Deicide - Legion (1992)

La violenza in 29 minuti.
Talmente ripetitivo che ad un certo punto non capisci più a che brano sei, dove sei, chi sei.
Il suono dei Morrisound, ruvido, tagliente, spietato.
blast beat di Steve Asheim.
Il basso corposo e la voce demoniaca di Glen Benton.
Il resto sono loro, i fratelli Hoffman, con quell'incaponirsi in riff cervellotici, nevrotici, bestiali.

In mezzo a tanta idiozia lirica e scenica, i Deicide con Legion realizzano il secondo eppure già ultimo buon disco.
Leggermente inferiore al debutto ma ancor più efferato.
Repent to die mi sconvolge ogni volta.

Pill 160


Io canto per consumare l'attesa.
Allacciarmi la cuffia
chiudere la porta di casa -
non ho altro da fare,

fin quando viaggeremo verso il giorno
in cui s'avvicina il passo fatale -
e ci racconteremo come abbiamo cantato
per tenere lontana la Notte.

(1864)



La strega fu impiccata, nella storia,
ma la storia ed io
troviamo le arti magiche
di cui abbiamo bisogno, giorno dopo giorno.
(1883)













Atrocity - Calling the rain (1995)

Calling the rain è un project-album della band tedesca Atrocity. Sarebbe stato il caso di chiamarlo con un altro nome, e molti avrebbero agito così, ma gli Atrocity erano fieri di mostrare come riuscivano a cambiare pelle da un album all'altro, agglomerando famelicamente e in breve tempo una serie di sonorità completamente distanti le une dalle altre.


Blut dell'ottobre del 1994 era un coraggioso ma poco ispirato esempio di come ci si potesse staccare dal death metal degli esordi, Willenskraft del 1996 ancora peggio; tanto trend preso qua e là da altri dischi del tempo alternative e nu metal.
Nel mezzo, una collaborazione con i Das Ich con incursioni stravaganti nell'EBM e industrial. Per poi finire a fare cover di grandi pezzi degli anni '80.

Proprio in Blut c'era il brano Calling the rain che dà il titolo a questa raccolta, o meglio un album vero e proprio di qualche mese più tardi. Il gruppo scrive e registra in collaborazione con Yasmin Krull, sorella del leader Alex. Il risultato spiazza, fa discutere. Dimenticato in fretta, in realtà, prima che After the storm quindici anni più tardi ne rievochi lo spirito.

Non è certo folk metal, come è etichettato ovunque. Qui di metal non c'è nulla, e le uniche chitarre elettriche appaiono in Land beyond the forest e nella successiva Die Geburt eines Baumes
Yasmin non è una gran cantante, a volte la sua voce ha delle incertezze, e lo stesso Alex col pulito non ha mai convinto. Tuttavia i brani non sono affatto male. Si assiste ad una band metal che gioca a sperimentarsi per davvero nel folk. Coraggioso. 

Da segnalare l'ultimo brano Ancient sadness, che parte come traccia ambient prima di trovare una definizione in linea col resto del disco, in tempi più dilatati. Decenti la title-track e Back from eternity. La copertina è malamente sgranata, discreto il video estratto.


Resta un esempio di incursione di una band tedesca pioniera di musica estrema nel proprio paese, con alle spalle un capolavoro come Todessehnsucht (1992), che si è gettata a capofitto senza paura e con un bel po' d'ingenuità in un genere distante anni luce da quello originario, facendolo proprio.

Sadness - Danteferno (1995)

Time belongs, only to the ones that partecipate

Dopo un primo album tanto bello quanto inosservato, i Sadness da Sion (come i Samael) cambiano etichetta, infelicemente, e realizzano Danteferno
Sarebbe potuta essere la svolta sia in termini musicali che di successo, ma il disco è controverso e segna un passo indietro rispetto al debutto, e l'entusiasmo underground dei primi tempi si spegne. L'italiana Godhead fallisce di lì a poco.
Il tempo per firmare un terzo contratto con la Mystic: ancora una volta un buco nell'acqua. L'etichetta polacca è dedita alla realizzazione di musicassette, per i Sadness opera un'eccezione: edizione CD in slipcase, ma il mini Evangelion è terribilmente inascoltabile nel suo mix di elettronica, dark e techno nei brani inediti. La fine.

