Pill 192

Fuga

Anima, andiamo. Non ti sgomentare
di tanto freddo, e non guardare il lago,
s'esso ti fa pensare ad una piaga
livida e brulicante. Sì, le nubi
gravano sopra i pini ad incupirli.
Ma noi ci porteremo ove l'intrico
dei rami è tanto folto, che la pioggia
non giunge a inumidire il suolo: lieve,
tamburellando sulla volta scura,
essa accompagnerà il nostro cammino.
E noi calpesteremo il molle strato
d'aghi caduti e le ricciute macchie
di licheni e mirtilli; inciamperemo
nelle radici, disperate membra
brancicanti la terra; strettamente
ci addosseremo ai tronchi, per sostegno;
e fuggiremo. Con la piena forza
della carne e del cuore, fuggiremo:
lungi da questo velenoso mondo
che mi attira e respinge. E tu sarai,
nella pineta, a sera, l'ombra china
che custodisce: ed io per te soltanto,
sopra la dolce strada senza meta,
un'anima aggrappata al proprio amore.

(Antonia Pozzi - Guardami: sono nuda, pagg. 27-28. Barbès editore)

Alice nelle città (di Wim Wenders, 1973)

Mi piace il sorriso di Rudiger Vogler. Philip genera le prove della propria esistenza. Fotografie per determinarsi e giustificare ciò che lo circonda. E' come Hopper ne L'amico americano o il protagonista di Palermo Shooting. Tutto ciò che incontra, che vede, che gli passa attraverso, talvolta. I grattacieli dal basso, dall'alto. Prospettive. Istantanee senza negativo. E' il contrario di ciò che la televisione invece conglomera, nel suo flusso continuo, ripetitivo, mortale.
“Ti avevo chiesto una storia”, sentenzieranno quasi dieci anni più tardi al suo alter ego nello Stato delle cose, e qui accade lo stesso. “Tu mi hai portato solo un mucchio di fotografie”.
Gli stessi scarabocchi che il suo altro personaggio scriverà in Falso movimento, che di fatto chiude la “trilogia della strada”.
Il primo road movie di Wenders. Ricerca di una madre, di una nonna, di una casa, ricerca di se stessi. La perdita della cognizione temporale di New York, i canali di Amsterdam, ma soprattutto gli alberghi. La ferrovia sospesa di Wuppertal, fino alla Ruhr, infine verso Monaco. Sempre un treno in corsa. “Non hai più scattato foto da quando eravamo ad Amsterdam”, fa notare Alice. Lei ha visto tutto, ha colto tutto. Sembrano in simbiosi, forse avevano bisogno l'uno dell'altra. Giocano, litigano, camminano, corrono. Un padre atipico, una figlia atipica. Cercano e si ricercano, all'unisono, i loro personaggi si delineano ciascuno in relazione all'altro. E' trascorso del tempo, la storia è stata scritta intanto, senza neppure accorgersene. La storia dei film di Wim Wenders è “la distanza tra i personaggi” (sempre Lo stato delle cose) e ora ha solo da essere conclusa. Ma la conclusione non è altro che la ricerca stessa della conclusione.

Lento - Fourth (2017)

Sono partiti nel 2004 e approdati alla lunga distanza con Earthen dieci anni fa, e io li ho scoperti pochi mesi più tardi; musica senza volti, nel totale disinteresse per chi ci fosse dietro questo "collettivo". E' stata una folgorazione, tanto che Earthen ancora oggi è un punto di riferimento nella scelta dei miei ascolti. Poi nel marzo del 2011 esce Icon, cupo, efferato, una svolta a suon di bastonate e traduzioni sonore caotiche e spinte ancor più verso l'estremo. Al "Leviatani e Zanzare" si fanno le due di notte, finalmente li vedo in faccia, non più in cinque ma in quattro, e all'ultimo "antiMTV day" regalano uno dei live più belli che io ricordi. E ancora, mi faccio 200km apposta per rivederli al Cox un paio di anni più tardi, dopo l'uscita del loro terzo, splendido album. Un live pazzesco, indimenticabile, contenente il meglio del loro repertorio e in particolare i brani di Anxiety despair languish.
La premessa per dire che i Lento sono una delle poche band (rimaste) a comunicarmi davvero qualcosa, sia con i loro album che con i loro live. Ed eccoci giunti al quarto album, Fourth, appunto, senza Donato purtroppo, e dunque il risultato di una riduzione progressiva delle chitarre, da tre a due e adesso a una. La nostalgia per l'impostazione precedente che prevedeva riff di almeno due chitarre scompare davanti alla "nuova" formula, praticamente inevitabile, di un disco suonato da una sola chitarra. Ma Lorenzo nel frattempo ha sviluppato spalle forti abbastanza per poter sostenere un simile approccio, e il disco ha un'equilibrio incantevole tra tutti e tre gli strumenti. Federico spacca in asse con il basso di Emanuele, sempre più cardine, ormai elemento che ha pari importanza rispetto agli altri due, fin dal disco precedente una delle svolte più significative della proposta di questo – ormai – trio, tornato ad essere romano al 100%. Guardando al passato, Icon sembra, e sottolineo sembra, il disco più simile. Sono trascorsi sei anni e una lunga gestazione specie di quest'ultimo album ha maturato un nuovo corso. A penchant for persistency mi ha ricordato subito che stavo ascoltando un album dei Lento, ma al tempo stesso qualcosa di nuovo. E' quella sensazione di riconducibilità ma al tempo stesso di freschezza sonora che ho rintracciato a pelle ad ogni loro nuova uscita, e che solo pochi gruppi mi trasmettono. E' subito chiaro l'equilibrio tra i tre strumenti, che tra tempi sfalsati e diseguali tracciano coordinate sonore atipiche e martellanti. "Un'inclinazione alla persistenza", forse un riferimento agli ultimi anni. Sembravano scomparsi, ormai inevitabilmente ridotti a trio per l'impossibilità di proseguire con la formazione precedente, e un po' tutti abbiamo temuto più di una volta che non avremmo mai ascoltato un nuovo album dei Lento. Invece eccoci qui, tre anni e mezzo, quasi quattro anni dopo, e quando attacca il riff death metal del primo brano è un decollo trionfale. Some disinterested pleasures è ossessiva, ripetitiva, micidiale. Sembra che l'articolazione del suono, la combinazione tra i tre elementi sia diventato ulteriormente il focus della ricerca. E' ancor più cervellotico e se vogliamo più tecnico (non che la tecnica sia un punto rilevante per loro). Essenziale come Earthen, nel senso che ridotto nella gamma dei possibili risvolti armonici e divaganti di Anxiety..., ma Earthen era anche lineare, mentre su Fourth il minimalismo è spinto verso un continuo, incessante, nevrotico stagliarsi e interrompersi, cambiare e di nuovo interrompersi, con una veemenza sonora tutt'altro che stantia, ma sempre volta a dare l'idea che il brano si trasformi continuamente, fino ad un finale imprevedibile. Undispleaceable or a hostile levity è uno straniante tappeto ambient che lascia respirare le orecchie lasciandole immerse nelle coordinate del disco. Con A gospel of resentment personalmente entro nel momento più intenso, sia per la complessità e la ricchezza del brano (a tratti penso ai miei amati Deathspell Omega), che per il finale inaspettato: stavolta gli effettoni di atmosfera sono incorporati nel brano stesso, e si ha l'impressione di scivolare lentamente (quasi senza accorgersene) nel successivo Last squall before the crack, molto più che un intermezzo (non esistono "intermezzi" negli album dei Lento, c'è è un unico suono camaleontico che scorre), dove la chitarra imbastisce un riff quasi incerto, inusuale, bellissimo; sembra uno squarcio. Se per squall intendono "grido, strillo", quel riff e quel suono ruvido scelto ne replicano esattamente il significato. E' il momento più suggestivo dell'intero disco. Cowardly compromise ripropone i Lento più efferati e più pesanti (ho pensato a Mammoth dei Pelican), prima di una nuova incursione intima (In-Itself) dove torna il battito cardiaco dell'incipit del disco. Self conviction or belief è il brano che mi ha convinto meno, nonostante un'ottima partenza, ma il disco si chiude in bellezza prima con l'allucinato arpeggio di Let by gones be by gones (a grievance), infine con il brano più lungo e articolato e specie per questo motivo – ma non solo - differente rispetto agli altri, A matter of urgency. Mi ha ricordato un altro aspetto a mio avviso cruciale nella musica dei Lento, la solennità. Sembra delirare nel distinguere solennità (un termine che tra l'altro ha un'etimologia che ben conosciamo) nella musica di un gruppo così schiacciante, devastante e apparentemente intransigente. Nel disco precedente questo aspetto era molto più presente ma basta ascoltare il finale di A matter of urgency per farsi un'idea, forse, di ciò che vorrei esprimere. E' stato anche il degno finale di un live strepitoso. 
Infine i quesiti di tanti anni: meglio il variopinto Anxiety despair languish, o il cupo Icon? Meglio l'ormai "classico" e giovanile Earthen (che, devo ammettere, ha davvero un posto speciale e riservato), o l'avanguardia ritmica di quest'ultimo Fourth? Rispondo che ogni album ha un senso ben definito. C'è un collegamento tra ciascuno di loro, ma sono differenti. I Lento non hanno mai replicato se stessi: ciò li rende unici. Io li apprezzo per questo. 
Ma ciò che sento più intimamente è che oltre quel muro sonoro catartico e liberatorio, eretto con classe e con gusto, c'è una tregua; una parola bellissima e difficile da raggiungere per chiunque, in qualsiasi campo artistico, e loro puntualmente mi comunicano questa tregua che va oltre il caos.

