distante dai corpi: l'inferno domestico, la porta come simbolo del varco, l'altro figlio che cerca di intervenire, le lacrime, le ginocchia a terra, i vestiti messi a dura prova, e una figlia che picchia con forza (colpi reali?) la testa di una madre fa sempre effetto, perché in questo inferno sulla terra i ruoli o sono pareggiati, stravolti e dilaniati da pulsioni interiori che fanno da contrappeso a oppressioni esterne, o al contrario (ma in un certo senso, coerentemente) sono morbosamente rivendicati: si veda il fratello di Cevat vittima di bullismo da pederasti, difeso anche a costo di scatenare una volgare rissa, senza mediazione, senza ascoltare versioni dei fatti. La violenza prevenuta, gratuita, becera, pagata a caro prezzo da Cevat.
E' un universo primitivo, e cosa resta lo sappiamo guardando l'epilogo amaro di Masumiyet, dove çilem che cresce imboccata mentre guarda immagini di orrore nei telegiornali, verrà presa per mano e accudita da un uomo che avrebbe preferito la sicurezza del carcere alla libertà, questa sconosciuta, di cui non sapeva che farsene. La sospensione finale di Kader non promette nulla di incoraggiante, e Ufuk Bayraktar è un attore eccellente nel dipingere sul proprio volto muto, impassibile come nella prima scena del film, un vuoto spaventoso.

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