Danteferno è controverso perché la band ha cercato di uniformarsi alla corrente metal, rinunciando alle influenze dark delle origini. Ascoltato per intero, le intenzioni sembrano diverse, ma i risultati sono proprio questi. La produzione di Martin Eric Ain dei Celtic Frost è più un limite che un vantaggio: segna un passo in avanti per professionalità, ma il suono delle chitarre e molti riff della coppia Chiva/Terry nelle parti heavy riconducono molto, troppo alla band di culto di Zurigo (gli Alastis in quegli anni tracciavano un destino simile).
Il limite maggiore sono i quattro brani conclusivi del disco, ossia la metà sul totale. I brani Shaman e Talisman sono pura accademia sulla falsa riga dei momenti più piatti delle parti heavy dei Celtic Frost. Below the shadows e Aphrodite's thorns si incentrano sulla voce di Christine (che pervade anche il debut), tastiera e i rintocchi dark tipici del loro stile, ma tutti questi elementi non bissano la ricercatezza, lo splendore dei brani del primo album, che erano più emozionanti ed omogenei.
Infine, Danteferno a mio avviso è stato promosso male, ossia come un disco di gothic/doom metal (dovrei ancora avere un flyer dell'epoca che lo descriveva come i nuovi Anathema e My Dying Bride).

Scrivo di questo disco per rendere omaggio invece a tutto ciò che di buono e prezioso possiede nei primi quattro brani: ispirati, potenti, creativi, emozionanti.
L'ingresso delle chitarre sui cori femminili della title-track mi suscita ancora oggi un brivido intenso. Gli strumenti sono più d'impatto rispetto al debutto ma risulta ancora chiara la matrice del gruppo, a partire dal timbro inconfondibile di Steff Terry. Danteferno evolve in un inserto azzeccato di piano fino ad un finale travolgente. Senza respiro.
The mark of the eldest son è ancora più metallico, e nel momento di maggior enfasi in cui non casualmente vengono mescolate le parole melody e melancholy (senza h nel booklet) sia sul piano lirico che sonoro torna alla mente la splendida chitarra di Lueurs.
Tribal è il primo brano del disco più Celtic Frost-dipendente, animato da una vena tribal-metal come da titolo. E' accattivante, parte e prosegue bene, ma a sorpresa non avviene quella svolta tipica nell'evoluzione dei brani del gruppo. E' il primo segnale di cedimento.
Per fortuna c'è Delia, ultimo grande esempio della magia dei Sadness: gli arpeggi, la voce sussurrata, un'esplosione metallica e la chitarra solista (un po' paradiselostiana) di Chiva lasciano una traccia ben distinta.
A seguire, un calo netto, nettissimo di idee.

La band dopo Evangelion è scomparsa. Steff Terry ha provato a metter su un nuovo gruppo dieci anni più tardi, i Mistery Cold. Farciti di elettronica. Solo demo.

Chiva ha realizzato un disco Black Sabbath-dipendente (Oracle Morte, del 1996, scovato in un negozio anni fa) in cui suona tutti gli strumenti.

  

Pill 159

Per Ingmar Bergman, che sa della parete

Ho visto la verità
avvinghiata
da un enorme serpente
a sonagli
e inghiottita
da un enorme serpente
che nel ventre
la gonfia
e lentamente la fa svanire
finire, lei
divorata.

Ho visto la parete
e ho gridato
nel mio bianco
bianco letto al quale
nessuno è venuto, ho
giaciuto in un bianco
bianco letto
e gridato perché
tutti gli animali dell'Ade
mi avevano preso di mira
i rospi, i
vermi, i [–]
i sauri, e sbattevano
intorno ali e pinne

Parole non ne ho più
soltanto rospi che schizzano
fuori e fanno paura, solo
astori che si precipitano
fuori, solo feroci
cani selvaggi, come se non ce ne
sono più, mastini,
che vi attaccano
che ululano e
i miei parti verbali
nell'azzurro ridente
e col gelo dei
campi mietuti dell'amore
amore, la grande merde
alors, che concima una
pazzia in cui,
per quello che mi importa, tutto,
per quello che mi importa tutto,

può andare in malora.