L'eternità e un giorno (di Theo Angelopoulos, 1998)


"In questi ultimi tempi, il mio unico contatto con il mondo è stato lo sconosciuto là di fronte, che mi risponde con la stessa musica. Chissà chi è? Come sarà?
Una mattina avevo deciso di andarlo a trovare, ma poi mi sono pentito. Meglio non conoscerlo, e continuare a immaginarselo. Sarà un solitario come me? Forse è una ragazza che prima di andare a scuola gioca con l'ignoto.
E' accaduto tutto così in fretta. Quel dolore sospetto, la mia insistenza nel voler sapere tutto. E poi il buio. Intorno a me silenzio. Solo silenzio.
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno... che le sagome evanescenti delle navi nelle improvvise aperture del cielo... le passeggiate degli innamorati sulla spiaggia, al tramonto, e la promessa ingannatrice della primavera...
Tutto faceva pensare che prima della fine dell'inverno...
Il mio unico rimpianto: Anna. Ma è proprio l'unico?
E' che non ho fatto in tempo a fare quasi nulla. Solo progetti, nient'altro che progetti. Parole buttate al vento."


Il piano sequenza e soprattutto il carrello successivo racchiudono il suggerimento di una morte imminente di Alexandros e quella già avvenuta di sua moglie Anna; la solitudine, il silenzio, il viaggio e il rapporto con il tempo, dove passato, presente e futuro sono intimamente ancorati dalla dilatazione della ricerca di sé stessi. Il recupero e la scoperta dell'identità sono viaggio a ritroso e viaggio iscritto nel destino, e la parola, il linguaggio, assumono un valore cruciale e trasversale. 
Le visite alle persone care introducono rivisitazioni della vita in comune. Struggente la scena in cui il protagonista siede al capezzale della madre morente. 

Può sembrare strano come un "film del silenzio" abbia come filo conduttore la ricerca della parola; tuttavia ha maggior chiarezza, il concetto, se per ricerca della parola si intende la connotazione, l'espressione della realtà, faticosa. L'essenza della realtà, parole scarne e significative, enunciate e mai spiegate. Il linguaggio impossibile, in apparenza, tra protagonista e bambino, progressivamente si instaura, avviene, su parole comprate, scambiate. Parole scarne e consistenti, senza tempo. 

"Quanto dura il domani?", la risposta appartiene solo a chi è morto: l'eternità e un giorno. Tempo indefinito e definito. Oltre, a dismisura, ed entro, la misura che ci siamo dati. Oltre ed entro i confini esistenziali pertinenti all'essere umano c'è il viaggio di scoperta, lontano dalla consuetudine e ridotto alla sintesi che trova la massima espressione, per Angelopoulos, nella poesia. La poesia in immagini è questo film, una poesia nutrita di metafore tra parole, tra immagini. 

Vita e morte si intrecciano, così come passato e presente, sono uniti scrittore e bambino dal caso e dalla ricerca, e lo scrittore e il poeta (Dionysios Solomos) sono altrettanto uniti con la sola differenza che uno è corporeo (ancora per poco) e l'altro incorporeo. Splendida la lunga sequenza su un autobus, la musica che fa da collante, frammenti di vite altrui, ricordi e paralleli, le stesse fermate per tutti, qualcuno scende prima, altri proseguono, scrittore e bambino guardano all'unisono lo stesso spettacolo della vita, per molti interminabili secondi.


Pill 191

Il posdomani diventa domani e il domani diventa oggi. I giorni rotolano via come perle di una collana strappata. Gettatevi a terra e cercate... non le trovate più. L'oggi diventa ieri, ieri diventa ieri l'altro, non lasciateli fare! Arrestate l'oggi! Fate in modo di rimanere! Il tempo è nelle vostre orecchie come rombo di ali, come la caccia selvaggia davanti alle vostre finestre. Ora e nel momento della nostra morte. Non è forse compreso l'adesso nell'ora della nostra morte, come l'ora della nostra morte è compresa in questo adesso? Assassini sono, i giorni, briganti! Una banda di contrabbandieri attraverso i nostri confini. Non lasciateli fare, arrestateli! Arrestate l'oggi!
Ma come lo volete fare? Non avete collocato sentinelle a tutte le frontiere del vostro spazio, armate fino ai denti? Collocate dunque sentinelle anche alle frontiere del vostro tempo, armate di armi i proavi, armate i morti! E fatevi testimoniare che oggi è oggi. Sentinelle a tutte le vostre frontiere, e così nulla vi potrà accadere.
Che dite? Non serve?
Abbassate la voce. Da qualche parte c'è la polizia segreta.
Che dite? Le vostre sentinelle non stanno ferme? Hanno disertato, sono passate in un altro paese, un paese nel quale disertano anche i giorni? I vostri avi hanno disertato e le vostre frontiere sono aperte? Nessuno può più dimostrare che oggi è oggi? Non permettetelo. Tornate indietro. Cento anni, duecento anni, trecento anni. E poi?
Il certificato anagrafico non conta più nulla. Non è forse rotondo il tempo, non è rotondo come il vostro spazio? Come volete rimanere? Tutte le vostre frontiere sono aperte e dimostrano che volete fuggire. Fuggiaschi siete che migrano e si nascondono, migrano e si nascondono, avanti, sempre più avanti. Come la corsa d'una carrozza è il tempo ai vostri sensi, una carrozza nera. "Montate!"

(Ilse Aichinger - La speranza più grande, pagg. 70-71. Garzanti editore)

Callisto - Noir (2006)

I Callisto degli esordi si muovono tra due coordinate sonore definite ma non ancora abusate. Siamo tra il 2000 e il 2006, e in Finlandia proliferano band doom metal nella scena nazionale. E' una corrente che di nuovo ha poco, per la verità, ma si incanala in uno stile che ha almeno tre tratti ricorrenti: spiccato taglio malinconico costruito su chitarre ripetitive e melodiche; predilezione per l'atmosfera; timbro vocale monocorde e stereotipato a cui già da tempo molti gruppi affiancano l'altrettanto derivativa contrapposizione di voci pulite maschili e femminili.

Al tempo stesso negli Stati Uniti e progressivamente nel mondo si fa largo lo sludge che poi scivolerà con misure spesso labili nell'unica definizione post-metal. Il filtro per i Callisto sono sicuramente i cugini Cult of Luna, che in Svezia raccolgono le influenze di oltre oceano e le tramutano combinandole con la storica scena hardcore svedese degli anni '90. E' così che senza ripetere l'impresa svedese dei Cult of Luna, di miscelare e plasmare un sound originale e diverso, anche i Callisto hanno detto la loro. 

Ci sono riusciti soprattutto su Noir, la consacrazione, un disco che per il 2006 appare tutt'altro che scontato. Derivativo, certo, lo si potrebbe definire figlio minore di Isis e Cult of luna, più inquadrato e ricco del pur onesto debutto True nature unfolds (2004). I finlandesi restano unici, per molti versi, nell'aver conservato quella matrice doom, e ad averle infuso la scienza del post-metal, in maniera brillante, sì a volte di maniera. 

Un sound ricco e emozionale. The fugitive è il capolavoro del gruppo, un brano che respira dei momenti più placidi di Salvation (il più grande peso sull'economia sonora del disco, a mio avviso) ma anche di quel marchio struggente che solo certi gruppi finalndesi hanno saputo infondere. 

La differenza la fanno i particolari, il gusto per gli arpeggi, l'uso delle tastiere, abbondante eppure discreto, architrave e dettaglio come tutti, nessuna supremazia, con un basso elegante e né Isis né Cult of luna-dipendente, a tratti persino dolcemente fretless (Folkslave). 

Le voci forse restano un tallone d'achille. Il growl di quel tipo aveva già stancato in quel periodo, figurarsi a riascoltarlo dopo dieci anni e oltre, ma il disco è in gran parte strumentale quindi in fin dei conti non hanno così rilevanza. 
Personalmente adoro i toni epici di Folkslave e A close encounter, la citata The fugitive, la distensiva Woven hands e soprattutto Wormwood.



Pill 190

Austerlitz (di Sergei Loznitsa, 2016)

Documentario girato in vari campi di sterminio vicini a luoghi di turismo di massa, ed essi stessi, per una singolare proprietà transitiva, divenuti luoghi di turismo di massa.

Sono stato ad un incontro in cui hanno chiesto al regista Sergei Loznitsa: “Ci chiedevamo cosa cercassero quelle persone in un luogo come quello”.

Risposta: “E' evidente: cercavano la morte. A distanza.”. E con la mano ha accennato il gesto che crea una barriera tra il sé e il resto.

Quelle persone, tutti cerchiamo la morte in un “memoriale” sulla morte. Ma solo se la morte degli altri ci appartiene apparteniamo anche alla nostra morte, e viceversa. E solo la commozione, senza controllo, che il segno che la manifesti sia interiore o esteriore non ha importanza (ma il turbamento si nota), ci restituisce la partecipazione alla vita e alla morte degli altri.

Austerlitz non racconta, registra immobile e impotente il morboso eccesso di indifferenza e apatia verso le storie, la Storia, la domanda, la contemporaneità, la propria dimensione fisica.


A Ciambra (di Jonas Carpignano, 2017)

Altri mondi, oltre il bordo dell'abitudine.

Lo sguardo di Pio che entra nell'accampamento a Rosarno o che assiste alla conversazione su Skype assomiglia al nostro. Un percorso di crescita con veri e propri rituali di passaggio, misurandosi con la propria appartenenza, famiglia, discendenza, responsabilità.

Tradisce, ma assistiamo al suo enorme conflitto interiore. Un corpo sicuro a cui stringersi in una silenziosa corsa in moto o la tradizione del mondo culturale di riferimento? Naturalmente la seconda, radicata, forse inestirpabile, rimandata ad oltranza dalle parole del nonno: "siamo noi contro il mondo". E' il rifugio di chi si sente minacciato, giudicato e confinato da sempre. Ma la coscienza di Pio sente che qualcosa stride.

E' la realtà che dà forma alla sceneggiatura e non viceversa.

Nell'enorme distanza relazionale e comunicativa tra nomadi (rom) e nomadi (africani), e tra nomadi (entrambi) e mondo "civile", sedentario, vi è il cinema di Jonas Carpignano, che non altera ma si attiene allo stato attuale, e lampeggia di tanto in tanto la luce dell'intendersi come esseri umani dallo stesso destino.

Commosso.


Pill 189

Non bisogna essere coraggiosi, se si è coraggiosi.

Scrivere è imparare a morire.

Esclusa dal ricordo dell'attimo presente quindi anche dal possibile ricordo di altri attimi.

Non si deve certo dire subito tutto quel che si dice.

