Pill 145

Nella dissoluzione di ogni forma, nel crepuscolo di una torpida incertezza sopra un mondo spettrale, l'uomo, come un bimbo smarrito, avanza a tentoni, tenendosi al filo di una qualche logicuzza di corto respiro, attraverso un paese chimerico, ch'egli chiama realtà sebbene non sia per lui che un incubo.
Il patetico orrore con cui questo tempo vien definito pazzo, il compiacimento patetico con cui vien definito grande, si giustificano con l'ipertrofica inconcepibilità e illogicità degli avvenimenti che in apparenza ne costituiscono la realtà. In apparenza! Perché pazzo o grande non può mai essere un tempo, ma sempre soltanto un destino individuale. Ma i nostri singoli destini sono del tutto normali. Il nostro destino collettivo ne è la somma, e ognuna di queste vite singole si svolge in maniera affatto "normale", conformemente, per così dire, alla sua logica in veste da camera. Il complesso degli avvenimenti ci pare una pazzia, ma del nostro destino individuale possiamo facilmente fornire una motivazione logica. Siamo forse pazzi, poiché non siamo impazziti?
Ecco la gran questione: come può l'individuo, che certo un tempo era ideologicamente orientato verso altre cose, comprendere e accettare l'ideologia e la realtà del morire? Si può rispondere che non così agiterebbe la gran massa, e che vi è stata semplicemente costretta – questo è forse vero adesso che si è stanchi della guerra; ma c'era, e oggi ancora persiste, uno schietto entusiasmo per la guerra e per gli spari! Si può rispondere che l'uomo comune, la cui vita si svolge fra il letto e la mangiatoia, non ha in genere nessuna ideologia, e perciò doveva esser facile conquistarlo all'ideologia dell'odio – che è pur sempre una delle più chiare, sia essa diretta contro una nazione o contro una classe – e che anzi tale vita meschina posta al servizio di una causa sovraindividuale, anche se rovinosa, avrebbe assunto un'apparenza di alto valore sociale; ma, dato che ciò sia, il nostro tempo ha pur posseduto valori diversi e più alti, cui l'individuo, nella sua povera mediocrità, ha, nonostante tutto, partecipato. Questo tempo aveva pure una schietta aspirazione alla conoscenza, aveva pure uno schietto talento artistico, aveva pure un preciso sentimento sociale; come può "comprendere" l'ideologia della guerra, accettarla e approvarla senza contrasto? Come ha potuto, senza impazzire, prendere in mano il fucile, entrar nella trincea per morirvi o uscirne per tornare al suo lavoro consueto? Com'è possibile tanta mutabilità? E in generale, come ha potuto l'ideologia della guerra radicarsi in questi uomini, come han potuto questi uomini comprendere una simile ideologia e la sua sfera di realtà? Per non parlare di un'approvazione entusiastica – d'altronde possibilissima! Sono pazzi, perché non sono impazziti?
Indifferenti al dolore altrui? Quell'indifferenza che lascia dormir tranquillo il borghese, quando nel cortile del carcere vicino qualcuno è steso sotto la ghigliottina o viene strangolato al palo? Quell'indifferenza che basta moltiplicare, perché in patria nessuno si turbi quando a mille pendono dai reticolati! Certo, è la stessa indifferenza, eppure la oltrepassa, perché qui non si tratta più di una sfera di realtà che, estranea e fredda, si isola da un'altra, ma piuttosto del fatto che in un solo individuo si trovino riuniti la vittima e il carnefice, cioè del fatto che in un'unica sfera si possan riunire gli elementi più eterogenei, e tuttavia l'individuo come rappresentante di questa realtà vi si muova con perfetta naturalezza e assoluta disinvoltura. Qui non si contrappongono il fautore e l'oppositore della guerra, non si tratta nemmeno di un'intima metamorfosi dell'individuo che dopo quattro anni di carestia abbia "mutato" il proprio tipo ed ora si contrapponga, per così dire, a se stesso come un estraneo: è una frattura nella totalità della vita e dell'esperienza, assai più profonda di una separazione fra gli individui, una frattura che penetra profondamente nel singolo e nella sua unitaria realtà.
Ahimè! Noi siamo consci della nostra intima frattura, eppure non sappiamo spiegarla, vogliamo renderne responsabile il tempo in cui viviamo, ma il tempo ci schiaccia con la sua potenza e noi non possiamo comprenderlo e lo definiamo pazzo o grande. Quanto a noi, ci crediamo normali, perché, nonostante la frattura della nostra anima, tutto in noi si svolge secondo motivi logici. Se ci fosse un uomo, in cui vedessimo rappresentare tutte le vicende del nostro tempo, se la sua attività logica s'identificasse con quelle, allora sì, allora anche il tempo cesserebbe di esser pazzo. Per questo noi sospiriamo il "duce", perché ci dia la motivazione di avvenimenti che, senza di lui, siamo costretti a chiamare folli.


(Hermann Broch, I sonnambuli1918: Huguenau o il realismo, pagg. 402-404. Einaudi editore)

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