Elle (di Paul Verhoeven, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ho visto Elle di Verhoeven. Penso a quanto sia labile il limite tra mostrare una violenza “pulita” e morbosa.
In Spetters, Fiore di carne e nei primi film olandesi l'eccesso non era quasi mai stucchevole. In Elle sì.
Sfruttamento e sopraffazione facevano parte di una poetica ben precisa, persino nel primo film hollywoodiano del regista.
Lo stupro di Spetters è spaventoso, mi spacca le ossa. Quelli di Elle cedono il passo ad una dimensione che non ha più a che fare col mio corpo. Il film si allontana da me durante la visione. Nemmeno la trama da film giallo, inizialmente accattivante, regge la distanza.
La spettacolarizzazione della violenza ha trasformato Verhoeven in un regista esageratamente compiaciuto di fare il Verhoeven.
Poche sequenze si salvano, le più grottesche.
Una psicanalisi da strapazzo serpeggia per tutto il film. Lei asseconda la violenza che in fondo ritiene di meritare? Lui la violenta per vendetta della morte di qualcuno a lui caro quarant'anni prima? Il desiderio di paternità del figlio, pur a costo di riconoscere un figlio non suo? Una madre che rivanga la giovinezza sfiorita con un gigolò per poi morire per un improvviso ictus provocato da veleno madre-figlio? Il padre, enigmatico mostro, idem? Una vicina di casa caricaturale devota e vergine sposata ad un maniaco sessuale, che commenta con compostezza la sorte del marito come frutto di un' “anima tormentata”?
E poi questa ridicola allusione al lesbismo, ma per favore!
Come se il valore, la riproducibilità, la comunicazione del mezzo filmico con chi ne fruisce vadano di pari passo con l'esagerazione. Quanto narcisismo!
Per gli amanti del "c'è gente che si masturba, eiacula, prende botte, muore, muore atrocemente, muore dissanguata, scopa, scopa con uomini, donne, bambini torturati? Critica alla società conformista".
Strizzata d'occhio a La pianista, per giunta, in almeno due sequenze. Forse tre, se considero l'ambiguità che assume la violenza carnale.
Vorrebbe costringermi a sentirmi puritano perché ripudio questa reiterazione di sessualità visibile e latente (le scene collettive, in cui regna il perbenismo formale mentre sotto i tavoli – metaforicamente e non – giace la menzogna del “tutti scopano con tutti”) ma perde completamente di vista il vero parametro che mi spinge ad apprezzare un film: la potenza evocativa. Quella che mi lascia sperare o morire, vergognare o temere, e soprattutto fremere.
Non sempre la briglia sciolta conduce al cuore.
Per fortuna c'è Isabelle. Lei sorregge la visione. Senza di lei, oh, ridatemi la Soutendijk.
A 63 anni offre ancora il corpo nudo alla macchina da presa con la stessa sfrontata disinvoltura di trentacinque anni fa quando girava Loulou o Colpo di spugna.

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