Il ricordo dell'attimo equivale alla speranza dell'attimo.

Inspiegabile, come quei luoghi dove si è stati assaliti dall'angoscia riescano ancora a essere tollerabili per gli altri.

Nulla che ricordi anche lontanamente una via di scampo.

La lentezza è la gioia.

Quando piove, il cuorcontento dice: "Prendo l'ombrello ed esco". Chi è triste non può prendere l'ombrello quando piove, e non può non prendere l'ombrello perché non piove.

... e non può non prendere l'ombrello, perché piove, e non può prendere l'ombrello, perché non piove.

Chiarire sempre con se stessi che non si cerca per trovare.

(Ilse Aichinger - Kleist, il muschio, i fagiani, pagg. 98-99. La tartaruga edizioni)

Pill 188

E nulla temo più del giorno in cui dimenticherò che un tempo tutto era diverso. Cerco di richiamare la sensazione che provavo appena andata a letto, quella quiete vibrante, il lento sprofondare nel sonno, ancora senza paura e sena rimorso, e all'alba il risveglio, sola, beata, in armonia con me stessa. Quando dimenticherò la tenerezza che mi inondava il cuore ogni volta che tenevo in braccio Wolfgang.
Sento dei passi sul vialetto di ghiaino, i passi di Richard e quelli piccoli, frettolosi, di Annette. Senza andare alla finestra lo vedo camminare lentamente per non stancarla, la sua mano stringe quella rotonda, infantile di lei, lui risponde con pazienza alle sue domande.
Per un attimo mi trasformo in quella bambina, in un mondo di dolce, sereno calore, per mano a un padre onnipotente e benevolo.
E mentre la carne di Stella si stacca dalle ossa e imbeve le assi della bara, il volto del suo assassino si riflette nel cielo azzurro di innocenti occhi infantili.

(Marlen Haushofer - Abbiamo ucciso Stella e altri racconti, pag. 54. Edizioni e/o)

Pill 187

"Put your hands on me"

Pill 186

Fin dall'infanzia avevo disimparato a vedere le cose con i miei occhi, e avevo scordato che il mondo un tempo era stato giovane, intatto e molto bello e terrificante. Non potevo ritrovare il cammino perduto, non ero più una bambina, non più capace di sentire e vedere come una bambina; eppure la solitudine, per alcuni attimi senza memoria e senza coscienza, mi aveva portato a contemplare ancora una volta l'immenso splendore della vita. Forse gli animali vivono fino alla morte in un mondo di orrori e di incanti. Non possono fuggire e sono costretti a sopportare la realtà fino alla fine. Perfino la loro morte è priva di conforto e di speranza; una vera morte. Anch'io, come tutti gli esseri umani, mi affrettavo continuamente a fuggire, sempre irretita dai miei sogni a occhi aperti. Non avendo visto la morte delle mie bambine, mi mettevo in mente che fossero ancora in vita. Ma ho visto massacrare Lince, ho visto il cervello di Toro riversarsi dal suo cranio spaccato, e ho visto Perla trascinarsi come una cosa invertebrata e dissanguarsi, e continuo a sentire il caldo cuore dei caprioli farsi freddo tra le mie mani.
Quella era la realtà. Poiché ho visto tutto questo e l'ho sentito, mi è difficile sognare a occhi aperti. Nutro una violenta avversione per i sogni a occhi aperti, e sento che in me la speranza si è spenta. Mi fa paura. Non so se riuscirò a sopportare di vivere unicamente con la realtà. Ogni tanto provo a trattarmi come un robot: fai questo, vai là e non dimenticare di fare quest'altro. Ma funziona solo per poco tempo. Sono un pessimo robot, continuo a essere una creatura umana, che pensa e sente, e non riuscirò a perdere quest'abitudine. Perciò siedo qui, ad annotare tutto quello che è successo, e non me ne importa se i topi divoreranno o meno questi appunti. La sola cosa che conta è scrivere, e non esistendo più altri discorsi, devo tener vivo questo monologo senza fine. Sarà l'unica cronaca che mai scriverò, perché quando sarà terminata, in casa non resterà un solo pezzetto di carta sul quale poter scrivere. Già ora tremo, pensando all'attimo in cui dovrò andare a letto. Resterò distesa a occhi aperti fin quando la gatta tornerà a casa, e il suo contatto caldo mi regalerà infine il sonno tanto desiderato. Ma nemmeno allora sarò al sicuro. Quando sono indifesa, possono assalirmi i sogni, i neri sogni della notte.

|...|

Siedo al tavolo e il tempo è fermo. Non lo vedo, non lo sento e non lo intendo, eppure mi circonda da tutti i lati. Il suo silenzio e la sua immobilità sono terrificanti. Salto su, mi precipito fuori casa, tentando di sfuggirgli. Mi do da fare, le cose incalzano, e io dimentico il tempo. E poi, all'improvviso, torna a circondarmi. Forse mi trovo davanti allo chalet a osservare le cornacchie, ed eccolo di nuovo, incorporeo, immobile, che ci trattiene, il prato, le cornacchie e me stessa. Dovrò abituarmi alla sua presenza, alla sua indifferenza e ubiquità. Si estende all'infinito, come un'immensa ragnatela. Miliardi di minuscoli bozzoli pencolano intessuti nei suoi fili, una lucertola stesa al sole, una casa in fiamme, un soldato morente, tutto ciò che è stato e tutto ciò che è. Il tempo è grande, e dispone ancora di altro spazio per nuovi bozzoli. Un'inesorabile rete grigia, nella quale è intrappolato ogni secondo della mia esistenza. Forse mi appare così terrificante perché conserva tutto e non permette a nulla di finire veramente.
Ma se il tempo esiste solo nella mia testa e io non sono l'ultimo essere umano, avrà fine con la mia morte. Il pensiero mi mette di buon umore. Forse ho il potere di uccidere il tempo. La grande rete si strapperà, per precipitare con il suo contenuto nell'oblio. Dovrebbero essermi riconoscenti, ma una volta morta nessuno saprà che ho ucciso il tempo. Questi pensieri, in fondo, sono completamente privi di significato. Le cose semplicemente accadono, e io, come milioni di esseri prima di me, vi cerco un significato, perché la mia vanità m'impedisce di ammettere che l'unico significato di un evento consiste nell'evento stesso. Nessun insetto che io calpesto sbadatamente vedrà in questo avvenimento per lui triste un nesso segreto di portata universale. Si trovava sotto il mio piede nell'attimo in cui lo calcavo in terra; una sensazione di benessere alla luce, un breve, acuto dolore, e il nulla. Solo noi siamo condannati a inseguire un significato che non può esistere. Non so se riuscirò mai ad accettare questa rivelazione. E' difficile abbandonare un'atavica megalomania profondamente radicata. Compiango gli animali, e compiango gli uomini perché vengono gettati in questa vita senza averlo mai richiesto. Gli uomini forse meritano maggior commiserazione perché posseggono giusto quel tanto di giudizio per opporsi al naturale corso delle cose. Ciò li ha resi disperati e cattivi, e poco amabili. Eppure, sarebbe stato possibile vivere diversamente. Non esiste impulso più ragionevole dell'amore. Rende la vita più sopportabile sia all'amante che all'amato. Solo, avremmo dovuto riconoscere che si trattava della nostra unica possibilità, della nostra sola speranza in una vita migliore. Per un esercito infinito di morti, l'unica possibilità dell'essere umano è perduta per sempre. Continuo a pensarci. Non riesco a capire perché dovremmo imboccare la strada sbagliata. So solo che è troppo tardi.

(Marlen Haushofer - La parete, pagg. 182-183; 204-205. Edizioni e/o)