(Ingeborg Bachmann - Non conosco mondo migliore, pagg.95-97. Guanda editore)


Elle (di Paul Verhoeven, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ho visto Elle di Verhoeven. Penso a quanto sia labile il limite tra mostrare una violenza “pulita” e morbosa.
In Spetters, Fiore di carne e nei primi film olandesi l'eccesso non era quasi mai stucchevole. In Elle sì.
Sfruttamento e sopraffazione facevano parte di una poetica ben precisa, persino nel primo film hollywoodiano del regista.
Lo stupro di Spetters è spaventoso, mi spacca le ossa. Quelli di Elle cedono il passo ad una dimensione che non ha più a che fare col mio corpo. Il film si allontana da me durante la visione. Nemmeno la trama da film giallo, inizialmente accattivante, regge la distanza.
La spettacolarizzazione della violenza ha trasformato Verhoeven in un regista esageratamente compiaciuto di fare il Verhoeven.
Poche sequenze si salvano, le più grottesche.
Una psicanalisi da strapazzo serpeggia per tutto il film. Lei asseconda la violenza che in fondo ritiene di meritare? Lui la violenta per vendetta della morte di qualcuno a lui caro quarant'anni prima? Il desiderio di paternità del figlio, pur a costo di riconoscere un figlio non suo? Una madre che rivanga la giovinezza sfiorita con un gigolò per poi morire per un improvviso ictus provocato da veleno madre-figlio? Il padre, enigmatico mostro, idem? Una vicina di casa caricaturale devota e vergine sposata ad un maniaco sessuale, che commenta con compostezza la sorte del marito come frutto di un' “anima tormentata”?
E poi questa ridicola allusione al lesbismo, ma per favore!
Come se il valore, la riproducibilità, la comunicazione del mezzo filmico con chi ne fruisce vadano di pari passo con l'esagerazione. Quanto narcisismo!
Per gli amanti del "c'è gente che si masturba, eiacula, prende botte, muore, muore atrocemente, muore dissanguata, scopa, scopa con uomini, donne, bambini torturati? Critica alla società conformista".
Strizzata d'occhio a La pianista, per giunta, in almeno due sequenze. Forse tre, se considero l'ambiguità che assume la violenza carnale.
Vorrebbe costringermi a sentirmi puritano perché ripudio questa reiterazione di sessualità visibile e latente (le scene collettive, in cui regna il perbenismo formale mentre sotto i tavoli – metaforicamente e non – giace la menzogna del “tutti scopano con tutti”) ma perde completamente di vista il vero parametro che mi spinge ad apprezzare un film: la potenza evocativa. Quella che mi lascia sperare o morire, vergognare o temere, e soprattutto fremere.
Non sempre la briglia sciolta conduce al cuore.
Per fortuna c'è Isabelle. Lei sorregge la visione. Senza di lei, oh, ridatemi la Soutendijk.
A 63 anni offre ancora il corpo nudo alla macchina da presa con la stessa sfrontata disinvoltura di trentacinque anni fa quando girava Loulou o Colpo di spugna.

Pill 158

Della infanticida Maria Farrar

1.
Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue:
afferma che, incinta di due mesi,
nella cantina di una donna ha tentato
di abortire con due iniezioni
dolorose, dice lei, ma senza risultato.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


2.
Tuttavia, lei dice, il prezzo stabilito
lo ha pagato subito, si è legata stretta,
ha bevuto la polvere di pepe nello spirito
ma quello d'una purga, non altro fu l'effetto.
Le si gonfiava il ventre a vista d'occhio, allora
lavando le stoviglie aveva assai sofferto.
Lei stessa, così dice, era cresciuta ancora.
Molto aveva sperato pregando la Madonna.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


3.
Ma, così pareva, era inutile pregare.
Si pretendeva troppo. E quando fu più grossa,
le venne il capogiro durante il mattutino. Sudò più d'una volta
ed anche per l'angoscia, ai piedi dell'altare.
Ma lei tenne segreta la sua condizione
fino a quando la colsero le doglie del parto.
Ci era riuscita: nessuno credeva che fosse
caduta in tentazione, lei così sgraziata.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


4.
In questo giorno, dice, alla mattina presto
sente una fitta, lavando le scale,
come di spilli nel ventre. Un brivido la scuote.
Ma pure le riesce di nascondere il suo male.
E tutto il giorno, stendendo i suoi panni,
si rompe la testa, poi le viene in mente
che doveva partorire, ed improvvisamente
sente una stretta al cuore. In casa torna tardi.

