Pill 165

Di sogno, che ne so


E chi era poi quel gatto, nel terrore

Del tempo che logora le cose,

Piegando gli uccelli al proprio cibo,

che si avvolgeva a me, alle mie colpe?



Quando di sopra a noi fuggiva il cielo e

L’equilibro fra le stelle si sfasciava,

che cosa era ad accostarsi, a fare

scorrere leoni nel proprio letto in fiamme

verso il sepolcro dal coperchio sempre spalancato?



Di dietro a sette veli in tulle il domestico al destino

alla vista è una piattezza a una sola dimensione

e i ciechi sono legati l’uno all’altro

dai cavi di saliva, bava di ragni

nell’atto dell’amarsi,

con il collare di coda d’elefante, a volgere la gioia

dello scheletro nell’incendio del cervello.



Eppure, intanto che del tempo il gatto,

le grinfie sulla nuca a me, dall’osso mio della tristezza

attira me nel proprio cielo,

squarcia il tessuto una risata



del mercato ai sogni,

mi risveglio con l’insolenza di parole:

Ehi, globo terrestre di due passi,

quegli orticelli tuoi là dietro

li ho visti tutti, io.

(traduzione: prof. Giampiero Bellingeri)

(Nilgün Marmara - Daktiloya Çekilmiş Şiirler, pagg. 163-164. Everest Yayınları)




Pill 164

(                       )

The Eye-Mote

Blameless as daylight I stood looking
At a field of horses, necks bent, manes blown,
Tails streaming against the green
Backdrop of sycamores. Sun was striking
White chapel pinnacles over the roofs,
Holding the horses, the clouds, the leaves

Steadily rooted though they were all flowing
Away to the left like reeds in a sea
When the splinter flew in and stuck my eye,
Needling it dark. Then I was seeing
A melding of shapes in a hot rain:
Horses warped on the altering green,

Outlandish as double-humped camels or unicorns,
Grazing at the margins of a bad monochrome,
Beast of oasis, a better time.
Abrading my lid, the small grain burns:
Red cinder around which I myself,
Horses, planets and spires revolve.

Neither tears nor the easing flush
Of eyebaths can unseat the speck:
It sticks, and it has stuck a week.
I wear the present itch for flesh,
Blind to what will be and what was.
I dream that I am Oedipus.

What I want back is what I was
Before the bed, before the knife,
Before the brooch-pin and the salve
Fixed me in this parenthesis;
Horses fluent in the wind,
A place, a time gone out of mind.



(Sylvia Plath - The colossus, pagg. 6-7. Faber and Faber)

Pill 163

DUE VEDUTE DI SALA ANATOMICA

1
Il giorno che lei visitò la sala incisoria
C'erano in quattro stesi là, neri come arrosto bruciato,
Già mezzi decomposti. Un sentore acetoso
Di fermenti di morte li avvolgeva;
Si misero al lavoro i giovani in camice bianco.
A lui toccò un cadavere dalla testa fracassata
E lei non ci capiva quasi niente
In quei frantumi di cranio e pezzi di vecchio cuoio.
Uno spago giallastro li teneva ancora insieme.

Nei loro vasi i feti dal naso a chiocciola lunari lustreggiano.
A lei lui dà il cuore divelto guasto cimelio.

2
Nel bruegeliano panorama di fumo e macello
Solo in due sono ciechi a quell'orda di putredine:
Alla deriva nel mare della serica azzurra
Gonna di lei, egli canta in direzione
Della sua nuda spalla e su di lui si china
Lei solfeggiando un foglietto di musica,
Entrambi sordi al violino della testa-di-morto
Che adombra la loro canzone.
Questi amanti fiamminghi in fiore; non per molto.

E tuttavia la desolazione del quadro risparmia la piccola contrada
Assurda, delicata, nell'angolo in basso a destra.



(Sylvia Plath - Lady Lazarus e altre poesie, pagg. 129-131. Mondadori editore)