Il mercante delle quattro stagioni (di Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Germania ovest del dopoguerra. Il miracolo economico di Adenauer offre personaggi in rampa di lancio, persino nell'illusoria condizione di benessere che le classi più basse riescono a raggiungere. E' un apparente status quo. Resta la suddivisione sociale, anzi è più evidente. Il distacco e l'incapacità, l'impossibilità di trovare una collocazione identitaria risiedono proprio nella situazione stridente in cui benessere materiale e valori umani e sociali non crescono di pari passo. 
Il regista amava trasporre i suoi film negli anni '50 per tracciare un'origine dei suoi anni '70, anche se non l'ha fatto spesso, in fin dei conti (Veronika Voss, l'epilogo della sua Maria Braun forse gli esempi più celebri). Con Il mercante delle quattro stagioni inaugura la sua nuova casa di produzione, Tango, e realizza uno dei suoi primi melodrammi. 
Lontano da contaminazioni e sperimentazioni filmiche dei film precedenti, Il mercante delle quattro stagioni recupera la forma lineare del melodramma, semplice, senza iperboli eccetto un ricorso saltuario (per fortuna) al flashback, non sempre convincente. 
Tra le carenze troviamo anche un ritmo non ancora sincrono all'emotività, e qualche sequenza claudicante nella messinscena (la grottesca sequenza in cui Hans picchia sua moglie e la figlia Renate si unisce al groviglio di corpi). 
I nomi dei personaggi principali sono gli stessi degli attori, ciò rammenta che spesso Fassbinder sceglieva prima gli attori, e i personaggi vi si adattavano, e non viceversa. Il suo Hans è sgradevole e non suscita empatia, era un poliziotto non irreprensibile, poi un marito e un padre distaccato, ma è anche un bambino che non ha trovato conforto in una madre devota, dura e anaffettiva, giudicante e ignorante. L'amore quello vero è impossibile (Ingrid Caven) perché è di diversa estrazione sociale, e il suo lavoro lo identifica, e quando riesce a trovare qualcuno che lo svolga al suo posto, diventando dunque un datore di lavoro, la sua identità si smarrisce. 
Rifiuta la donna che amava e che ora cerca di sedurlo, e ciò è eloquente. Il rapporto con sua moglie non è mai decollato, aveva paura della solitudine, per questo l'aveva rivendicata a tutti i costi dopo la rottura. 
L'infarto non ha aiutato la situazione, ricompattando in superficie una situazione insanabile solo per un richiamo al dovere sociale, alla vergogna di abbandonare un tetto coniugale dopo la malattia del coniuge. 
Che Hans sia una pedina di scambio sociale lo testimonia l'ultima, raggelante sequenza. In questo quadro di destabilizzante e anonima rete di scambi, nemmeno l'amicizia e la famiglia vengono messe in luce come fonte di rassicurazione. 
Come detto la madre è l'archetipo della mater familias pronta a rivendicare la propria ottusa concezione di vita e squalifica il figlio che svolge il lavoro più umile solo in base alla propria posizione nella gerarchia sociale. Del resto, la primissima sequenza aveva introdotto ed esemplificato il profilo di questa donna. La sorella Heidi sembra assoggettata ad un marito che rappresenta la controfigura di Hans. Kurt (Raab) è un giornalista che accetta di scrivere per una testata che ha idee diverse dalle proprie, pur di raggiungere il suo agognato gradino. Solo Anna (Hanna Schygulla) è affine al fratello, lo manifesta in almeno due occasioni in famiglia, smascherando l'ipocrisia verso Hans. Nemmeno lei tuttavia riesce ad aiutarlo. 
Gli amici restano imbambolati, che si tratti del racconto ebbro relativo al rapporto con le donne dell'inizio del film, o dell'altrettanto sbronzo discorso finale. Lucidamente consapevoli ma inermi, incapaci di un sostegno e persino di una parola. E lo stesso Harry fin dai primi segni di depressione dell' "amico" non sembra tanto interessato a capire cosa accada, quanto a supplirne il ruolo di padre (i compiti di Renate: a proposito, non è un caso che la bambina esponga i suoi problemi di matematica come curioso, metaforico rapporto con i problemi esistenziali). 
Irmgard (la Hermann in uno dei suoi ruoli più intensi, e anche più osè) è la moglie che nessuno vorrebbe, ma è solo una concausa del declino di Hans. 
In Warum läuft Herr R. Amok? il tragico epilogo lasciava supporre ma non manifestava con chiarezza, mentre ne Il mercante delle quattro stagioni le ragioni della depressione sono evidenti, fin troppo (l'ultimo flashback della tortura in Marocco mi sembra eccessivo, ridondante). 
A parte qualche rara concessione enfatica il film è una rappresentazione intima e coerente di un'esistenza imprigionata non tanto dalla coppia, dal ruolo sociale e dalla famiglia, che in quel preciso momento storico erano fortemente oggetto di discussione, quanto dal valore umano che si celava dietro quella stilizzazione dell'identità, ed è con questa riflessione che il film resta attuale in un contesto moderno dove rigidità sociali restano immutate in camaleontiche nuove forme di logico e asettico assestamento esistenziale.

Kusursuzlar (di Ramin Matin, 2013)

Due sorelle in vacanza in una località balneare sul mar Egeo non ancora invasa dai turisti per la stagione estiva. Cappelli, occhiali da sole, solitudine, la vita domestica nella casa lasciata in eredità dalla famiglia di origine. 
Sembra riecheggiare Persona e in effetti a manifestarsi gradualmente sono i fantasmi di un passato traumatico e il rapporto conflittuale tra sorelle, la sessualità esuberante e trasparente dell'una contrapposta a quella celata e inibita dell'altra fanno pensare a Il silenzio, restando in territorio Bergmaniano
Trionfa l'incongruenza tra apparenza esteriore e subbuglio interiore. La prima non può non fare i conti con la straripante veemenza del secondo in un crescendo di contrasti e svelamento del lato oscuro irrisolto e lasciato a macerare. 
Yasemin esprime una continua vitalità sessuale attraverso il suo corpo, un'esplosione ormonale che sembra una versione turca più pudica ma ugualmente accattivante della Sagnier di Swimming pool. Lale invece, la maggiore delle sorelle, ha misteriose ferite sulla schiena ed è ben presto chiaro che non sono l'unico motivo per cui si vergogna ad esibire il suo corpo, a relazionarsi con gli altri e a nuotare. 
Splendida la sequenza in cui Yasemin entra in acqua e poco dopo un giovane e aitante ragazzo sembra seguirne i movimenti in acqua. Sembra, appunto. Perché non accadrà nulla, ma tutto accade nello sguardo corrucciato e preoccupato di Lale, che osserva con un'ansia coinvolgente. Sono le paure sotterranee che le intenzioni mancate, la durezza di un volto improvvisamente mutato in livido e angosciato, a muovere il film e il ruolo del vicino di casa è il grimaldello che permette inconsapevolmente di scavare nel rapporto tra le due sorelle – la sequenza della cena al ristorante rappresenta il clou dell'imbarazzo di un terzo incomodo (e noi spettatori siamo esattamente nei panni di Kerim) per un'incomprensibile incoerenza emotiva ed affettiva. 
Che si tratti di un trauma di natura sessuale, ad unire e allo stesso tempo porre una vigorosa distanza tra le intimità delle due protagoniste, è emblematico quando Yasemin seduce un uomo in spiaggia: la scena di sesso è violenta e Yasemin "usa" il suo improvvisato partner maschile per un evidente atto vendicativo nei confronti del genere maschile. 
L'esplosione finale è un confronto caratterizzato da toni aspri e accesi, tipico di un film turco di questo genere. L'espressione della rabbia e la verbalizzazione della frattura causata dalla violenza del trauma sono canalizzate in codici di presunto adattamento sociale che seguono un iter differente rispetto al magma interiore che entrambe le protagoniste femminili hanno sviluppato. Un dialogo rovente in cui Lale e Yasemin si prosciugano da risentimenti, sensi di colpa e cercano di ricomporre la disintegrazione. Se sarà o meno un punto di ripartenza è a discrezione di chi assiste.

Deicide - s/t (1990)

Passo le dita su quei volti da ventenni e sul CD e mi sembra che nel silenzio da cui sono circondato emerga un sottofondo a me fin troppo noto: urla, caos, ferocia, blasfemia, ribellione sonora che provengono da oltre due decenni e mezzo, suoni stratificati sotto altri suoni, sedimentati e mai dimenticati; dove c'erano le urla e il caos e la brutalità della vita corrispondeva altrettanta brutalità sonora, il mio rifugio – paradossale vero?

Li piegherò qui, come una foto ingiallita caduta da un libro estratto da uno scaffale. Non è la miglior musica desiderabile, specie se a suonarla sono quattro psicotici prestati alla musica, di cui uno ha persino una croce rovesciata marchiata a fuoco sulla fronte e per anni esclama al mondo che morirà a 33 anni come Gesù Cristo. Oggi Glen Benton è vivo e vegeto, di anni ne ha 50 e i fratelli Hoffman hanno dichiarato che si è sposato in chiesa. Ovviamente hanno litigato come bambini, e Glen continua a blaterare, ma un figlio di nome Daemon (Michael) l'ha generato sul serio.

Sono quattro musicisti tra i più pigri mai visti e ascoltati, che non hanno voglia di cambiare nome da soli da Amon a Deicide ma quest'ultimo glie lo sceglie l'etichetta discografica, non riescono a pensare ad una copertina tanto da fotografare una patacca di Glen Benton, e non provano neppure il desiderio di oltrepassare i quattro minuti di un brano (eccetto un raro caso) e la mezzora di durata di un disco, o di uscire da quel modo di insistere sempre sugli stessi riff per anni ripetendosi ad oltranza. Infine cosa c'è da aspettarsi da un gruppo che non ha voglia di trovare un titolo al proprio disco d'esordio?

Per fortuna c'è un inizio dove tutto è fresco, genuino, innovativo, raw, brutale, demoniaco come le voci sovraincise di Benton, tanto selvaggio quanto ridicolo, e quelle sferzate dei fratelli Hoffman, improvvise, triviali, implacabili. Un drumming ossessivo di Steve Asheim, certo non il più eclettico che ci sia, ma diretto, sfrontato, veloce e caustico. Si apre una porta all'inizio di Lunatic of God's creation che si chiude alla fine di Crucifixation, in mezzo una mezzoretta di death metal infernale come non c'era ancora stato, e come fin troppe volte è stato emulato, spesso perfezionato e migliorato nella forma, ma tutto ciò che evolve ha un verbo di riferimento, e quel verbo è il primo dei Deicide.

E' uno dei dischi più dementi di tutti i tempi, ma anche il disco death metal più venduto di tutti i tempi.

E' il disco con i testi più ridicoli di tutti i tempi, ma anche il disco che sul piano sonoro, pur monolitico e rudimentale, ha lasciato un solco nel tempo, ha sperimentato un modo nuovo di cantare e di intendere la musica atonale, e in tutta l'assenza di musicalità rappresenta una musicalità greve che in un modo che resterà sempre incomprensibile al sottoscritto, crea un singolare senso di protezione e di rassicurazione.

Ho ancora la pelle d'oca quando ascolto gli incipit di Sacrificial suicide e Dead by dawn.




Pill 185


Le luci della sera (di Aki Kaurismäki, 2006)

E' lo sguardo di un ragazzo di colore la testimonianza dell'esistenza di Koistinen. Assiste al primo pestaggio avvenuto per aver osato rendere giustizia a un cane "legato da una settimana" ad un palo (gli energumeni squadristi sprovvisti di intelletto sono una costante nei film del regista) e successivamente al regolamento di conti col gangster. Comprende indole e azioni del protagonista tanto che alla fine proprio lui sarà in possesso del cane e chiamerà la proprietaria del chiosco per soccorrere Koistinen.
Vite emarginate e solitarie nel solco della tradizione di Chaplin e del melodramma, con quella lieve nota di speranza (l'intreccio delle mani solitarie e non più solitarie) che in un breve, conclusivo accenno esprime tutta la potenza evocativa taciuta e soffocata per l'intero corso del film.
Meravigliosa la sequenza in cui Koistinen si reca da Aila e le dice di avere un'amica e di averla portata a guardare un film d'azione al cinema (in realtà Koistinen per tutto il tempo nella sala ha osservato Mirja), e Aila lo congeda e resta sola: la camera distante per alcuni secondi la ritrae immobile, e i neon si spengono con rassegnazione. Impossibile che Mirja possa mutare (un po' come Eugen ne Il diritto del più forte), mentre Aila e Koistinen sono i veri protagonisti, gli ultimi, e Aila non smette mai di sperare in lui neanche quando dopo la scarcerazione Koistinen la congeda con freddezza. Mirja è spietata, fredda, incapace di empatia. Sente che non è giusto ciò che compie ma l'accetta passivamente senza opporvisi. Non vuol vedere, per lei le città sono tutte uguali. La sua redenzione è irrealizzabile malgrado le varie opportunità di cui dispone. Resta nel suo mondo in cui passa l'aspirapolvere sul tappeto mentre il gangster si sputtana i soldi rubati a poker.

