Cuori puri (di Roberto De Paolis, 2017)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

I cuori puri sono Agnese e Stefano, i Myskin del nostro tempo, ma sull'altro fronte potrebbero essere coloro che perseverano a indottrinare e a dividere nettamente, a sancire contrapposizioni tra l'Io e gli altri, rifuggendo nelle convinzioni e nelle scelte conseguenti tutto ciò che li possa sporcare. Agnese e Stefano scelgono il coraggio della contaminazione, scoprendo che può esistere senza rinunciare al Sè che avvertono prorompere, che cominciano ad identificare e a coordinare con maggior impeto. Scoprono che ci si può aprire senza smarrirsi, anzi trovandosi nell'altro.
Un incontro di sguardi lascia il segno, poi il caso li ricongiunge e l'intuito che esiste un mondo parallelo a quello che li imprigiona fa il suo corso. Sarebbe tutto naturale e solido se non ci fossero i limiti della comunicazione, la menzogna e la verità, la paura e la rassicurazione. La periferia come sfondo di una contrapposizione esacerbata e quotidiana.
L'amore materno e di Dio e l'amore per la libertà di seguire i propri impulsi (Agnese), la necessità impellente del denaro per un figlio che ormai socialmente si vede solo come tale (Stefano).
Distanze: la barriera della religione, tra presunto bene e presunto male, tra innocenza e adultità. Soprattutto: dov'è l'integrità e dove la corruzione? Stefano deve abbassare la testa e vendere dolorosamente stupefacenti a un ragazzino di dodici anni, per il proposito ultimo di non perdere il lavoro che gli permette di ottenere il "bene supremo" del momento, il denaro.
Penso che l'aspetto che mi abbia affascinato di più sia la strabordante fisicità maschile contrapposta all'intimo silenzio femminile, nell'accezione dei ruoli che il contesto in cui i due protagonisti vivono esercita. Dogmi restrittivi del caos e della spinta puberale, incontrollabile, da aiutare a canalizzare semmai, e non da reprimere; convinzioni ottuse e non ancora universalmente screditate. Il bene e il male come concetti assoluti e senza la minima penombra in cui Agnese possa riposare, se non nella trasgressione inevitabile e noi, custodi e fautori della trasgressione abbiamo continuamente l'impressione di sentire e vedere barriere ovunque, di assistere al fallimento di tanta fragilità da un momento all'altro. La violenza selvaggia, fisica e mentale della contrapposizione tra "noi" e "loro" che le due madri del film tracciano, quella di Lele, sprezzante e indistinta. Dover fare da guardiano senza nemmeno un riparo dalla pioggia (metafora dello sbando, dell'impreparazione e dell'impotenza), guardiano a chi poi, Stefano paradossalmente deve garantire che quella barriera che lo separa dai rom resti intatta e visibile, mentre è una barriera di quel tipo che invisibilmente persiste a dividerlo da sé stesso! E Agnese a specchio, trova la rottura della barriera in Stefano con conseguenze fisiche differenti: è una storia di tappe simboliche impetuosamente emotive. La depilazione solitaria, pudica e motivo di vergogna coincide con lo sbocciare di Agnese come donna, e l'atto sessuale e la rottura dell'imene spavento (visivo) e dolore (fisico). In quel momento emerge la difficoltà di Agnese nel saper coordinare il proprio cuore al corpo altrui, inteso fisicamente.
Il contatto e lo scontro dei corpi, l'assonanza dell'anima. La sequenza più luminosa e gioiosa, al mare, ci restituisce la bellezza di Agnese e Stefano soli, in acqua, liberi di spogliarsi dei propri ruoli sociali e congiungersi nella dimensione del gioco e della complicità, dell'affetto e della dolcezza, e la corsa iniziale e finale li congiunge e ricongiunge con una consapevolezza che si è fatta strada lungo tutte le tappe dolorose intermedie: la forza dell'amore a volte sembra brutale ma senza una fisicità così dirompente non sarebbe possibile proteggere la delicatezza che solo chi è incapace di offendere può conservare integra.

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