Ma voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


5.
La si chiamò ancora, mentre era coricata:
la neve era caduta e doveva scopare.
Alle undici finì. Era lunga la giornata.
Soltanto nella notte poté sgravarsi in pace.
E partorì, a quanto dice, un figlio.
Il figlio somigliava a tutti gli altri.
Ma lei non era come le altre madri.
Non la schernisco: non ce n'è motivo.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


6.
Lasciate che lei seguiti a narrarvi
come finì la sua creatura,
(nessun particolare lei vuole celarvi)
così di ogni essere si vede la natura.
Appena giunta a letto un forte malessere
l'aveva pervasa, e, da sola,
senza sapere quello che succedesse
a stento si trattenne dal gridare.

E voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


7.
Con le ultime forze, lei dice, seguitando,
dato che la sua stanza era fredda da morire
al gabinetto s'era trascinata, e lì (quando
più non ricorda) partorì alla meglio
così verso il mattino. Lei dice ch'era tutta
sconvolta ormai e mezzo intirizzita
e il suo bambino lo reggeva a stento,
poiché nella latrina ci nevicava dentro.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


8.
Fra la stanza e il gabinetto, prima, lei dice,
non avvenne proprio nulla, il bambino scoppiò in pianto
e questo l'urtò talmente, lei dice,
che con i pugni l'aveva picchiato tanto
alla cieca, di continuo, finché smise di piangere.
E poi s'era tenuta sempre il morto
vicino a sé, nel letto, per il resto della notte
e al mattino nel lavatoio l'aveva nascosto.

Anche voi, di grazia, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


9.
Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.
Voi, che partorite comode in un letto
e il vostro grembo gravido chiamate «benedetto»,
contro i deboli e i reietti non scagliate l'anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.

Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell'aiuto degli altri.


(Bertolt BrechtLibro di devozioni domestiche, pagg. 23-26. Einaudi editore)

Pill 157

come egli aveva detto: la cosa più terribile è andare a finire sotto gli occhi di tutti, e subito di nuovo: ma non ritirerò niente!, scrive Enderer ed attirò la nostra attenzione su una notizia del “Tiroler Nachrichten” di martedì scorso, in cui si dice che il commerciante H. si è gettato venerdì scorso dal terzo piano della sua abitazione nella Saggengasse. Ho subito pensato, questo è Humer, scrive Enderer e ho approfondito la faccenda ed effettivamente Humer si è gettato venerdì scorso da una finestra della soffitta di casa sua. Era morto sul colpo, scrive il giornale, scrive Enderer. Ma quello che non lo lasciava in pace, scrive Enderer ed era suo dovere farcelo notare, quello che non lo lasciava in pace, lui, Enderer, dopo aver letto la notizia, non era Humer, non era la vita, come Enderer scrive, in apparenza del tutto fuori dell'ordinario e cioè straordinariamente deprimente, ma in realtà assolutamente ordinaria, di un uomo in definitiva molto semplice, ma il loden, che l'uomo, Humer, indossava e lui, Enderer, si era vestito, erano già le quattro del pomeriggio e faceva perciò già scuro, si sa, le giornate di novembre sono corte, non sono in verità vere e proprie giornate, ed era andato nella Saggengasse superiore nel negozio di rivestimenti interni per bare di Humer e aveva subito detto chi, lui, Enderer, era e che era venuto per via del loden del defunto. Il loden del defunto, non dissi naturalmente del suicida, scrive Enderer, era il loden di mio zio Worringer annegato otto anni fa nella Sill, dissi. Per un caso ero a conoscenza del fatto che si trattava del loden di mio zio. Non dissi nulla della visita di Humer nel mio studio, perché per quel che mi riguardava ritenevo chiusa la faccenda, scrive Enderer. Il giovane nel negozio, senza dubbio il figlio del defunto, fece come se tutte le circostanze connesse con il loden del padre e dunque con il loden di mio zio Worringer gli fossero note e disse che, sì, il loden era stato portato circa due anni prima dalla Sill. Al che, scrive Enderer, io: io so che Suo padre andava a camminare ogni giorno lungo la Sill. Sì, dice il giovane e prende l'attaccapanni e mi porge senza tante cerimonie il loden del defunto...