Pill 184

Ha passato giorni brutti, non è dir troppo. E' risanata. Non sa - come molti di noi non sanno - quale ardimento psichico le sia stato necessario per guardare, giorno per giorno, un'altra volta in faccia questa vita, senza ingannare se stessa o lasciarsi ingannare. Forse in seguito apparirà chiaro che da tale ardimento psichico d'innumerevoli persone comuni è dipesa la sorte dei posteri - per un lungo, grave, minaccioso e fiducioso momento storico.
Così, Rita sta di nuovo alla finestra della sua mansarda. Con gesti abituali tira la tenda, apre la finestra (oh, questo sentore di autunno e di fumo!), appoggia il braccio sul telaio superiore della finestra e vi posa sopra la testa: una catena scorrevole di movimenti lungo la quale, com'è inevitabile, ella riporta alla luce pensieri interrotti lì, da lungo tempo.
Proprio come in quella giornata di agosto, non poi tanto lontana, riscopre che i salici sulla riva opposta da anni vengono spinti dal vento tutti nella medesima direzione - cioè verso l'interno - e crede persino di riudire il fischio della locomotiva, che allora le scalfì l'orecchio.
Oggi le sembra che, dopo, non le sia riuscito di riudire per l'intera giornata null'altro se non quel fischio. Ricorda bene di essersi creduta perseguitata dallo sguardo atrocemente indifferente di una qualche ineludibile istanza. Allora, non era separata da Manfred da più di tre settimane, e capì che le grandi coppie d'amanti create dai poeti, nel darsi in braccio alla morte non retrocedevano davanti alla separazione, bensì davanti all'ottuso ritorno alla mediocrità quotidiana. Una prosaicità plumbea le paralizzava le membra, le abbatteva lo spirito, le svuotava la volontà. Il cerchio delle certezze, prima incommensurabilmente vasto, si restringeva in modo doloroso. Con passo cauto lei lo percorreva, aspettandosi sempre nuovi cedimenti. Che cosa avrebbe resistito?
Quel fischio di locomotiva attirava a sé ogni capacità vitale, che allora vi fosse ancora in lei. Oggi, non indietreggia più atterrita dal riconoscere come non fosse stato casuale il momento e il luogo del suo crollo. Vede ancora le due pesanti vetture verdi avvicinarsi, inarrestabili, placide, sicure. Puntano proprio su di me, notò lei, pur sapendo contemporaneamente che stava attentando alla propria vita. Inconsciamente, si permise un ultimo tentativo di fuga: non più per disperato amore, bensì per la disperazione che l'amore sia caduco come qualsiasi altra cosa.
Perciò pianse quando si riebbe dallo svenimento. Sapeva di esser salva e piangeva. Oggi, prova quasi un'avversione a immaginarsi di nuovo in quel suo morboso stato d'animo. Lasciando fare al tempo il suo lavoro, ha riacquistato l'immensa forza di poter chiamare le cose col loro vero nome.

(Christa Wolf - Il cielo diviso, pagg. 212-213. Edizioni e/o)

Naglfar - Vittra (1995)

Per cogliere la bellezza e la suggestione, ma anche il peso e l'influenza di Vittra è sufficiente lasciar scorrere Emerging from her weepings. La forza delle chitarre che suonano partiture diverse, si intrecciano, rallentano, ripartono fino all'esplosione finale di riff di una qualità indescrivibile. E' uno dei finali più entusiasmanti che io conosca. For sunset I yearn, dusk you mysterious... 

Quando è uscito nel 1995, nulla suonava come lui. E' ovvio accostargli il seminale The somberlain ma Vittra è completamente sprovvisto della componente death e spinge il black metal verso una nuova dimensione melodica. Abbonda di tastiera senza risultare sinfonico e anzi la chiave atmosferica del disco è la favolosa combinazione dei riff dei due chitarristi Andreas Nilsson e Morgan Hansson. Torrenziale Matte Holmgren alla batteria (non era neppure in pianta stabile nel gruppo), un lavoro fenomenale considerando anche che all'epoca delle registrazioni aveva 17 anni! Il basso di Kristoffer Olivius si sente eccome, veloce, martellante, e Jens Ryden chiude la cornice con il suo timbro aspro, anche se un po' monocorde. 

L'intro di As the Twilight Gave Birth to the Night ricorda molto quello di The swarm degli At the gates dell'anno precedente, poi attaccano i suoni limpidi e poderosi delle chitarre (il disco è stato registrato negli Abyss che come è noto pompa i suoni al massimo). 
E' in particolare con i gioielli Enslave the Astral Fortress e The Eclipse of Infernal Storms che il disco trova consistenti picchi emotivi. 
Splendida la title-track, specie quando cambia l'arpeggio e la batteria si ferma prima dell'attacco delle chitarre elettriche che si scatenano per poco più di trenta secondi prima che tutto torni a non far rumore.

La feroce e articolata Exalted above thrones chiude uno dei primi e più brillanti esempi di black metal così spiccatamente melodico, qualitativamente molto alto e purtroppo sebbene un esordio resta la massima espressione artistica della band. Certi riff sono rintracciabili in tanti dischi di genere death e black metal usciti in Svezia negli anni successivi, tra i più celebri cito giusto i primi Amon Amarth.


Meshuggah - Destroy erase improve (1995)

Occorre un bel po' di follia per modificare e indirizzare il concetto di musica a proprio piacimento. Meshuggah in ebraico significa "pazzo" ed è nell'ottica di un'evoluzione globale dei primi anni '90 che Destroy, erase, improve, loro secondo e decisivo album, si inserisce con prepotenza come uno dei più significativi e influenti nel novero dei suoni del decennio e di quelli a venire.
Partiti come poco più di una band-clone dei Metallica nella seconda metà degli anni '80, hanno operato un cambio di formazione appena prima dell'esordio del 1991 (l'ingresso di Tomas Haake come batterista) e una svolta finale nel 1992 (lo switch di Jens Kidman da chitarrista a cantante, con l'ingresso di Mårten Hagström come secondo chitarrista).

E via al processo di evoluzione. Speciale è Tomas Haake, rasato a zero per l'unica volta in tanti anni, con la precisione magistrale che lo contraddistingue: un batterista che cambia il modo di intendere il ritmo nella musica estrema, perché Destroy erase improve radicalizza l'aspetto ritmico verso una nuova dimensione, e il crescente intuito e ascolto di Fredrik Thordendhal per il fusion (in particolare Allan Holdsworth) modifica gli itinerari delle parti soliste che spezzano le composizioni. Ne sono esempi Vanished o il nucleo di Future breed machine, il manifesto della band: in mezzo a tanta ferocia Thordendhal crea un effetto di respiro liberatorio. Senza dimenticare Acrid placidity il cui titolo si descrive perfettamente.

Contradictions collapse (1991) al confronto appare come un onesto disco thrash metal in cui già si intravedevano i prodromi di un cambiamento. Destroy erase improve è oltre, con le sue continue stoppate cervellotiche e martellanti offre all'estremo una possibilità mai sperimentata prima con tanta classe e perfezione stilistica. Sarebbe potuto essere realizzato anche un anno prima se non ci fossero stati gli incidenti a Thordendhal e Haake, ossia artigiani in tutto e per tutto, e None (EP del 1994) lasciava già intendere il nuovo corso.

Jens Kidman, stile vocale inconfondibile: finalmente anche la voce oltrepassa il genere, un'estremizzazione della classica voce thrash, un'esasperazone, per non parlare dei cori. Alla fine di Transfixion offre un momento topico con quel "Staaaare bliiiind" ma il disco è caratterizzato da una prestazione vocale eccellente dall'inizio alla fine, sia nell'aggressività costante che nei cori passando per le parti sperimentali "parlate" di Inside what's within behind o la conclusiva Sublevels, brani che per certi versi si fatica a pensare siano loro (ma non in senso negativo), analizzando tutto il repertorio.

I Meshuggah sono, ribadisco, l'unione tra genio estemporaneo di matrice fusion e "progressiva" di Fredrik Thordendhal e l'evoluzione ritmica, soprattutto. Guidate da Haake le due chitarre offrono riff stoppati ossessivi cerebrali e colossali, di una pesantezza che ha ancora qualche residuo thrash metal, per le sei corde forse, perché Meshuggah è sinonimo anche di pesantezza sonora crescente, e negli anni seguenti il duo Thordendhal/Hagström sarebbe passato prima alle 7 infine alle 8 corde (da Nothing), per tirare definitivamente giù tutti i muri con maestria e follia.

Specie i due dischi seguenti sarebbero stati altrettanto influenti ed esemplari, basti pensare all'odierna scena djent, ma non ci sarebbero stati Chaosphere e Nothing senza l'azzardo stravolgente di Destroy erase improve, con le sue liriche che tratteggiano un contrasto tra uomo e macchina ("evolution in reverse"...) singolarmente nello stesso anno in cui usciva Demanufacture dei Fear Factory. Per quanto si possano rintracciare dei singolari paralleli tra i due album sul piano lirico e sonoro, si tratta di band diverse e a mio avviso altrettanto seminali.

Future breed machine è uno dei brani più (s)travolgenti della mia vita: in particolare ho la pelle d'oca ogni volta che scorre l'assolo completamente fuori contesto e si avvia la strofa successiva sul doppio pedale di Haake.


