Pill 165

Di sogno, che ne so


E chi era poi quel gatto, nel terrore

Del tempo che logora le cose,

Piegando gli uccelli al proprio cibo,

che si avvolgeva a me, alle mie colpe?



Quando di sopra a noi fuggiva il cielo e

L’equilibro fra le stelle si sfasciava,

che cosa era ad accostarsi, a fare

scorrere leoni nel proprio letto in fiamme

verso il sepolcro dal coperchio sempre spalancato?



Di dietro a sette veli in tulle il domestico al destino

alla vista è una piattezza a una sola dimensione

e i ciechi sono legati l’uno all’altro

dai cavi di saliva, bava di ragni

nell’atto dell’amarsi,

con il collare di coda d’elefante, a volgere la gioia

dello scheletro nell’incendio del cervello.



Eppure, intanto che del tempo il gatto,

le grinfie sulla nuca a me, dall’osso mio della tristezza

attira me nel proprio cielo,

squarcia il tessuto una risata



del mercato ai sogni,

mi risveglio con l’insolenza di parole:

Ehi, globo terrestre di due passi,

quegli orticelli tuoi là dietro

li ho visti tutti, io.

(traduzione: prof. Giampiero Bellingeri)

(Nilgün Marmara - Daktiloya Çekilmiş Şiirler, pagg. 163-164. Everest Yayınları)




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