(Thomas BernhardIl loden, pagg. 66-67. Edizioni Theoria)

Septic Flesh - Esoptron (1995)

Esoptron è il secondo album dei greci Septic Flesh. Uscito nel 1995 per l'etichetta francese Holy Records, è stato ristampato di recente con un nuovo artwork.
Dopo un esordio sorprendente per originalità della proposta (Mystic places of dawn, del 1994), il trio greco perde solo per un tratto del suo percorso uno dei suoi pilastri, Chris Antoniou (a cui viene augurata buona fortuna sui ringraziamenti - servizio militare?), affidandosi quasi interamente al genio del chitarrista Sotiris Vayenas.


Alle influenze dei primissimi Paradise Lost (mentori tra l'altro dei Nightfall, che fecero un percorso non dissimile) si sovrappongono una serie di risonanze che attingono invece da un guardarsi dentro.
Esoptron, specchio interiore, ne è il risultato. Death metal greco, verrà successivamente definito. Melodie che oggi definiremmo etniche, abbondanti, ispirate, si sposano con una sezione ritmica rocciosa. Assoli e arpeggi, deliziosi. Timide orchestrazioni, tastiere e cori che non prendono il sopravvento. Niente eccessi, tutto in armonia, equilibrio. Accelerazioni improvvise e impennate sognanti. Lo sliding nella melodia che segue il ritornello di Burning phoenix non può lasciare indifferenti.
E così dopo il black metal greco di Varathron, Necromantia e Rotting Christ del periodo '92-'94, anche il death metal trova una sua collocazione in un panorama nazionale, distinguendosi tra altre proposte esterofile per una serie di caratteristiche ben definibili come greche.
La produzione negli Storm studio di Atene è un vero peccato. Si tratta dello stesso studio di registrazione di Non Serviam dei Rotting Christ, tanto per fare un esempio, non certo il massimo della qualità: chitarre polverose e batteria, programmata nonostante loro scrivano che è opera di un session, dal suono terribile (ma sull'esordio era peggio). Come ultima nota negativa, tecnica stavolta, evidenzio il gutturale di Spiros.
Per fortuna c'è la musica, ossia le composizioni, diamanti grezzi coperti dai difetti a cui si accennava. La title-track racchiude tutto l'universo da cui il duo attinge, Burning Phoenix come detto rappresenta già uno dei momenti topici, mentre Rain è la mia preferita con il suo attacco furioso e la sua magica, vorticosa scala di chitarra prima di un finale sognante.
Ice Castle e Succubus priestess, altre hit: a volte si sfocia in una base doom ma tutte le varie deviazioni e divagazioni di Sotiris creano un'alchimia eccellente, rara.
Difficile annoiarsi. Solo The eyes of set appare meno riuscita, sulla falsa riga di Rain.
Narcissism, distante dal resto del disco per struttura e sforzo di creare qualcosa di ulteriore, quasi fiabesco, chiude in bellezza suggellando lo spirito di un disco che resta a mio avviso il migliore all'interno della discografia del gruppo, troppo catchy nel periodo '97-'99.
Anche il ritorno alle radici in chiave moderna operato in seguito alla reunion del 2008 offre risultati non così alti in termini di ispirazione e libertà espressiva. Caso a parte Sumerian Daemons del 2003, che troverà spazio su queste pagine.


Pill 156





La morte corre sul fiume (di Charles Laughton, 1955)