Pill 183

A fine febbraio di quest'anno ho rivisto dopo tanto tempo Fuoco fatuo di Louis Malle. Non mi ha entusiasmato come la prima volta. Com'ero giovane e acerbo. E come lo era Malle, in fondo. Dialoghi letterari e artificiosi, a volte si ha quasi l'impressione che tutto sia finto, inverosimile, negli atteggiamenti delle persone “vicine” al protagonista. Rileggevo ciò che avevo scritto sul film anni fa e mi ritrovo con l'assoluta distanza tra me e il protagonista. Non riesco a riconoscermi con lui, così pessimista e distante da tutto: cose, persone. Però lo rispetto, e provo un forte dispiacere per questa sua incapacità di afferrare ciò che lo circonda.
Di tutto il film mi ha emozionato una scena in particolare, che non ricordavo: Ronet seduto in un caffè, osserva la vita che scorre. Donne, uomini, azioni abitudinarie, sguardi che offrono possibili scenari immaginari di vita. Dov'è finita la fantasia, l'aspettativa? Un uomo compie un piccolo, ridicolo furto, si guardano, e lui non riesce più a giudicare, a partecipare a quel gesto. Alieno rispetto al contesto. Una ragazza lo guarda, ammicca, lui è impenetrabile. Beve, torna a bere dopo molti mesi, consapevole che ormai manca poco. E' un atto che sancisce la sua distanza ormai incontestabile. Chiude gli occhi, reclina la testa. Attorno c'è vita. Comincia a camminare, bambini chiassosi lo attraversano, lo trapassano. Lui, lontano. Come si può essere così lontani? Una visione che mi spaventa e mi nutre all'unisono. Ad emozionarmi è stata la bellezza di quel contesto, e come il Cinema sia riuscito a cogliere la lacerazione.

Pill 182

A proposito di Sybil di Daniel Petrie, 1976, con Sally Field e Joanne Woodward.

Lungo e intenso, con alcuni momenti riuscitissimi. Il rapporto con la terapeuta descritto in maniera calda, pulita. Poco spazio alle tenebre, eppur presenti. Le tenebre della Sinfonia n° 9 in Mi minore
di Dvořák, di una madre pazza furiosa. E poi parlare, raccontare, 11 anni di terapia, e uscirne liberi e poter esclamare: “Ce l'ho fatta! Sono guarita!”. Così difficile. Però possibile. Ascoltare ed accogliere. 
Infine la bellezza di Richard (un Brad Davis agli esordi), il cui amore va oltre la malattia. Toccante.


Dieci (di Abbas Kiarostami, 2002)

Una camera fissa su un cruscotto, i volti della donna al volante e dei suoi passeggeri. 
Tecnicamente il dodicesimo lungometraggio di Abbas Kiarostami è tutto qua. E' costato "l'equivalente del costo di 10 fotogrammi di Guerre Stellari".
Il contenuto è una riflessione sulla società e sull'universo a partire dalla prospettiva di una donna che interpreta sé stessa, Mania Akbari. Dieci frammenti della sua vita al volante della propria auto, dialoghi che avvengono con naturalezza come se fosse un documentario ma c'è una sceneggiatura vera e propria scritta dal regista (precorre Taxi Teheran del suo allievo Jafar Panahi). Considerando la carriera artistica successiva della Akbari, che ne ha girato anche un sequel, sembra esserci una decisa unità d'intenti. Divorziata, risposata, emancipata, un figlio di dieci anni. La sua vita emerge tramite i dialoghi serrati e concitati con il figlio, con sua sorella, con un'amica, e altre donne che incontra a volte casualmente. E' vorace di vissuti altrui, Mania, tanto da sfiorare l'indiscrezione a tratti, ma quando chi è con lei si apre emerge il suo desiderio genuino e privo di giudizio di condividere pensieri e emozioni tra donne. E' solidale e non nasconde ciò che pensa anche a costo di un litigio. I dialoghi con il figlio Amin, che in fondo non vuole altro che far visita alla nonna, costituiscono il leitmotiv del film pur caratterizzati da conflittualità perenne, prendono sempre una piega ironica per via del divario generazionale e gioca irresistibilmente sull'ironia insita a priori in un dialogo cercato e ostinato tra una donna adulta e un bambino di dieci anni su temi anche di una certa consistenza come i rapporti umani, la verità e la bugia e soprattutto il ruolo di una donna e di una madre. Amin suscita una calda tenerezza per la sua vita già più adulta, dissociata in tenera età tra una madre che si risposa e un padre che si è comunque rifatto una vita diversa da quella precedente al divorzio.
Negli intervalli tra i dialoghi madre-figlio il film prende quota passando a registri diversi tutti al femminile: l'anziana devota e l'amica che piange sono alternativamente fonte di ironia e drammaticità, il dialogo con la prostituta un tabù che si spezza, e il film raggiunge uno dei suoi momenti più piacevoli per lo stile asciutto, totalmente svuotato di qualsiasi tono enfatico o morale, esattamente ciò che mi richiama maggiormente alla consapevolezza di stare assistendo ad un film di Kiarostami.

Menzione a parte merita il momento più toccante, la penultima "sequenza", definiamola così, ovvero il secondo dialogo con la donna conosciuta fuori dal santuario. 
Inizialmente restia a raccontarsi, adesso questa donna pacata e taciturna si svela in tutti i sensi. Racconta della suo desiderio ingenuo ma vulnerabile, figlia di una solitudine e di una semplicità esistenziale a cui non riesce a reagire o che non riesce ad ampliare.
"Siamo destinate a perdere", riflette Mania con la sua fragilissima nuova amica. Le ha fatto slacciare l'hijab che serrava la testa in segno di vergogna, ed sono stati svelati una scelta coraggiosa e ribelle, un desiderio, una fragilità, un essere e un apparire, lacrime che parole non sanno, non possono spiegare. Si sente meglio la donna, ad aver condiviso tutto ciò con chi l'ha saputa far rivelare senza invasione. Un'afasica, pudica condivisione al femminile tra riso e pianto. Si libera e si riconosce finalmente anche attraverso lo sguardo e la presenza fisica di Mania.

Pill 181

Gustai l'inesprimibile benessere di starmene inosservata e sola senza impormi richieste. Non pensare, non lavorare. Non voler scoprire niente, sapere niente. Giacere tranquilla sul dorso, chiudere gli occhi, respirare. Respirare. Respiro. Non penso. Sono tranquilla.
Il mio sguardo interiore si imbatté in un orizzonte alto e spoglio sopra un disco scuro. Poteva essere uno scenario? Tutti i miei pensieri arretravano, davanti a quell'orizzonte. Se ne volavano via umbratili, grossi pipistrelli indolenti. Ce la fanno. Sciocchezze. Non andranno lontano. Vanno a sbatterci con la testa. L'orizzonte è di marmo. Non lo vedi? Ritornavano da me strisciando tutti quanti, bravi bravi. A questo modo non me ne libererò.
In che modo ci si libera dei pensieri. Pensandoli. Pensandoli e ripensandoli. Pensandoli fino in fondo. Finendo di pensarli. Se esistesse un congegno in grado di concentrare in un fascio tutta la speranza che ancora c'è al mondo e rivolgerla come un raggio laser contro quest'orizzonte di pietra, aprirlo, sfondarlo.
Ora pensi come loro. Congegni, raggi, violenza. Ora prolunghi nel futuro quel po' di potere che hanno nel presente. Così sì che ti avrebbero in pugno.
Pensi che non lo sappia? Pensi che io pensi di essere totalmente diversa? Purezza, verità, gentilezza e amore? Pensi che io non sappia di che cosa hanno bisogno? Lo so. Vogliono che diventi uguale a loro, perché questa è l'unica gioia che è rimasta alla loro povera vita: rendere gli altri uguali a sé. Pensi che non avverta come mi girano intorno a tastoni per trovare il punto debole attraverso il quale potranno insinuarsi dentro di me? Conosco quel punto. Ma non lo dico a nessuno, neanche a te, nemmeno nel pensiero.
Come ti immagini il tuo futuro.
A questo punto tutti i grandi umbratili pipistrelli si alzarono nuovamente in volo, uno sciame sinistro.
Veramente non sai che a volte bisogna proibirsi certe parole? Per non indebolirsi? Per non intenerirsi troppo?
Allora in futuro sarà questione di durezza.
Il contrario di tenero non è duro. Il contrario di tenero è intransigente, fermo.
Suona magnifico. E in quale delle tue molte tasche fai sparire per magia la paura?
Quel po' di paura? Ci dobbiamo convivere. Se a qualcuno non sta bene, può andarsene. E chi vuole farmi paura con queste immagini che mi caccia nella testa – da un minuto l'orizzonte era sparito, vedevo stanze con inferriate -, chi vuole farmi fuori così, se ne vada anche lui. E in gran fretta.

|...|

Attraversai tutte le stanze e spensi tutte le luci, finché restò accesa solo la lampada sulla scrivania. Stavolta mi avevano quasi avuta in pugno. Stavolta, non che l'abbiano fatto apposta oppure no, hanno colpito nel punto giusto. Quello che un giorno, nella mia nuova lingua, avrei nominato. Un giorno, pensai, riuscirò a parlare, con totale facilità e libertà. E' ancora troppo presto, ma non sempre è troppo presto. Non dovevo semplicemente sedermi a quel tavolo, sotto quella lampada, sistemare la carta, prendere la penna e incominciare. Che cosa resta. Che cosa c'è al fondo della mia città, e che cosa la manda a fondo. Che non c'è maggior sventura del non vivere. E che alla fine non c'è disperazione maggiore del non aver vissuto.

(Christa WolfChe cosa resta, pagg. 77-78; 105. Edizioni e/o)

Lord Belial - Enter the moonlight gate (1997)

E' il secondo album dei Lord Belial, il loro acuto. La band è migliorata tecnicamente rispetto all'esordio e in Enter the moonlight gate definisce il suono spingendolo maggiormente verso il black metal melodico. L'influenza di Storm of the light's bane dei Dissection, uscito sei mesi prima delle registrazioni, è evidente non solo sul piano musicale ma anche visivo: confrontare il retro del CD e le foto delle band per farsene un'idea.

