Pill 162

A dire il vero io non sono magra, ma posso sembrarlo, perché so come vestirmi. Sono nel mio elemento quando mi mostro, proprio perché non sono pura luce. Io non sono così sfuggente. E se una volta voglio fuggire non me lo permettono. Io sono il mio abito e il mio abito è me, dunque il mio abito è più della luce. E' ciò che non può essere di più. Non ciò che non può più essere. Insomma, come posso dire, sotto non c'è più carne. Ciò che è, è ciò che è, ma non è soggetto al divenire del tempo, perché non è carne. Io non marcisco. Io mi premetto di essere perfettamente a casa nel mio corpo, avvolto da abiti che mi danno sicurezza. No, anche così è mal detto. Va bene, ci si ricorderà ancora a lungo degli occhi distanziati e della bocca sensuale, ma come se fossero stati degli abiti. I miei occhi e la mia bocca sono accessori. Il mio profilo è molto complicato, ma per questo esistono le abbreviazioni espresse dai miei abiti, e io le adopero tutte per iscrivermi stenograficamente nel libro degli uomini, nei loro diari personali, ce n'è per tutti. Una stenografia che è in fondo una variante senza identità e forma. Tutto è insicuro, per questo appaio così sicura. Una donna in fondo insicura come me, che appare sicura nel sistema del mondo. Da personaggi pubblici come noi si richiede tempra e si riceve altrettanta tempra. Mostrare le gambe! Nessuna ne aveva mai avuto il coraggio. Via il punto vita. In compenso far vedere completamente le gambe. Persino alla cerimonia dell'insediamento, quando stavo quasi per morire di freddo nel mio cappottino di lana. Ma in mezzo a quelle matrone dai lunghi visoni mi distinguevo fra tutte. Proprio non riuscite a capire come si possa sopportare qualcosa di simile? Allora ascoltate: è impossibile che manchi qualcosa, perché altrimenti mancherebbe tutto. Voglio dire, qualcosa può mancare in un modo così drastico che la sua stessa esistenza non è più data, anche quando ne sia rimasto qualcosa, no, non mi sono espressa bene, per quell'esistenza non rimane alcun margine di azione, ed è l'esistenza stessa a diventare un margine di azione. Ma solo noi eletti abbiamo il permesso di agire, là dentro. Gli altri stanno fuori dal recinto e cercano di intrufolarsi. Senza riuscirci. Nessun abito può fare a meno di cuciture. Ecco, vedete. Se mancano le cuciture, niente abito! Gli elementi destinati a stare bene insieme non crescono insieme. Chi lo sa meglio di me! E' così che mi comporto con me stessa. Io sono la cucitura, ma la stoffa nel mezzo manca, accidenti, adesso ho ribaltato tutto. Insomma, la mia esistenza diviene significativa nel momento in cui vario gli accenti. Ora si parlerà di più del mio abito da sera Duchesse, a favore delle elezioni, ora degli short e della camicetta a quadri Vichy sulla spiaggia, a favore dei bambini, ora del mio completo rosa Chanel, per il favore e la fama della morte, e ora del mio completo di lana rossa, dopo l'annuncio dei risultati elettorali, quando i voti raggiunsero il massimo apice, quel completo che accolse confidenzialmente la testa sulla mia spalla, o era la spalla che accoglieva la mia testa? Non importa. Improvvisamente sono sola e mi metto a piangere. Questa faccenda che sono una cucitura mi dà filo da torcere: la gente si immagina quello che sta in mezzo, che non sono io. Ognuno ci vede una cosa diversa. Le cuciture ci sono o non ci sono, si possono impuntire fino al punto X, si possono accentuare come un punto vita, non il mio, quello di un'altra, il mio non è la cosa migliore che ho, devo far in modo che non vi cada l'occhio.

(Elfriede Jelinek - Jackie, pagg. 24-27. Forum editrice)





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