The night of the hunter: il cacciatore si nasconde dietro la facciata agognata da un’America assetata di padri di famiglia distinti e servi di dio, tanto incline al rispetto delle apparenze sociali quanto al pettegolezzo e al linciaggio. Una società radicata esattamente su quelle parole amore e odio tatuate sulle mani del predatore, le polarità pronte a rovesciarsi in un battito di ciglia, il bisogno del bene e del male, del salvatore e del mostro, del sogno e dell’incubo.
Dall’altro lato i bambini che assistono alla violenza e alla menzogna, soli e smarriti. John ha mangiato presto la foglia come un Alexander, Pearl assomiglia più a Fanny e non ha ancora risolto il complesso edipico.
In mezzo le madri, quella naturale assente e succube vive e muore da incosciente senza alcuno spirito di difesa e quando è presente il predatore si insinua ovunque, dilagando negli spazi più intimi fino a determinarne le regole.
La seconda madre, la sostituta, proiettata, è mamma orsa immune al sonno tanto quanto l’avversario. Con il fucile spianato difende i suoi cuccioli feriti che cercano di dormire finalmente tutti stretti gli uni agli altri, mentre il predatore è fuori ma non entra, non può entrare, e se ci prova è costretto a portare fuori il culo se non vuole bruciarselo.
E’ un noir, ma Mitchum con la voce cavernosa e impostata oltre a incutere timore incarna lo spirito “gigione” del Laughton attore e fa da ago della bilancia tra spirito oscuro e grottesco.
Un film effettivamente unico (la sola prova da regista del celebre attore inglese), sgangherato per la velocità di esecuzione di certi passaggi narrativi, quanto mirabilmente profondo – e non solo di campo – per l’ampiezza di significati, su tutti l’utilizzo della metafora tra uomini e animali, la crudeltà da una parte e la mansuetudine dall’altra, la loro compenetrazione, inestricabile se non da uno spirito “veramente cristiano” secondo quanto il film suggerisce, specie nella ridondanza didascalica delle parole nell’incipit e nel finale, assolutamente superflua, che stona invece con la magnificenza della sequenza notturna della barca che viaggia lentamente: immagini suggestive rese ancor più imponenti dal dettaglio tecnico dell’utilizzo della messa a fuoco (gli animali) e del campo lungo, in cui spiccano meravigliosi giochi di luci riflesse nelle ombre notturne, merito di una fotografia di alta qualità.

Pill 155

Mi fu improvvisamente chiaro che poteva essere vero, doveva essere vero, quello che un transfuga greco aveva riferito e che per ordine di Priamo era opportuno non divulgare, perché il popolo non considerasse il nemico un mostro: che questo medesimo Agamennone aveva fatto scannare la sua propria figlia, una fanciulla di nome Ifigenia, sull’ara sacrificale della dea Artemide, prima della partenza della flotta. Quante volte durante tutti gli anni della guerra dovetti pensare a quella Ifigenia. L’unica conversazione che mi consentii con quell’uomo riguardò sua figlia. Fu sulla nave, il giorno dopo la notte di tempesta, stavo a poppa della nave, lui accanto a me. Cielo azzurro intenso e la bianca linea di spuma che la nave si lasciava dietro sul liscio mare verdeazzurro. Chiesi apertamente ad Agamennone di Ifigenia. Pianse, non come si piange di dolore, ma di paura e di debolezza. Però aveva dovuto farlo. Che cosa, chiesi freddamente, volevo che lo dicesse. Si torceva. Era stato costretto a sacrificarla. Non era questo che volevo sentire, ma parole come “assassinare”, “macellare” sono sconosciute agli assassini e ai macellai. Come mi sono allontanata da loro, anche nella mia lingua. Il vostro Calcante, gridò Agamennone con tono d’accusa, per ottenere venti favorevoli ha preteso da me questo sacrificio. E tu gli hai creduto, ho detto. Io forse no, piagnucolò lui. No, io no. Gli altri, i prìncipi. Tutti invidiosi di me, che avevo il comando. Tutti malevoli. Che cosa può un condottiero contro un esercito di superstiziosi. Lasciami in pace, dissi. Grande davanti a me stava la vendetta di Clitennestra.

(Christa WolfCassandra, pagg. 67-68. Edizioni e/o)

