E' solo la fine del mondo (di Xavier Dolan, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

But the beast beneath the skin has been whispering, wondering, wondering, whispering
It's only the end of the world again.

"Quanto tempo?"


Il tabù della morte.

Il dolore da condividere perché appartiene a quella sfera intima di cui fa parte anche l'amore.

Il diritto di poter essere padroni, per quanto possibile, della propria vita, di condividere la propria morte.
Parlare della propria morte come testimonianza della propria vita.
Il diritto di esprimersi.
Il diritto di poter riassaporare, rivedere e riascoltare i frammenti della propria vita, sparsi ma raccolti. Lontani, ma ancora raggiungibili. Fino al limite estremo.
Il diritto di rivangare non tanto il passato, quanto la memoria di quel passato.

Il desiderio di rivedere la “vecchia casa maltrattata dal tempo”. Ricordi di miseria e tempi duri, ma quando la vita passa davanti, tutta, sapere di aver vissuto in un posto che malgrado tutto è lì, meta e non solo punto di partenza, appartiene alla legge del desiderio di riconciliazione che sgorga.
Nella vecchia casa sono nati i sogni, e Louis avrebbe voluto accarezzarli per l'ultima volta.
Desiderio di riscoperta per chiudere degnamente il cerchio. Desiderio che la testa poggi di nuovo su quel materasso.
La vecchia casa, non ha senso vederla: la brutalità della rinuncia.
Desiderio di avere la possibilità di pronunciarsi, di pronunciare la morte, per spezzare quel tabù condividendo la verità, nuda e semplice, eppur dolorosa, con la propria famiglia, con chi più di chiunque altro ha il diritto e il dovere di sapere e accogliere.
“Che cosa sei venuto a fare”, domanda ripetitiva come una interrogativa subdola. Non c'è tempo per porsi in ascolto per più di una manciata di secondi, si è perso il tempo dell'attesa, del mettere gli altri nelle condizioni di esprimersi secondo i loro tempi, le loro intenzioni, le loro necessità.

La pendola, il tempo scorre, quando sarà il momento giusto?
Le parole circostanziali per introdurre le parole “giuste”, quanta fatica. Scegliere il momento “giusto”, Louis ci ha provato, tre parole da dire e da rispondere, quelle essenziali, a volte quelle per rompere il ghiaccio dell'omertà.
La paura di parlare e di ascoltare, per contro, la paura di sentirsi dire che si muore, come se non lo sapessimo. 

La madre, tutto a punto, la mater familias che ha sempre sognato di poter esclamare “Come stiamo bene insieme, va tutto bene”, la nostalgia per le domeniche trascorse in famiglia, essere artefice della spensieratezza della famiglia, un riflesso ormai consunto, irrimediabilmente. 
I piatti preparati impeccabilmente “come nei libri”.
La madre che vede gli occhi del padre nel figlio, perché la genetica non mente, ma il dolore di un figlio è talvolta inconcepibile, quella frase “devo andarmene” necessariamente il timore che sia un'esperienza terrena, impossibile che sia la morte. La morte di un figlio è impossibile da considerare per una madre, tra le righe. A volte. Sarà più preparata, la prossima volta. Non ci sarà una prossima volta, un concetto alieno per l'amore irrazionale di una madre.
Lei resterà sempre quella della veste svolazzante delle domeniche, la stessa fantasia della tenda anch'essa svolazzante che Louis osserva mentre l'abbraccia, con le narici intrise di quel profumo di una mamma che è impossibile da dimenticare, e che ogni volta che si cade in un suo abbraccio si ritrova come la prima volta, anche a distanza di decenni. La tenda-vestito materno che ricorda l'infanzia noi la vediamo nel riflesso degli occhi azzurri di Louis (tutti gli interpreti hanno gli occhi chiari, tutti azzurri eccetto lei, verdi).

Suzanne, l'incoscienza del mondo. Non a caso il dialogo è nella sua stanzetta, il suo letto, la speranza adolescenziale di andare lontano, ancora inconsapevole del dolore del mondo. Non sono accadute cose strane, omicidi, reati, tradimenti, quelle cose che si vedono nelle vite degli altri. La morte, anche qui, un'eco lontana. Nessuno la rassicura, nessuno le spiega.

