Alle anderen (di Maren Ade, 2009)

Spoiler presenti.

La Sardegna come scenario di un film incentrato sulla crisi di una coppia tedesca. Non il primo caso di ambientazione esotica o quantomeno distante e neutra rispetto alla dimensione dell'Io, ma forse ho visto troppo spesso Il silenzio di Bergman, regista che a conti fatti mi sembra il riferimento principale per l'emergente Maren Ade, anche se qui non ci sono guerre sconosciute in atto. Con il suo secondo lungometraggio premiato a Berlino (Orso d'argento) si era fatta notare alcuni anni fa, ben prima di Forza Maggiore di Ruben Ostlund, e del suo ultimo e acclamato Toni Erdmann. A differenza di quest'ultimo, che ha ricevuto consensi unanimi, Alle Anderen (Chiunque altro) ha diviso pubblico (soprattutto) e critica. La Sardegna è colta non tanto come luogo di vacanza affollato e chic ma nel silenzio di case e ville disabitate; raramente ci sono sequenze girate in città, tutte poco significative per lo sviluppo della narrazione.
E' uno di quei film in cui sembra che non accada nulla, si attende una stoccata che non giunge, vi avviso, perché ha molta più importanza ciò che non accade. La regista è una fine psicologa del non-essere oltre che delle dinamiche relazionali, e mette in scena fondamentalmente due coppie di coglioni borghesi che non suscitano la minima empatia nello spettatore. Il punto fondamentale è come riesca abilmente a concentrarsi dapprima sulla coppia protagonista per poi metterla "alla prova" con l'altra coppia (anch'essi tedeschi in vacanza, ma con un figlio in arrivo) e verificare l'alchimia che si sprigiona, per ben due volte. Ovviamente non si sprigiona un bel nulla, si verificano al contrario le classiche frecciatine, considerazioni sciatte e vuote, competizione come arma di confronto, frustrazioni nascoste e gioco delle parti. Gitti viene definita Brunilde dall'odioso Hans in riferimento al personaggio Wagneriano. E' uno dei rari momenti in cui si solidarizza con lei, che appare come l'unico personaggio a sentire il bisogno di rompere gli schemi e cercare di osare una vita diversa, come suggerisce in una sequenza al compagno Chris. Quest'ultimo apparentemente imbastisce piani di ristrutturazione della casa lasciatagli dalla madre (una villa kitsch in Sardegna) ma non ne abbiamo le prove, e alla fine finiamo per non credergli, tanto è ripetitivo e scontato il suo modo di comportarsi. I due protagonisti trovano il solo punto di contatto nei giochi di fantasia, spesso scherzi idioti che contemplano un terzo oggetto coinvolto, un pupazzo, che rappresenta l'alter ego di Chris e la regista ne usufruisce per dare ampiezza ai tormenti sentimentali e sessuali, oltre che semplicemente discorsivi di una coppia che quando si tratta di intessere un legame nella realtà si scioglie: esemplare la sequenza della camminata, in cui lui – un solitario testardo e anaffettivo – si aliena completamente. La sua maggiore preoccupazione nei confronti della coppia rivale è che la compagna si comporti normalmente, ma quando nel secondo incontro lei fa di tutto per assecondare (stupidamente) il desiderio di Chris, questi ne tratteggia il lato non convenzionale (da leggere con disdegno) citando l'esempio non educativo che anima una delle prime scene del film in cui la coppia riceve la visita della sorella di Chris e dei suoi bambini.
Forse in quanto donna la Ade ha un occhio particolare per Gitti, e esemplifica la totale mancanza di sostegno reciproco femminile in una delle sequenze migliori del film: gli uomini semiubriachi (ma non è affatto un'attenuante) gettano nella piscina le rispettive compagne. Scherzo di pessimo gusto aggravato dal fatto che Sana aspetta un figlio. Le due donne si ritrovano in cucina bagnate fradice, sole, e la reazione di Sana è assolutamente sintomo di idiozia allo stato puro, dal momento che assolve Hans e Chris definendoli coglioni (certamente a ragion veduta, intendiamoci), ma limitandosi sorridendo a tale espressione attesta una complice indolenza come donna e futura madre, oltre che come compagna. Da par suo Gitti, che ha più volte mostrato premura di ribellione rispetto a ciò che il chiunque altro di turno farebbe o penserebbe, s'incazza, e con un coltello in mano (uno dei tanti comportamenti davvero fuori dalle righe di cui è protagonista) minaccia Sana di pretendere dagli uomini che la serata finisca lì.
Potrebbe essere il preludio per la rottura della coppia protagonista, invece i due conservano atteggiamenti ambigui e contrastanti, dal fare sesso all'aperto dopo le semplici scuse di Chris per il suo comportamento, alla telefonata alla sorella che Gitti effettua l'indomani mattina, in cui le chiede di inventarsi che ha bisogno di lei in Germania. E qui si consuma l'atto finale in cui ancora una volta la coppia non riesce a interrompere il proprio rapporto passivo e privo di sostanza: Gitti dichiara a Chris di non amarlo più (solo perché scoperta, altrimenti era ipotizzabile una sorta di fuga inespressa), e inscena una delle sue isteriche e istrioniche reazioni simulando uno svenimento (si riallaccia al siparietto con la nipote dell'inizio del film e al salto dalla finestra della sera precedente, in cui lo spettatore si scopre basito ancora una volta dal provare solo un timido timore che Gitti abbia realmente inteso procurarsi del male). Le carezze e i sorrisi finali fanno seguito solo al recupero della dimensione fantasmatica della coppia, questo ci suggerisce Maren Ade, interrogandoci su ciò che davvero muove, caratterizza e ha peso in una relazione di coppia.

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