Cave In - Until your heart stops (1998)

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Until your heart stops è il primo album dei Cave In, non propriamente l'esordio discografico visto che la band aveva già realizzato una raccolta dei primi singoli e demo registrati a partire dal 1995. Si tratta di una delle primissime registrazioni avvenute nel GodCity studio di Kurt Ballou. Così come altre solide uscite di quegli anni, spesso della medesima zona geografica (stiamo parlando del Massachussets), Until your heart stops appare ancora oggi come uno dei simboli di quella scena metalcore. Accostabile soprattutto ai Converge del tempo, con qualche escursione in altri generi come il thrash e lo sludge.
E' interessante notare una certa mancanza di omogeneità nel disco stesso, figlio di vari cambi di formazione precedenti e quindi sessioni di prove differenti. Caleb Scofield al basso è l'ultimo arrivato e ricopre un ruolo già importante in alcuni frangenti, ma non ancora si presta al ruolo di cantante delle parti in growl che avrebbe brillantemente ricoperto negli anni seguenti nei suoi progetti principali Old Man Gloom e Zozobra, oltre che dal vivo con gli stessi Cave In (si veda video di Juggernaut qui sotto).
Uno dei punti deboli del disco sono in effetti proprio le parti cantate da Stephen Brodsky, chitarrista e leader della band, che col pulito latita parecchio prima di trovare una forma più congeniale sul disco successivo Jupiter (talvolta eccessivamente in falsetto), mentre il suo growl appare sforzato e non stupisce che in breve tempo abbia cominciato a registrare problemi a cantare in quel modo.
Alcuni brani risentono di influenze quasi adolescenziali come addirittura gli Slayer, e così i primi due brani semplici ed efferati scivolano abbastanza in fretta nel dimenticatoio, accennando tuttavia già un tema dominante del disco, ossia il riff stoppato tipico del metalcore, al quale però i Cave In molto intelligentemente sanno accostare nei momenti più ispirati una serie di altri elementi interessanti, come una buona tecnica nei cambi di tempo, variazioni di registro verso sonorità più blande (i primi segnali dell'evoluzione degli album seguenti), dissonanze e improvvise aperture melodiche. 
Juggernaut e The end of our rope is a noose racchiudono tutte queste caratteristiche mostrando un songwriting maturo e circoscrivono il momento migliore del disco. In particolare Juggernaut, che resta negli anni a seguire uno dei brani più rappresentativi del gruppo, è eccellente.
Delizioso il primo intermezzo Segue 1 e la title track centrale offre spunti degni di nota, poi il disco scivola un bel po' nella ripetizione eccetto l'ultima Controlled mayhem then erupts, micidiale, specie per come prepara il finale dinamitardo girando su quel giro di basso che s'inchioda nel cervello. Killer!
Stranamente, questo (quasi) esordio resta l'ultimo album "pesante" della band prima di molti anni (il compromesso trovato su Perfect Pitch Black del 2006). 
Con il successivo, celebrato Jupiter (vendutissimo, uno dei più grandi successi della Hydra Head) è iniziato infatti un alleggerimento graduale culminato nello sconcertante Antenna.

Until your heart stops è meno originale e coeso rispetto a Jupiter, ma è pur sempre il disco che annovera Juggernaut e Controlled mayhem then erupts, i brani che a mio avviso racchiudono meglio il senso della loro filosofia musicale.



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