Ma al tempo stesso non è corretto sostenere che i Lord Belial fossero (solo) derivativi. Avevano un proprio stile distinguibile per una serie di peculiarità che persistono dai tempi del bellissimo Kiss the goat. L'utilizzo del flauto non era così scontato e non credo fosse un'eredità. Sia a livello di produzione che di composizione il gruppo su Enter the moonlight gate opera un salto di qualità. Vassago è il timoniere con i suoi spunti melodici ("celebre" l'assolo su Lamia), uso di tapping, uno splendido intermezzo acustico quale è Forlorn in silence. Il campionario delle frecce a disposizione è ampliato anche mediante l'utilizzo del basso distorto (l'apertura di Unholy spell of Lilith è micidiale) e di una combinazione tale tra gli strumenti capace di creare un suono atmosferico e sognante senza tastiere, arricchito da una voce femminile che trova un po' più spazio e dal ricorso all'acustica utilizzata contemporaneamente all'elettrica con quell'effetto stile Soulreaper (chiaro riferimento) dei menzionati Dissection.

Il suono delle chitarre è una meraviglia per le orecchie (Studio Fredman), i riff sono ispiratissimi. Si respira aria di stato di grazia, sonora si intende.

Lamia è la "ballad" come lo era Where dead angels lie, ma è altrettanto udibile l'eco di Vittra dei Naglfar: si prenda ad esempio Black Winter Blood-bath. La title-track ha un crescendo vertiginoso, Lamia è il manifesto della band e io ogni volta non vedo l'ora giunga Realm of thousand burning souls: il mio brano preferito del gruppo, il più lungo e articolato, con una parte finale potente in cui Thomas offre la sua interpretazione migliore (rispetto al cantato stile Marduk di Opus Nocturne, in questo disco ha provato ad osare qualcosa in più) e sembra davvero di assistere al coro agonizzante degli angeli che silenziosamente scompare.



Dawn - Slaughtersun - Crown of the Triarchy (1998)


Corrisponde, per il death/black metal svedese degli anni '90, a ciò che due anni prima della sua uscita Nemesis divina dei Satyricon aveva rappresentato per il black metal norvegese: la degna conclusione di un genere musicale che pur nella sua breve durata cronologica aveva già alle spalle gli anni più fulgidi e creativi.
Un suggello, eppure un testamento. Epigono e lascito.
Un'autocelebrata, colossale "corona della triarchia", laddove il potere è in ciascun elemento della loro folgorante discografia. L'etichetta statunitense Necropolis ha raccolto i tre album (due interi e un mcd) nel 2004 in un'elegante e esaustiva edizione contenente due CD.


Slaughtersun è il più ispirato e maturo dei tre. Raccoglie influenze e detta stilemi. Attinge al genere e ne definisce la forma finale: una mastodontica sequenza di brani lunghi, soffocanti, ripetitivi e geometrici, eccellenti nella sostanza. Il segreto di tanta abbondanza è Fredrik Soderberg, il principale compositore: i suoi riff spaziano tra scale, tremolo picking, melodie, robusti fraseggi ritmici e arzigogoli. Suggestioni Dissection, rara e intelligente acustica a-la John Zwetloot, tortuosi tremolo picking stile Sacramentum degli esordi e la furia estatica dei Vinterland. Da menzionare assolutamente i cambi di tempo e le parti in doppia cassa di un favoloso, indimenticabile lavoro di Jocke Pettersson, che di base è un batterista death metal.

Slaughtersun (poteva esserci titolo più profetico, per una band che oltretutto si fregia di un tal nome?) è veloce e tortuoso, magmatico e apocalittico. The knell and the world, Falcula, The Aphelion Deserts e la conclusiva Malediction murder sono brani di culto.

Il main riff di The knell and the world è magistrale. Curioso destino quello del videoclip del brano: sembra che fosse stato girato professionalmente ma l'autore sparito dalla circolazione subito dopo. La band decise di realizzarlo nuovamente con i propri mezzi. Il risultato è quanto possibile vedere qui sotto.

Questo magnum opus sancisce la fine di un'era, e Henke Forss è la voce disperata che l'anima.

Amo la vita e mi è faticoso leggerlo e reggerlo fino in fondo, eppure mi è indispensabile.




Pill 180

Ancora su L'enfant di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Appendice a quanto scritto qui.

Bruno con lo sguardo fisso nel vuoto. 
Arriva Sonia, camera su di lei. 
Lui fuori campo le chiede come sta il bambino.
Lei risponde secca che sta bene, ancora severa ed arrabbiata.
La camera si sposta su di lui, occhi bassi. Scoppia in lacrime nell'atto di bere.
Camera su di lei: piange.
Camera su di lui: piange.
Le loro mani si intrecciano. 
Piangono insieme.
Si accarezzano la testa, i capelli e le guance.
Tutto avviene in silenzio.
Dissolvenza al nero.

Pensiero sulla responsabilità e sul momento in cui Bruno prende finalmente la sua vita tra le mani.
Giunge a vendere il figlio neonato, e quando capisce che Sonia non intende più vederlo, riconsegna i soldi incassati dalla vendita per riottenere il bambino, lo restituisce a Sonia che tuttavia persiste a non volerlo perdonare. Nel frattempo gli strozzini per il danno economico causato gli chiedono il doppio del denaro e Bruno finisce per compiere una rapina con un ragazzino. Durante la fuga, per sfuggire alla cattura si nascondono sotto la banchina di un fiume gelato. Steve, il ragazzino, sta per annegare e successivamente per morire assiderato. Bruno lo salva, si reca alla polizia assumendosi la responsabilità del furto al posto del ragazzino (che nel frattempo era stato arrestato).
Non è tanto il senso di colpa per il furto. A scuoterlo è l'aver salvato una vita umana.
Responsabilità per la vita di un altro, di un altro che oltretutto gli appare come sé stesso a quell'età.
E Sonia lo perdona, perché capisce che è davvero cambiato? Non più frasi fatte come “Perdonami, cambierò” e sceneggiate tra lo straziante e il ridicolo. Solo loro due, si guardano, si toccano, senza più parole. Il perdono, la riconciliazione, tutto in silenzio.

Bruno inizialmente restituisce il bambino per compiacere Sonia, non per uno slancio di responsabilità. Davanti al muro eretto da Sonia, pensa che allora deve escogitare qualcos'altro ma non sa cosa perché non ha ancora scoperto sé stesso.

Tutto è scambiabile, vestiti, oggetti, la vita, l'innocenza della vita. 
Quando salva Steve, allora si rende conto che l'innocenza non è scambiabile. 
Quella di Steve, e quella sua. Quella di Steve è la sua.

Preferisco non riuscire ad addormentarmi pensando a ciò che mi tormenta, che tuttavia mi aiuta a vivere, piuttosto che a ciò che mi tormenta senza darmi respiro.



Der Wald vor lauter Bäumen (di Maren Ade, 2003)

Attenzione: si parla solo del finale del film.

Il primo lungometraggio di Maren Ade. Ansia, dolore, condivisione della fragilità della protagonista. Nessuno spazio alla travolgente ironia di Toni Erdmann, ma è un capolavoro lo stesso. La foresta per gli alberi, sarebbe in italiano, anche se non è mai uscito nel nostro paese.
Incubo/sogno finale: Melanie solitaria a bordo di un'auto in corsa senza conducente, mentre è sul sedile posteriore. Inizialmente è alla guida. Attorno alberi di una foresta. Sbatte ripetutamente le mani sul volante, disperata. 
Poi, mentre l'auto scorre silenziosa, molla la presa e lentamente si “accoccola” sul sedile posteriore. E da lì, mentre l'auto prosegue con movimento uniforme, (si) è definitivamente nella dimensione del sogno, un sogno piacevole. Guarda rilassata finalmente, fuori dal finestrino, l'imponenza degli alberi che scorrono, che tendono al cielo. “Foresta per gli alberi” mi fa pensare alla moltitudine per il singolo. Lei ha bisogno degli altri, non di una sola ossessione (la vicina di casa). Ritorna ad essere bambina, dice e scrive Chiara. La vita che l'attraversa, e viceversa. Al volante non importa chi ci sia, lei è la passeggera. 
E' un ritorno a quando non c'erano responsabilità, e in auto non aveva l'obbligo stressante di condurre. Lasciarsi trasportare, forse simboleggia la morte, il suicidio. 
Forse un desiderio di ripartire da un punto indietro nel tempo, dove la vita si è interrotta. 
Riprendere il filo. Interpreto questo in un finale aperto, bellissimo.

Zefir (di Belma Baş, 2010)

Bambini radunati attorno ad un fuoco che brilla nella notte. Si sdrammatizza sulla morte, e nel silenzio della mancanza di risposte su ciò che avviene oltre quel momento decisivo, la madre di Zefir è colta implacabilmente nel suo sguardo sgomento. Che il suo "andar via" manifestato ai genitori e a sua figlia non sia legato ad un'esperienza di vita, ma di malattia e morte imminente?
Belma Baş ci lascia il dubbio, proiettandoci in un mondo in cui i segreti della vita non vengono rivelati se non in una prospettiva naturale e inevitabile. I cicli vitali di fiori, piante e animali intrecciano strane corrispondenze con quelli umani, l'allevamento e l'agricoltura sono fonte di nutrimento come lo è il latte materno, e Zefir, senza alcuna spiegazione delle scelte della madre (donna incapace di spiegare, indipendentemente da cosa), richiama a sé il diritto primordiale ad esistere solo in funzione dell'attaccamento materno. 
Ciò che colpisce è uno sguardo cinematografico che quasi si fonde con quello di un etologo, focalizzato sull'agire umano e animale in un continuo parallelo che conduce progressivamente a limarne le distanze e a identificarne le somiglianze, in un ambiente privo di qualsiasi contaminazione come quello di un villaggio dell'Anatolia orientale. E così la madre e la mucca oltre a condividere la simbologia di vita finiscono per condividere anche la stessa morte. 
Estremo e audace, è un film dai colori vividi e ammalianti, che più che per il rapporto madre-figlia colpisce per i rituali di vita e morte: la sepoltura, in particolare, contraddistinta sia da dedizione doverosa che pace donata e raggiunta.

