Sadness - Danteferno (1995)

Time belongs, only to the ones that partecipate

Dopo un primo album tanto bello quanto inosservato, i Sadness da Sion (come i Samael) cambiano etichetta, infelicemente, e realizzano Danteferno
Sarebbe potuta essere la svolta sia in termini musicali che di successo, ma il disco è controverso e segna un passo indietro rispetto al debutto, e l'entusiasmo underground dei primi tempi si spegne. L'italiana Godhead fallisce di lì a poco.
Il tempo per firmare un terzo contratto con la Mystic: ancora una volta un buco nell'acqua. L'etichetta polacca è dedita alla realizzazione di musicassette, per i Sadness opera un'eccezione: edizione CD in slipcase, ma il mini Evangelion è terribilmente inascoltabile nel suo mix di elettronica, dark e techno nei brani inediti. La fine.

Danteferno è controverso perché la band ha cercato di uniformarsi alla corrente metal, rinunciando alle influenze dark delle origini. Ascoltato per intero, le intenzioni sembrano diverse, ma i risultati sono proprio questi. La produzione di Martin Eric Ain dei Celtic Frost è più un limite che un vantaggio: segna un passo in avanti per professionalità, ma il suono delle chitarre e molti riff della coppia Chiva/Terry nelle parti heavy riconducono molto, troppo alla band di culto di Zurigo (gli Alastis in quegli anni tracciavano un destino simile).
Il limite maggiore sono i quattro brani conclusivi del disco, ossia la metà sul totale. I brani Shaman e Talisman sono pura accademia sulla falsa riga dei momenti più piatti delle parti heavy dei Celtic Frost. Below the shadows e Aphrodite's thorns si incentrano sulla voce di Christine (che pervade anche il debut), tastiera e i rintocchi dark tipici del loro stile, ma tutti questi elementi non bissano la ricercatezza, lo splendore dei brani del primo album, che erano più emozionanti ed omogenei.
Infine, Danteferno a mio avviso è stato promosso male, ossia come un disco di gothic/doom metal (dovrei ancora avere un flyer dell'epoca che lo descriveva come i nuovi Anathema e My Dying Bride).

Scrivo di questo disco per rendere omaggio invece a tutto ciò che di buono e prezioso possiede nei primi quattro brani: ispirati, potenti, creativi, emozionanti.
L'ingresso delle chitarre sui cori femminili della title-track mi suscita ancora oggi un brivido intenso. Gli strumenti sono più d'impatto rispetto al debutto ma risulta ancora chiara la matrice del gruppo, a partire dal timbro inconfondibile di Steff Terry. Danteferno evolve in un inserto azzeccato di piano fino ad un finale travolgente. Senza respiro.
The mark of the eldest son è ancora più metallico, e nel momento di maggior enfasi in cui non casualmente vengono mescolate le parole melody e melancholy (senza h nel booklet) sia sul piano lirico che sonoro torna alla mente la splendida chitarra di Lueurs.
Tribal è il primo brano del disco più Celtic Frost-dipendente, animato da una vena tribal-metal come da titolo. E' accattivante, parte e prosegue bene, ma a sorpresa non avviene quella svolta tipica nell'evoluzione dei brani del gruppo. E' il primo segnale di cedimento.
Per fortuna c'è Delia, ultimo grande esempio della magia dei Sadness: gli arpeggi, la voce sussurrata, un'esplosione metallica e la chitarra solista (un po' paradiselostiana) di Chiva lasciano una traccia ben distinta.
A seguire, un calo netto, nettissimo di idee.

La band dopo Evangelion è scomparsa. Steff Terry ha provato a metter su un nuovo gruppo dieci anni più tardi, i Mistery Cold. Farciti di elettronica. Solo demo.

Chiva ha realizzato un disco Black Sabbath-dipendente (Oracle Morte, del 1996, scovato in un negozio anni fa) in cui suona tutti gli strumenti.

  

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