Pill 149

Il padrone di casa, dopo aver guardato a lungo tutti, uno per uno: "Vorrei parlare della solitudine. Io credo che il più delle volte non esista: si tratta piuttosto di un sentimento artificiale, imposto dall'esterno. Una volta ero seduto qui, in questa stanza, completamente stordito. Un po' più in là, c'erano ancora nel posacenere i mozziconi di sigaretta della sera prima. Ieri sera ero seduto lì, nello stess stato di stordimento, ho pensato. Ieri sera ero seduto lì e stasera sono seduto qui. Questa immagine di me stesso mi toccò così profondamente che ne fui gratificato. Questa era dunque la solitudine. Mi sentii orgoglioso della mia solitudine, ubriacato, inondato dalla solitudine. Ugualmente artificiale fu la solitudine che provai un'altra volta, una sera che ero seduto sulla terrazza di casa. Avevo una bottiglia di buon vino e il tempo se ne andava senza che neanche me ne accorgessi. Poi passarono delle persone vicino al cancello e mi videro: come dev sembrare solo, pensai, e subito mi ritrovai avvolto in questa solitudine imposta e artificiale. Essa è in realtà uno stato d'animo puramente teatrale e nasce nell'attimo in cui sentiamo come attori: più lusinga che dolore, un ventaglio per il proprio stordimento. Lo stordimento profondo e spontaneo, in confronto, mi sembra un attributo della verità. Eppure è in questi momenti ipocriti di solitudine che mi sento rinascere. Questo è il paradosso della solitudine: il senso di protezione che mi pervade in quei momenti". (Mentre parlava sono stati inquadrati uno dopo l'altro i volti dei suoi ascoltatori, attenti ma stanchi. Di tanto in tanto la ragazza ha guardato Wilhelm, lo sguardo fisso, mentre egli annotava qualcosa sul suo taccuino.)

Bevono in silenzio.

Wilhelm al vecchio: "Aveva detto che stasera ci avrebbe svelato il suo segreto".

Il vecchio: "Oggi sono troppo stanco; rimandiamo tutto alla passeggiata di domani. Vieni, Mignon". Mette una mano sulla spalla della ragazza. Mignon scrolla le spalle per liberarsene e si alza.

Wilhelm: "Ah, si chiama Mignon! Non lo sapevo neanche".

Il vecchio: "Infatti non glie l'hai neanche chiesto. E' stata fino a ora ad aspettare che tu glielo chiedessi". Se ne vanno.

I due che salgono le scale. Salendo, Mignon si gira a guardare indietro un'ultima volta.

Therese si alza e dice qualcosa a Wilhelm nell'orecchio. Wilhelm sorride. Poi, serio: "Ma sì, lo sai no? Rimango ancora due minuti. Sono insoddisfatto perché oggi nonho scritto niente".

Bernhard che si è addormentato e russa piano piano a bocca aperta.

Wilhelm: "Lui ha già scritto i suoi versi".

Therese: "Ma io non voglio essere insoddisfatta, oggi. Vieni a cercarmi stanotte."

Bernhard che inaspettatamente si alza e allo stesso tempo, con gli occhi ancora semichiusi, parla: "E io sono contento di avervi incontrato. Buonanotte".

Therese e Bernhard vanno via.

La casa dall'esterno: al piano di sopra si accendono una dopo l'altra le luci.

Un quadro nel soggiorno al piano terra: un corpo di donna legato alle cime di due alberi piegati verso il basso. La voce del padrone di casa: "Un autoritratto di mia moglie".

Il padrone di casa: "Vorrei dire ancora due parole sulla solitudine in Germania. Mi pare che qui sia ancora più celata e al contempo più dolorosa che altrove. Ciò dipende forse dalla storia stessa del pensiero tedesco, da sempre proteso alla ricerca di modi di vita che permettessero il superamento della paura. La proclamazione di virtù quali il coraggio, la perseveranza e la diligenza aveva l'unico scopo di distogliere dalla paura. Supponiamo in ogni caso che sia così: qui come in nessun altro luogo le filosofie sono sempre state utilizzabili come filosofie di stato, e di conseguenza i metodi impiegati per superare la paura, necessariamente criminali, sono stati anch'essi legalizzati. La paura è ritenuta una futilità o un'onta. Perciò la solitudine in Germania è mascherata dietro tutti questi volti proditorii e privi di anima che si aggirano per i supermarket, i giardini pubblici, le zone pedonali, le palestre. Le anime morte della Germania... Un giovanotto non ha mai paura, mi dicevano i miei genitori. Io mi rifiuto di superare la paura! E adesso le auguro di trovarsi a suo agio qui da me. Mi ha commosso vedere che ascoltava mentre parlavo".

Il padrone di casa esce dalla stanza.

Wilhelm che scrive. Il ticchettio di un orologio. Dissolvenza incrociata. Wilhelm che scrive.

La casa da fuori: in una stanza al piano di sopra si accende la luce.

Wilhelm si appoggia allo schienale e parla da solo: "Forse è vero anche questo: si vuole scrivere senza sapere cosa. Semplicemente aver voglia di scrivere, come si può aver voglia di camminare. Si ha bisogno non di scrivere, ma di voler scrivere. Uscire di casa, bere, mangiare. Ma non scrivere, bensì voler scrivere... Allo stesso modo anche amare, forse, non è un bisogno, come lo è invece voler amare... Voler scrivere, voler amare: adesso vado di sopra". Dissolvenza.


(Peter HandkeFalso movimento, pagg. 53-58. Guanda editore)

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