Pill 155

Mi fu improvvisamente chiaro che poteva essere vero, doveva essere vero, quello che un transfuga greco aveva riferito e che per ordine di Priamo era opportuno non divulgare, perché il popolo non considerasse il nemico un mostro: che questo medesimo Agamennone aveva fatto scannare la sua propria figlia, una fanciulla di nome Ifigenia, sull’ara sacrificale della dea Artemide, prima della partenza della flotta. Quante volte durante tutti gli anni della guerra dovetti pensare a quella Ifigenia. L’unica conversazione che mi consentii con quell’uomo riguardò sua figlia. Fu sulla nave, il giorno dopo la notte di tempesta, stavo a poppa della nave, lui accanto a me. Cielo azzurro intenso e la bianca linea di spuma che la nave si lasciava dietro sul liscio mare verdeazzurro. Chiesi apertamente ad Agamennone di Ifigenia. Pianse, non come si piange di dolore, ma di paura e di debolezza. Però aveva dovuto farlo. Che cosa, chiesi freddamente, volevo che lo dicesse. Si torceva. Era stato costretto a sacrificarla. Non era questo che volevo sentire, ma parole come “assassinare”, “macellare” sono sconosciute agli assassini e ai macellai. Come mi sono allontanata da loro, anche nella mia lingua. Il vostro Calcante, gridò Agamennone con tono d’accusa, per ottenere venti favorevoli ha preteso da me questo sacrificio. E tu gli hai creduto, ho detto. Io forse no, piagnucolò lui. No, io no. Gli altri, i prìncipi. Tutti invidiosi di me, che avevo il comando. Tutti malevoli. Che cosa può un condottiero contro un esercito di superstiziosi. Lasciami in pace, dissi. Grande davanti a me stava la vendetta di Clitennestra.

(Christa WolfCassandra, pagg. 67-68. Edizioni e/o)

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