Pill 169

A un certo punto entrano alcuni uomini vestiti di grigio con una bara di zinco ermeticamente chiusa, scoperchiano la bara e vi depositano dentro una persona nuda. Io capisco che la persona che passandomi davanti portano fuori dalla stanza da bagno nella bara di zinco di nuovo ermeticamente chiusa è la stessa persona che si trovava nel letto davanti al mio. La suora ormai viene dentro soltanto per alzare la mia mano. Per sentire se il polso è ancora percettibile. Tutt'a un tratto mi cade addosso con un tonfo la biancheria bagnata che per tutto quel tempo è rimasta sopra di me, appesa a una corda tirata in diagonale nella stanza da bagno. Dieci centimetri più in là e quella biancheria mi sarebbe caduta sulla faccia e io sarei morto soffocato. La suora entra, raccoglie la biancheria e la getta su uno sgabello accanto alla vasca da bagno. Poi solleva la mia mano. Per tutta la notte non fa che passare da una stanza all'altra, sollevare mani e sentire polsi. Comincia a disfare il letto nel quale è appena morto un essere umano. Un uomo, a giudicare dal respiro. Getta le lenzuola sul pavimento, e solleva la mia mano come se si aspettasse che adesso io muoia. Poi si china, prende le lenzuola ed esce dal bagno con in mano le lenzuola. Adesso io voglio vivere. La suora entra ancora qualche volta e solleva la mia mano. Poi, sul fare del giorno, vengono degli infermieri che issano il mio letto su ruote di gomma e lo riportano nella camerata. Il respiro dell'uomo davanti a me, penso, si è arrestato all'improvviso. Io non voglio morire, penso. Non adesso. L'uomo tutt'a un tratto ha smesso di respirare. Aveva appena smesso di respirare e già gli uomini in grigio della sala anatomica erano entrati e lo avevano deposto nella cassa di zinco. La suora non ce l'ha fatta più ad aspettare che smettesse di respirare, pensai. Anch'io avrei potuto smettere di respirare. Come so adesso, ero stato riportato nella camerata verso le cinque. Ma né le suore, e neanche i medici, probabilmente, erano del tutto convinti del mio miglioramento, perché altrimenti le suore non mi avrebbero fatto impartire dal cappellano dell'ospedale, verso le sei del mattino, la cosiddetta estrema unzione. Di questo cerimoniale quasi non mi sono accorto. Ho avuto in seguito l'opportunità di osservarlo e studiarlo su molte altre persone. Volevo vivere, tutto il resto non aveva importanza. Vivere, vivere la mia vita, viverla come e fino a quando mi pare e piace. Senza essere un giuramento, questo fu ciò che si propose il ragazzo quando ormai era dato per spacciato nell'attimo in cui l'altro, l'uomo davanti a lui, aveva smesso di respirare. Quella notte, nell'attimo decisivo, tra le due possibili strade io avevo deciso la strada della vita. Non ha senso rimuginare se la mia decisione fu giusta o sbagliata. Il fatto che la pesante biancheria bagnata non mi fosse caduta sulla faccia e non mi avesse soffocato era stato all'origine della mia scelta di non smettere di respirare. Non avevo voluto smettere di respirare come l'altro davanti a me, avevo voluto continuare a respirare e continuare a vivere. Dovevo assolutamente convincere la suora, la quale di sicuro era in attesa della mia morte, a farmi prelevare dalla stanza da bagno e riportare nella camerata, e dunque dovevo continuare a respirare. Se la mia volontà avesse ceduto per un solo istante, non sarei vissuto un'ora di più. Stava a me la scelta se continuare a respirare oppure no. A prendermi nella stanza da bagno non erano venuti i barellieri addetti al trasporto dei cadaveri con i loro grembiuli da sala anatomica, ma piuttosto, come io volevo, gli infermieri vestiti di bianco che mi avevano riportato nella camerata. Ero io che decidevo quale delle due strade era meglio imboccare. La strada della morte sarebbe stata facile. E d'altra parte la strada della vita ha il vantaggio dell'autodeterminazione. Non ho perso tutto, tutto mi è rimasto. E' questo che devo pensare se voglio andare oltre.


(Thomas Bernhard - Il respiro, pagg. 18-20. Adelphi editore)

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