Dan Swanö - Moontower (1998)

Finora (?) l'unico album solista di Dan Swano, realizzato nel 1998 a pochi mesi di distanza dalla rottura con gli Edge of Sanity. E' il suo ritratto musicale a venticinque anni, un mondo il cui canale di accesso è la sua pupilla dilatatissima fino ad occupare l'artwork per intero (come un Sun of the night, il cui attacco vocale mi fa trasalire ogni volta). Difficile considerarlo senza Dread (Andreas Axelsson) al suo fianco, ma il problema di Infernal era proprio la loro schizofrenia musicale, ormai inesorabile, e nel pieno della crisi dell'evoluzione del genere a cui avevano dato tutto per arricchirlo e ampliarlo, virando eccessivamente sulla melodia, Dan Swano su questo ricchissimo disco ricorda che lui l'evoluzione l'ha precorsa con il suo sentire musicale: il suo amore per il prog degli anni'70, in particolare i Rush, e poi i "suoi" Marillion, e saliamo così negli '80 con quei synth che in Moontower sono un elemento distintivo, per giungere infine agli anni '90 caratterizzati dal death metal di cui è stato un protagonista nel suo paese e non solo. Un'icona, un ragazzo che a vent'anni si industriava per metter su uno studio di registrazione e diventare produttore e ingegnere del suono parallelamente alla sua attività di musicista, non solo negli Edge of Sanity ma anche come guest in numerosissimi altri dischi, o in svariati progetti, alcuni di vita breve, altri più longevi, con il fratello e altri artisti svedesi, e non solo di musica estrema (Nightingale, Odissey...).

La musica è Swano style: oltre ai synth e a quest'atmosfera da retro '70-'80 spicca la sua voce gutturale, che si è sempre distinta per qualità sulla media durata a quanto pare visto che dal vivo non riusciva a tenerla per oltre tre quarti d'ora, e un pulito che io ho sempre adorato e che anche su Moontower chiunque avrebbe preferito forse ascoltare un po' di più (il finale di Add Reality e il centro di The big sleep sono momenti di spicco). Chitarre dense, metal ma di ispirazione prog, a tratti un'anticipazione della combinazione sperimentata sul successivo Crimson II, con il quale questo progetto solista rappresenta forse il compendio di tutto il suo sentire artistico. Diverse chitarre acustiche inserite con stile ed eleganza. Non è un caso che entrambi gli album siano suonati completamente da lui, che resta di base un batterista e un ottimo performer vocale, ma anche come chitarrista mancino si distingue per un gusto melodico e ritmico in cui intesse diverse influenze con padronanza anche tecnica. Il riff portante di Creating illusion sembra appartenere ad un disco degli Edge of Sanity, mentre per il resto si respira aria fresca e ancora oggi a quasi vent'anni di distanza quest'inusuale chimica tra death metal (di cui resta in fondo solo la voce, un po' come per Swansong dei Carcass e gli ultimi lavori dei '90 dei Gorefest) e rock progressivo suona ancora accattivante e coraggioso.
Encounterparts è la strumentale che sintetizza le forme musicali di Swano attraverso tutti gli strumenti e nel particolare con gli inserti acustici. Sun of the night e Uncreation le mie preferite, ma tutto il disco regge su livelli alti. 
Uscito per la Black Mark Production del mitico Boss (padre di Quorthon dei Bathory), è un po' difficile da trovare ormai; io lo acquistai una decina di anni fa quando non ancora era diventata una chicca per appassionati e collezionisti nostalgici.
In un'opera così personale vale la pena accennare al mondo lirico di Swano, che si divide tra le solite suggestioni fantasy (Sun of the night), mondo onirico (Patchworks), riflessioni esistenziali su religione (Creating illusions), evoluzione (Uncreation), morte (The big sleep) fino a due testi particolarmente intimi e inusuali fino a quel momento della sua carriera, ossia quello di Add reality (relazione sentimentale) e soprattutto della conclusiva In empty phrases, in cui ritrae la sua creazione artistica con umiltà.

Pill 179

Una settimana fa, lunedì, ho girato tre agenzie, ho accettato il primo impiego per il quale ho fatto il colloquio martedì – più ore di quelle che volevo, paga bassa, ma con il vantaggio di un lavoro affascinante che non mi porto a casa – trascrivo a macchina le cartelle della clinica psichiatrica al Massachussets General, rispondo al telefono, tengo i contatti e organizzo uno staff di venticinque medici e un continuo viavai di pazienti – non sono ancora abituata e mi sfinisce, ma offre alla mia giornata e a quella di Ted uno schema oggettivo. Ho riavuto indietro alcune poesie che mi parevano "perfette" per il 'New Yorker' e non ho trovato né il tempo né la forza di rimuginarci su – o di scrivere! Ma immagino che il lavoro mi faccia bene – ogni desiderio di andare in analisi io stessa, a parte le occasionali fugaci apparizioni del mio uccello del panico, va scemando. Paradossalmente, la visione quotidiana e obiettiva che mi arriva attraverso le cartelle di pazienti disturbati rende obiettiva la visione che ho di me. Cercherò di incastrare la scrittura in questa routine – per espanderla. Grazie a questo lavoro ho la sensazione che tutte le mie percezioni e la mia comprensione per il prossimo si siano approfondite e arricchite: come se il mio desiderio fosse stato esaudito e le anime degli abitanti di Boston si spalancassero, permettendomi di leggerle a fondo. Una donna, oggi – grassa, spaventata dalla morte -, ha sognato tre cose: il padre morto, l'amica morta (di parto, febbre reumatica), il proprio funerale – lei nella bara e anche tra la gente a piangere. Il figlio che cade per le scale e si rompe la testa, che beve veleno (DDT) – la madre che arde viva nella casa che esplode. Paura, il dio maggiore: paura degli ascensori, dei serpenti, della solitudine – poesie sulle facce della paura. Annotazione interessante dal Diario dell'anno della peste di Defoe:

"...era opinione di altri che si potesse identificarla |la peste| facendo alitare l'infermo su un pezzzo di vetro, sicché l'alito che lì si condensava avrebbe, attraverso un microscopio, permesso la visione di organismi viventi dalle forme strane, mostruose e spaventevoli, intollerabili alla vista, quali draghi, serpenti, serpi e demoni."


Non tralasciare "le chimere" della mente malata.


Annotazioni ospedaliere

Venticinquenne, sposata due volte, un divorzio, madre di tre figli. "Li odio, i miei figli". Paura del buio. Dorme vestita. Lavoro: polleria. Eviscera polli. Ama il lavoro, ha una vera passione per i polli, riesce a mangiarli crudi. Ama i maccheroni. Ne mangia mezzo chilo pulito in una volta. Chiede continuamente più roba da mangiare alla madre.

Laura R.: capelli tinti di arancione acceso. Guardarobiera. Posa nuda per un fotografo. Amica lesbica.

Dorothy S.: incubo: vedeva la sua testa amputata, ma attaccata per la pelle.

Mary M.: sogno: lavorava al capezzale di un tizio che somigliava a un vecchio paziente di mezza età con famiglia, molto affettuoso con lei ma sempre nei limiti. Nel sogno, in camera da letto, apriva il ripostiglio, guardava nella sacca del bucato e ci trovava cinque teste. Quattro di bambini che non riusciva a identificare. La quinta era quella della madre come se la ricordava da piccola.

Legata a un uomo con un occhio di vetro. Quattro anni fa: il cane del vicino abbaiava tutta la notte nel cortile e, insieme al rumore, era in aumento anche la popolazione cittadina. Grazie agli sforzi del marito, niente più cani in città... Incapace di vedere l'insonnia come il risultato di sue tensioni interiori, continua a prendersela con i cani del vicinato. (Ho idea di avere per le mani una schizofrenica).

Spero P.: 34 anni. Bianco, celibe, direttore di scuola elementare. Paura di asfissia e morte. Incapace di mantenere una relazione seria con una ragazza se si parla di matrimonio. Profondamente assorbito dall'odio per sua madre. La insulta, definendola una vecchia vanitosa, disumana, lussuriosa, severa, testarda, disgustosa che gli somministrava sonore strigliate da bambino. Paura di essere impotente. Afferma di riuscire bene in tutto e di poterlo dimostrare a chiunque. Capace di distruggere chiunque in una discussione.

Edward C.: crisi sporadiche in cui sente di non essere se stesso. Prova un senso di irrealtà. Se guarda la TV crede di essere quello che crea tutto. Una volta c'è stato un uragano e quando è passato lui ha capito di essere stato l'artefice sia dell'uragano sia dei danni conseguenti.

Barbara H.: sentiva qualcosa che le si muoveva nella pancia. Poteva trasformarsi in un animale o restare incinta e partorire cuccioli. Trasformata in un mulo o in un cavallo. Pensava che le stesse crescendo la peluria sulla faccia. Trentacinque anni, sposata, bianca.

Per Philomena T. tutto deve essere perfetto: mentre preparava un dolce ha scoperto di aver dimenticato un ingrediente. Impazzita, si è strappata i capelli, ha battuto i pugni contro il muro straziandosi le mani.

Lilian J.: 68 anni. Convinzione ossessiva e affascinante di essere incinta. Un fidanzato (52 anni) negli ultimi 30 anni. Non intende sposarlo. Giochi sessuali. Il marito (il primo) muore di TBC dopo 6 anni di matrimonio. Pensione di 11 stanze a conduzione familiare.

Edison F.: un grande complotto senza fine. Rapito nel sonno – "mi hanno messo alla monta". Produce una quantità di documenti per comprovare la sua esistenza. Certificato di nascita. Certificati elettorali e di naturalizzazione.

John M.: meccanico. Operaio specializzato per la Newton Ball Bearing, disinfestatore per la New England City Ice Co. Incubo: granello di sabbia sul petto, che cresce e raggiunge le dimensioni di una casa. Senso di soffocamento, oppressione.

Frank S.: "Mi sento colpevole per il mio 'malanimo sociale' ". Colloca all'origine del malessere la lettura dell'Uomo in rivolta di Camus. Sente di aver ferito a morte, con occhiate minacciose e sdegnate, persone emotivamente vulnerabili. In Germania provava il desiderio di colpire o punire i tedeschi. Lo faceva fissando minacciosamente i passanti. In quel periodo sentiva di avere una personalità più magnetica e forte di quella di molti altri.


(Sylvia PlathDiari. Pagg. 315-317. Adelphi editore)