Gli sguardi: Catherine e Louis nel salotto, soli nel mondo in quel momento. Lui ha la barba di due giorni, e lo sguardo perso.
“E' malato”, pensa Catherine, si accorge Catherine, goffa nell'esprimersi, l'emblema che linguaggio emotivo e verbale non procedono di pari passo, contrariamente al tangibile, lei che non ride di una pessima storiella che prende per il culo una ragazza down, la trova di cattivo gusto, mentre per Antoine è la sola iniziativa verbale non violenta che intraprende per tutto il film; il solo terreno sul quale conversare “normalmente” è trovare un “argomento” di questo genere.

Catherine che “non è della famiglia”, preferirebbe che Louis e Antoine si parlassero, in intimità. Quando i due tornano dal delirante giro in auto, teme che abbiano litigato: conosce Antoine emotivamente, non tanto per cose riferite da lui (non era a conoscenza che fosse stato in Cina, ad esempio) e intuisce cosa la parola “morire” gli possa suscitare, tanto che più tardi nel momento in cui Louis cerca di spiegare il motivo della propria visita, lo prende per mano. 

L'occhiolino prima, la confidenza verso il fratello maggiore, la ricerca di un contatto maschile, con “chi saprà capirmi, ho pensato”, esclama Louis in auto, prima di una folle corsa, che gli lascia una camicia sudatissima tra spavento, tristezza, dolore. Antoine non solo non l'ascolta, s'incazza persino, lo accusa farneticando di aver inventato una storia, “l'ennesima storia per incularlo”, nella paranoia più malsana, ed è egli stesso che aggiunge un particolare di fantasia (la lettura del giornale) nel racconto. Efficace, per una volta, il doppiaggio italiano che traduce "nel contempo" l'espressione forbita ma naturale di Louis, che Antoine sbeffeggia (nella versione sottotitolata è tradotta con "nell'attesa" ed effettivamente non si capisce perché Antoine debba sottolineare con derisione tale espressione).
La morte di Pierre, “il tuo Pierre”, gli viene in mente di riferirla così, d'impulso, preceduta da uno schiocco di dita come un particolare, omesso e recuperato.
Louis persiste a provare fino all'ultimo a comunicare con Antoine: lo sguardo sorridente durante il dessert, così caldo e dolce e ebbro di amore. L'illusione che non ha riconoscimento.
“Devo andare via”, esclama: Antoine reagisce come sempre, terrorizzato, perché ha capito (come suggerisce il tipo seduto dietro di me nella sala). Il terrore di infrangere la vacua ma rassicurante sterilizzazione della realtà. Una camera iperbarica: ecco cosa desidererebbe per sé e per gli altri. Soprattutto per sé, ma anche per gli altri, e qui nasce la tenerezza verso questo personaggio che si difende distruggendo, indifeso ma violento. Lui, il primogenito - la responsabilità che rifiuta - avrebbe voluto difendere le altre, le donne, isolarle dall'impronunciabile morire, che Louis ha edulcorato per provare a introdurre il concetto. Ha fatto un bel casino, Antoine, l'ennesimo. L'ennesima prevaricazione “a fin di bene”, ma pur sempre prevaricazione - la sua difesa è offesa.
Le nocche di Antoine ferite da un pugno a qualcosa o qualcuno, l'inesplicabile che trova sbocco tramite l'esercizio del pugno.

Lascia Louis interdetto, sa che è remissivo, lo costringe a partire. Gli nega la possibilità. Gli serve l'alibi (appuntamento serale). Louis accetta: tornare è equivalso ritrovare gli stessi motivi che l'avevano spinto a partire. Ma Louis è diverso, pentito sinceramente della propria assenza pregressa, asseconda il desiderio materno (“avete il diritto di venire a trovarmi”). Si è reso conto irrimediabilmente e definitivamente che il suo sentire è incompatibile con quello degli altri, coloro che avrebbero dovuto, o saputo capire.

Solo Catherine, l'estranea, traduttrice emotiva secondo una consonanza non verbale, destinataria del cenno di Louis di mantenere il segreto, a cui risponde annuendo e chiudendo gli occhi nel mantenere tacito un accordo, l'unico possibile.

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