Atrocity - Calling the rain (1995)

Calling the rain è un project-album della band tedesca Atrocity. Sarebbe stato il caso di chiamarlo con un altro nome, e molti avrebbero agito così, ma gli Atrocity erano fieri di mostrare come riuscivano a cambiare pelle da un album all'altro, agglomerando famelicamente e in breve tempo una serie di sonorità completamente distanti le une dalle altre.


Blut dell'ottobre del 1994 era un coraggioso ma poco ispirato esempio di come ci si potesse staccare dal death metal degli esordi, Willenskraft del 1996 ancora peggio; tanto trend preso qua e là da altri dischi del tempo alternative e nu metal.
Nel mezzo, una collaborazione con i Das Ich con incursioni stravaganti nell'EBM e industrial. Per poi finire a fare cover di grandi pezzi degli anni '80.

Proprio in Blut c'era il brano Calling the rain che dà il titolo a questa raccolta, o meglio un album vero e proprio di qualche mese più tardi. Il gruppo scrive e registra in collaborazione con Yasmin Krull, sorella del leader Alex. Il risultato spiazza, fa discutere. Dimenticato in fretta, in realtà, prima che After the storm quindici anni più tardi ne rievochi lo spirito.

Non è certo folk metal, come è etichettato ovunque. Qui di metal non c'è nulla, e le uniche chitarre elettriche appaiono in Land beyond the forest e nella successiva Die Geburt eines Baumes
Yasmin non è una gran cantante, a volte la sua voce ha delle incertezze, e lo stesso Alex col pulito non ha mai convinto. Tuttavia i brani non sono affatto male. Si assiste ad una band metal che gioca a sperimentarsi per davvero nel folk. Coraggioso. 

Da segnalare l'ultimo brano Ancient sadness, che parte come traccia ambient prima di trovare una definizione in linea col resto del disco, in tempi più dilatati. Decenti la title-track e Back from eternity. La copertina è malamente sgranata, discreto il video estratto.


Resta un esempio di incursione di una band tedesca pioniera di musica estrema nel proprio paese, con alle spalle un capolavoro come Todessehnsucht (1992), che si è gettata a capofitto senza paura e con un bel po' d'ingenuità in un genere distante anni luce da quello originario, facendolo proprio.

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