Pill 139

All'improvviso, disse lui, s'era completamente reso conto di quale fosse stata la sua disgrazia, "un certo giorno di cui, deve sapere, potrei dirLe la data così come potrei dirLe i nomi delle persone con cui ho avuto a che fare quel giorno; gente di città, gente di grandi città, tutti saldamente ancorati al mondo che s'erano costruiti, allo spazio vitale di una fabbrica oppure di una galleria d'arte che fa buoni affari nel centro della città, oppure all'ambiente che si crea attorno ad un'invenzione che loro avevano fatto e che gli fruttava grosse somme di denaro, oppure gente che era semplicemente felice senza sapere perché e come né si preoccupava di scoprirlo, con cui avevo dei rapporti che via via mi facevano un effetto demoralizzante, mi annoiavano a morte e mi ripugnavano, dei rapporti che col tempo degeneravano; passavo intere notti in casa di quella gente; mi facevo mostrare montagne di fotografie, davanti a me loro rovesciavano interi cervelli pieni di barzellette sporche e io ero costretto a ridere e ridevo davvero e bevevo, ridevo e dormivo, spesso sul pavimento, poi ero di nuovo costretto a tirar fuori i grandi nomi dell'arte ed ero in uno stato così miserando che però sembrava attirarli, quella miseria che era dentro di me e che si esprimeva nella mia persona li attirava, mi portavano con sé in questo o quel luogo e volevano unirmi una volta per tutte alle loro vite, finché non giunse il momento, quel certo giorno, in cui capii che dovevo farla finita, non tornare indietro, ché tornare indietro era ed è impossibile e la feci finita con loro, la feci semplicemente finita e, lontanissimo da quelle persone e dalle loro abitudini, lontano dai loro averi e dalle loro opinioni, lontanissimo dal loro mondo che non era adatto al mio mondo, proseguii, da solo, su un piano diverso, da un giorno all'altro quando mi resi esattamente conto che ormai non appartenevo più ad alcun mondo, né a quello dal quale ero appena fuggito, fuggito definitivamente, né a quello dal quale ero venuto né a quello nel quale, senza conoscerlo esattamente, volevo andare, verso il quale mi stavo incamminando, come un evaso dal carcere fuggivo in tutte le direzioni per non cadere nelle mani dei miei inseguitori...". Era una disgrazia non appartenere più ad alcun mondo, "non avere assolutamente più nulla".
"Sa, - disse lui, - quando poi Lei si trova improvvisamente a vagare per le strade, a vagare da un'insensatezza all'altra, per strade che sono tutte nere, sono nere e sono neri gli uomini che Le fluttuano accanto cupi e veloci, indifesi come Lei... Lei si trova in una piazza e tutto è nero, improvvisamente dentro e fuori tutto è nero, da qualsiasi punto lo si osservi tutto è nero e sempre stravolto e non si sa per quale motivo tutto sia stravolto, tutto sia frantumato... Qua e là Lei riconosce qualche oggetto, ma tutto è frantumato lacerato e fracassato; per la prima volta Lei si appoggia al suo bastone che finora aveva adoperato soltanto come arma di difesa contro uomini e cani, ora Lei ci si appoggia ed è come nuotare nel piombo, e qua e là vede: altro nero... La gente non sa se è la primavera che s'avvicina oppure se è la fine... Quelle enormi insegne dei grandi magazzini che si levano contro di Lei, che da ogni parte si radunano contro di Lei, si radunano come per una rivoluzione e rovinano ogni cosa dentro di Lei mentre tutti gli esseri del creato si rivolgono a Lei in cerca di aiuto, a Lei che sta tentando di andare avanti in una situazione ancora molto più disperata... Lei vede delle persone e le chiama, sfacciatamente Lei spaventa queste persone in quell'atmosfera costantemente eccitata dai quattro punti cardinali... Lei porta la sua giacca abbottonata e tutto in Lei è teso e la Sua