Pill 153

Nei collegi, e specialmente quelli dove a causa dell'umano sadismo e del clima naturale si vive in condizioni di estrema esasperazione, come ad esempio nel collegio della Schrannengasse, il tema principale fra coloro che ci vivono per imparare e per studiare, fra gli allievi insomma, è sempre, con ogni probabilità, il tema del suicidio, solo quello, un argomento dunque tutt'altro che scientifico, non essendo desunto dalle materie di studio, bensì dal primo pensiero, quello che più intensamente occupa la mente di tutti; e pensare che invece il suicidio e il pensiero del suicidio sono sempre l'argomento più scientifico di tutti, ma ciò alla società, nella sua bugiardaggine, risulta incomprensibile. Lo stare insieme con i compagni di collegio è sempre stato uno stare insieme col pensiero del suicidio, e solo in secondo luogo con le cose da imparare e da studiare. E in effetti, durante tutto il mio periodo di apprendimento e di studio, io, ma non ero il solo, ho dovuto trascorrere la maggior parte del mio tempo con il pensiero del suicidio, a ciò indotto da un lato dall'ambiente brutale, senza scrupoli e volgare sotto ogni aspetto, e dall'altro dalla sensibilità e vulnerabilità che sono sempre accentuatissime nei giovani. Il tempo dell'apprendimento e dello studio è in primo luogo un tempo di riflessione sul suicidio, e solo chi ha dimenticato tutto può dire che questo non è vero. Spessissimo, centinaia di volte, ho camminato in lungo e in largo per la città pensando al suicidio, allo spegnersi della mia esistenza, a nient'altro pensavo, e al dove e al come (da solo o con altri) mi sarei suicidato, ma questi pensieri e tentativi, evocati da tutto in questa città, mi hanno sempre di nuovo riportato al collegio, a quel carcere che era il collegio. Non soltanto ciascuno aveva per sé, singolarmente, il pensiero del suicidio come unico pensiero presente incessantemente, ma tutti insieme avevano la mente occupata da questo pensiero incessante, e gli uni sono stati subito uccisi da questo pensiero e gli altri solo spezzati da questo pensiero, ma spezzati per tutta la loro vita; sul pensiero del suicidio e sul suicidio si è sempre dibattuto e discusso, e da parte di tutti senza eccezione si è anche continuamente taciuto, e sempre via via riemergeva fra noi un nuovo vero suicida: non menziono i loro nomi, che per la maggior parte mi son passati di mente, però li ho visti tutti, appesi o sfracellati a prova dell'orrore. So di parecchie esequie, al cimitero comunale o al cimitero di Maxlagan, nel corso delle quali questi allievi – e cioè esseri umani tredicenni o quattordicenni o quindicenni o sedicenni, ammazzati dal loro ambiente – sono stati sotterrati, ma non sepolti, perché in questa città rigidamente cattolica questi giovani suicidi, com'è naturale, non sono stati sepolti, bensì soltanto sotterrati nelle circostanze più deprimenti, più umanamente degradanti. In entrambi questi cimiteri esistono moltissime prove dell'esattezza del mio ricordo, che per fortuna, di questo son grato, non è stato falsato da nulla, e del quale qui si può dare soltanto un accenno. Vedo il Grunkranz che assiste in silenzio alle esequie davanti alla fossa nei suoi stivali da ufficiale, e i cosiddetti congiunti del suicida pomposamente in lutto e pieni di vergognoso raccapriccio, e i compagni di scuola – gli unici davanti alla fossa che conoscano la verità nel suo crudo orrore – i quali osservano lo svolgimento di queste imbarazzanti esequie; e sento le parole con cui i cosiddetti superstiti e legittimi educatori tentano di prendere le distanze dal suicida dopo averlo sotterrato in una bara di legno. Un sacerdote non ha nulla da cercare alle esequie di un suicida in una città come questa, totalmente abbandonata all'ottusità del cattolicesimo e totalmente