Pill 154

Il collegio mi ha prospettato ogni giorno, con la forza incisiva dell'autenticità, questa essenza cattolico-nazionalsocialista: intellettualmente incastrati fra cattolicesimo e nazionalsocialismo, siamo stati allevati per essere poi stritolati fra Hitler e Gesù Cristo, usati entrambi alla stregua di decalcomanie per il rimbecillimento del popolo. Occorre dunque stare all'erta e non farsi abbindolare, perché l'arte di darla a intendere al mondo, non importa su che tema, è esercitata in questa città con maestria impareggiabile, e qui ogni anno migliaia e decine di migliaia se non centinaia di migliaia di persone rimangono incastrate. Quando si parla del piccolo-borghese come di un essere inoffensivo, si compie in realtà una deduzione errata, grossolana e superficiale, e tale da provocare sovente lo stravolgimento del mondo e la sua distruzione, e questo ormai dovremmo saperlo. Eppure questa gente, in quanto popolazione, dall'esperienza non ha imparato nulla, anzi al contrario. Qui dalla sera alla mattina il nazionalsocialismo potrebbe tornare a manifestarsi e a prevalere subentrando al cattolicesimo, esistono in questa città tutte le premesse perché ciò accada, e in effetti abbiamo a che fare oggi, in questa città, con un equilibrio costantemente oscillante fra cattolicesimo e nazionalsocialismo, e un'improvvisa preponderanza del peso nazionasocialista è possibile in ogni momento. Tuttavia, se qualcuno esprime questo pensiero, che pure in effetti è presente costantemente nell'aria di Salisburgo, così come se esprime altri pensieri, parimenti pericolosi e presenti nell'aria, costui è dichiarato pazzo, proprio come è sempre dichiarato pazzo chiunque esprima ciò che pensa e ciò che sente. E questi non sono che accenni, accenni e nient'altro, a sensazioni e a pensieri continuamente pensati, che quanto meno irritano – per tutta la sua esistenza – colui che estende queste note, e non lo lasciano in pace. Il ginnasio era sempre stato un ginnasio rigorosamente cattolico, benché ora, dopo essere stato chiuso nel trentotto e riaperto nel quarantacinque, si chiamasse di nuovo Liceo-ginnasio di Stato, ma anche lo Stato austriaco nel suo complesso si era sempre definito Stato cattolico, e i nostri professori erano esclusivamente uomini cattolici – con una sola eccezione, per quel che ricordo, rappresentata dall'insegnante di matematica – e in scuole come quella s'insegna il cattolicesimo più di tutto il resto, ogni materia viene insegnata solo in quanto è cattolica, come nel periodo nazista ogni materia veniva insegnata in quanto nazionalsocialista, quasi che ogni cosa degna di essere appresa dovesse essere per forza nazionalsocialista oppure cattolica, e se prima (nella scuola media) ero stato assoggettato a una menzogna storica di stampo nazista e da quella menzogna storica ero stato completamente dominato, adesso (al ginnasio) ero dominato da una menzogna storica di stampo cattolico.


(Thomas BernhardL'origine, pagg. 92-94. Adelphi editore)

La ragazza senza nome (di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2016)

Nota: sono presenti diverse anticipazioni sullo svolgimento della trama.