testa teme di andare a sbattere dappertutto... Contro tutte quelle borsette e quei bastoni, contro tutte quelle centinaia di migliaia di borsette e di bastoni... Lei pensa di essere caduto in basso da un luogo altissimo, come gli altri sono arrivati in alto partendo da molto in basso e Lei nel suo disgusto non sa più come venirne fuori... Queste masse di persone, tutte schiacciate da lancette di orologi che avanzano precise... Lei cerca rifugio su una panchina del parco, ma lì ci stanno sedute persone più furbe di Lei che già di buon mattino si sono precipitate sulle panchine e stanno lì a leggere certi libroni e mangiano del cibo avvolto in grandi pezzi di carta... Allora Lei si rende conto di tutta la miseria degli impiegati statali, della condizione ignominiosa dei pensionati... E si stringe la testa tra le ginocchia e cerca di non soccombere... E sente come il mondo si contorce nelle sue emicranie, in spasmi atroci, vittima della terribile violenza dell'aria... In camera Sua la minacciano i brandelli dei Suoi ricordi, ecco gli uccelli, quel nero incredibile dalla potenza straordinaria, questa straordinaria situazione di eccezionalità, deve sapere, questa sintesi di abiezione e di follia del mondo nella quale Lei improvvisamente si è trovato immerso, senza la minima idea, in uno stato che Le fa pesare addosso tutte le vicende umane possibili e immaginabili... Poliziotti e carretti di verdura, tutto Le viene addosso, come se volesse distruggerLa... La voce del popolo... Sin da bambino io questo lo sentivo come un processo che mi distruggeva il cervello... Questo popolo che mi ottenebrava i condotti uditivi... Per ciascuna di queste impressioni, deve sapere, io ogni volta che tocco in terra col bastone è come se mi facessi un buco nella testa, tutto nei giorni di fohn pare sia condannato a un interminabile martirio da un estatico ritmo musicale...". Ora pronuncia spesso la parola suicidio. In ciascuna delle sue frasi. Col pollice in cui, quando lo allunga, è concentrata tutta l'energia del suo corpo, schiaccia se stesso e accanto a se stesso il mondo esterno, come quando si compie il gesto patetico di schiacciare un insetto che se ne sta acquattato sopra un mobile. "Io non trovo più modo di utilizzare me stesso, - dice. - Non c'è altro che la mia banalità. La banalità del mondo. Il voltastomaco dovuto alla banalità". Il terreno gli era già sempre stato tolto da sotto ai piedi. "Il mio risveglio è uguale al mio addormentarmi, banale. Persino i miei sogni sono banali... E io avrei diritto a ben altro che a dei sogni banali. I miei sogni paurosi sono i sogni paurosi della mia infanzia. Una cosa orribile quando chi è costretto a sognarli è un vecchio. Nessun godimento. Si entra soltanto in uno stato di maggiore stupore e in una solitudine totale. Qui, alla mia sinistra c'è Lei e alla mia destra il mio bastone. Le due sole cose che ancora mi tengono insieme. Lei non ce l'ha con me, vero? Quali fossero originariamente le mie idee, deve sapere, io non lo sono più- E poi anche l'incapacità di giudizio di tutto il resto del mondo... L'impossibilità sin dall'inizio di convivere col proprio talento... Tutto l'uomo, null'altro che riserve contro se stesso. Non è così? Io mi sforzo di capirmi, sa, eppure so che sto scendendo la china: è sempre stato così. Il comune logorio delle forze muscolari del cervello. E tutto ciò che guardo, il sottofondo musicale di me stesso, talvolta attraversato da una forte corrente di pensieri altrui". Credo che sia più facile ricucire un intestino ridotto a brandelli che fare queste osservazioni. Potrei rileggere tutto quanto e mi spaventerei lo stesso.


(Thomas Bernhard Gelo, pagg. 227-229. Einaudi editore)

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