soggiogata da questa cattolica ottusità, città che come se non bastasse in quell'epoca è stata nazista, nazista fino al midollo. La fine dell'autunno, e così pure il primo annunciarsi della primavera, tra febbre e marciume, hanno sempre preteso le loro vittime, qui più che in qualsiasi altra parte del mondo, e i più esposti al suicidio sono i giovani, gli adolescenti lasciati soli dai loro genitori e dagli altri educatori, che imparano e studiano e meditano effettivamente sempre e soltanto in termini di autoestinzione e di autoannientamento, per i quali tutto, ancora, è semplicemente verità e realtà, e che quindi in questa verità e realtà, intese come unico orrore, colano a picco. Ciascuno di noi avrebbe potuto commettere suicidio, in alcuni si era sempre letto in faccia con chiarezza anche prima, in altri no, comunque ci siamo raramente sbagliati. Quando qualcuno, preso da improvvisa debolezza, non riusciva più a sopportare né il terribile perso del suo mondo interiore né quello del mondo intorno a lui, poiché aveva perso l'equilibrio tra questi pesi che entrambi lo opprimevano senza posa, e quando poi d'improvviso, da un certo momento in poi, tutto in lui e nel suo aspetto alludeva al suicidio, e la sua decisione di compiere suicidio si poteva notare e ben presto desumere con spaventosa chiarezza da tutto il suo essere, sempre noi eravamo preparati e mai sorpresi di fronte all'orrore che diventava realtà, di fronte al suicidio che veniva coerentemente attuato dal nostro condiscepolo e compagno di dolore, mentre il direttore coi suoi aiutanti non si è mai, neanche in un solo caso, accorto di una simile fase di preparazione al suicidio, pur sempre osservabile nella sua lunga evoluzione esteriore, e sempre, anzi, è stato sgradevolmente sorpreso, per ovvia conseguenza, dal suicidio del suicida in quanto allievo, e ogni volta è inorridito e al tempo stesso ha dato a credere di sentirsi raggirato da colui che altri non era se non un infelice, come se questi fosse invece un impudente truffatore, ed è stato sempre spietato nella sua reazione, disgustosa per tutti noi, di fronte al suicidio dell'allievo, freddo e nazisticamente-egoisticamente pronto ad accusare un colpevole che com'è ovvio era innocente, sempre e in ogni caso, perché la colpa non è mai del suicida ma sempre dell'ambiente, in questi casi dell'ambiente cattolico-nazista del suicida, che aveva schiacciato questo essere umano istigandolo e costringendolo al suicidio; e quale che fosse il motivo, o quali che fossero le centinaia e migliaia di motivi che potevano averlo indotto a commettere, o meglio a compiere suicidio, bisogna dire che tutto, in un collegio o istituto d'istruzione come quello della Schrannengasse, la cui vera denominazione ufficiale era, si badi bene, Convitto nazionalsocialista, un collegio che per sua stessa natura doveva in ogni senso istigare e indurre al suicidio e che in un'alta percentuale ha effettivamente portato al suicidio chiunque avesse un sistema nervoso sensibile, tutto in un simile collegio, ma proprio tutto, era un buon motivo per suicidarsi. I fatti sono sempre spaventosi e noi non abbiamo il diritto di coprirli con l'angoscia che da essi ci deriva, un'angoscia che in ognuno di noi opera morbosamente e si alimenta senza posa, e non abbiamo il diritto di falsificare così l'intera storia della natura trasformandola in storia dell'uomo, né di tramandare tutta questa storia come una storia da noi sempre falsificata, poiché è nostra abitudine falsificare la storia e tramandarla come storia falsificata, pur sapendo perfettamente che tutta la storia è falsificata ed è sempre stata tramandata soltanto come storia falsificata.


(Thomas BernhardL'origine, pagg. 19-23. Adelphi editore)

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