Ritorno ad Assita. Lungo i titoli di coda apprendo che l'attrice che interpreta la sorella di Felicie si chiama Nadège Ouedraogo. In attesa di scoprire l'effettiva parentela con l'Assita Ouedraogo de La promesse è chiaro il richiamo al viaggio della speranza del film di vent'anni fa. E' un viaggio che si conclude con la morte, assurda, beffarda e più tragica delle altre, etimologicamente parlando. Mi trovo ad esprimere queste considerazioni alla soglia del funerale di un uomo solo, che verrà sepolto indigente, senza esseri umani a dargli l'ultimo saluto, bensì esseri umani con cui ha avuto a che fare "professionalmente". Ma la professione che esercitiamo nasce dalla persona che siamo, e quindi siamo noi le persone che lui al tempo stesso ha avuto e non avuto nella sua vita.
Cresciamo nella concezione errata del funerale come celebrazione di una vita certificata da parenti e amici. Niente di più sbagliato. L'assurdo che diviene ordinario, visto come tale, plausibile e frequente, diventa più tangibile. Non è questo che risulta agli occhi dell'ispettore nel film, che svolge il suo ruolo in maniera asettica, fredda, calcolata. "Non ho avuto tempo per..." o "Ho avuto molte altre cose da fare...", le frasi già sentite e risentite, e così sia noi che Jenny non possiamo celebrare la sepoltura di una donna, sotterrata e non sepolta, tornando alle parole di Thomas Bernhard del post qui sotto, nell'indifferenza generale, un numero su una lapide.
La sepoltura è l'ossessione di Jenny. Non del medico, ma di Jenny. La morte di Felicie (poteva un nome essere più paradossalmente emblematico di questo? Un nome, un definire, che racchiude nascita, viaggio della speranza e morte?) non è un risultato di "Se lei avesse aperto...". Nella sua mediocrità il padre di Bryan rappresenta una società che cerca di scaricarsi la coscienza, e il cui tentativo di suicidio è talmente goffo e non sincero da risultare ridicolo.
Tutte balle. La morte di Felicie è una morte sociale, e il responsabile vero è collettivo. Quel che Jenny sa fin dall'inizio è che non ha aperto per un banale atto di superbia nei confronti dello stagista. Sono i meccanismi inconsci di competizione che ci vengono trasmessi e introiettiamo più o meno consapevolmente. Sono atti di incoerenza che non hanno la forza di determinare una cascata di eventi ben più forti e decisivi come quelli che hanno condotto alla morte di Felicie (e di cui lo stesso padre di Bryan – volutamente senza nome – non è che un tassello anonimo), ma una breccia, un richiamo alla nostra responsabilità, nello specifico a quella di Jenny. Qualcosa di minuto e deflagrante che rianima un mai sopito moto di perseveranza. Nell'unico momento in cui è lei a confessare a qualcun altro, confida a Julien il suo senso di colpa. E' il rispecchiamento ad aiutarla a sfogarlo (Jenny vede nello stagista il proprio doppio), e il rispecchiamento che, alla fine, aiuta Julien a non mollare il proprio percorso.
Nel mezzo la morte di una donna sconosciuta, che ha ricordato alla coscienza di Jenny che ci appartiene. E a Julien che la professione che voleva imparare e svolgere, e che tornerà a svolgere, si nutre non delle ombre del passato sulla sua persona, ma della luce che può dare. Una luce laica.
Jenny nel frattempo è sola, ma voler restituire dignità la rende meno sola, "è la sua morte a dircelo" esclama al padre di Bryan, riferendosi al motivo dell'ossessione, che è chiaramente diverso, ma scaturiscono dalla stessa persona, e il suo farsi da parte nel confessare la narrazione dei fatti è un rimettere la responsabilità all'uomo, che come detto, ne è incapace.
L'umano dolore, l'umana compartecipazione alla sorte altrui, quel meccanismo reiterato che trascende il limite tra ruolo umano e professionale della colpa, è qui che Jenny emerge al di là della propria apparente impassibilità e rigidità emotiva, perché la sua ossessione metabolizza il proprio ruolo che la assolve (in quanto l'ambulatorio era chiuso da un'ora e non era tenuta non solo ad aprire, ma neppure a vedere chi avesse suonato, non sarebbe neppure più dovuta essere lì, e invece finisce col dormirci e mangiarci – è attraverso il ruolo che realizza la sua impresa, ma il ruolo è solo una guida, uno strumento, un contorno, è lei a determinare il ruolo naturalmente, e non viceversa). E' il suo ruolo che catalizza tutte le confidenze/confessioni dei personaggi che ruotano attorno alla figura della sconosciuta? Il segreto professionale? Un confessore del male taciuto, rimosso, mistificato, un alter-ego di un prete-confessore appunto, questo appare Jenny ai personaggi negativi del film, o al povero Bryan che ha quei modelli, ma che probabilmente scorge i primi segni della propria responsabilità (non lascia Jenny nella fossa dopo un tentennamento come la mia amata Rosetta del film omonimo del '99), ma la sua perspicacia, abnegazione seguono un filo conduttore laico, ancora ruolo e donna insieme, un connubio che risolve non solo il mistero, mistero della morte intesa come fine del viaggio della speranza, definitiva, seppur la fine era già costituita dall'esito del viaggio che era l'esercizio dello sfruttamento, situazioni di ambiguità, una sorella complice, vite negate così come è palese quando entra in quell'internet point l'aria di dissimulazione, la stessa che la polizia conosce ma conserva per vantaggi apparentemente secondari, ma primari, mentre l'emarginazione, prostituzione e miseria sociale sono apparentemente primari ma secondari.
Tutto scivola nel paradosso, restano Felicie, finalmente Felicie, e una confessione finale della sorella che appare come quella di Jenny a Julien, ancora rispecchiamento, certo più forte devastante e intima, una sorella che trova il coraggio di scavare nella vergogna di un pensiero terribile, orribile, di aver desiderato la morte di Felicie, per stupida gelosia. E' lei la depositaria dell'abbraccio solito non dei Dardenne, del Cinema dei Dardenne, in cui non smetto mai di riconoscermi (e che non riconoscerei senza i volti di Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione e Jeremie Renier).