Botch - American nervoso (1998)

Il 1998 è l'anno di Calculating infinity dei The Dillinger escape plan e When forever comes crashing dei Converge, due album diversi eppure accostabili per significato (il secondo citato causa registrazione pessima è stato rivalutato solo a partire da sette anni più tardi). A loro si uniscono per importanza le sonorità innovative e la tecnica da dio di American Nervoso dei Botch, che è qualcos'altro ancora: sono paurosamente math-, certamente – core, urlano, si agitano e strepitano e per me hanno una marcia in più, e mentre David Verellen stranamente canta "here comes the sea, the sea of red" a poco meno di un anno di distanza dal secondo EP dei nostri cari Isis (the band, ehm), ci ricordiamo che questo quasi esordio dei Botch è il primo album ad essere prodotto dalla mitica Hydra Head e a 1:48 partono già i MEGASUONI in un brano d'apertura, Hutton's great heat engine che ci mostra già quanto i loro titoli siano esemplari per fantasia ("grazie a dio per le api operaie"???) e dopo un finale torrenziale si apre in maniera altrettanto torrenziale John Woo, e così via tra riffoni stoppati, distorsioni, tempi dispari si direbbe oppure tempi tutti loro, urla e attacchi violentissimi (la mitica Oma col finalone che si staglia sulle note di piano), i chiaroscuri di Dead for a minute, le dissonanze di Dali's praying mantle (il cui riff iniziale e ripetitivo si pianta nel cervello), il cemento armato di Rejection spoken softly, i blast beat (addirittura!) di Spitting black (ehi ma qui dentro ci sono anche i miei amati Candiria). David Knudson unico chitarrista vale per tre e spara gran parte delle sue cartucce migliori mentre Brian Cook già si distinge per l'amore per gli effetti che avrebbe sperimentato definitivamente nei Russian Circles.
Abili, cervellotici, giovanissimi e spavaldi su questo primo album (avevano realizzato degli EP) i Botch sciorinano una musica che se la dà a gambe levate dall'hardcore per raggiungere un'isola deserta dove forse restano soli, veloci e autodistruttivi come James Dean (si veda l'encore del loro ultimo show).

"American Nervoso was a regular coming-out party for a whole new way of thinking (and rocking); a funeral rite for mindless floor-punching and youth-crew Hitlerism."

Pill 141

Le convenienze imponevano che – dopo un simile evento storico – egli si fermasse ancora un poco con la baronessa e, a rigore, avrebbero dovuto sedere vicini tenendosi la mano, madre e figlio in intimo muto colloquio. Ma questo era a sua volta proibito dalle medesime convenienze, per cui sedettero, sì, ma senza tenersi la mano, a una dignitosa distanza, anzi, uno dall'altra; solo che, non essendo loro proibito da nessuna convenienza di abolire le parole in un silenzio pieno di intimità, parlarono pochissimo, mentre probabilmente i loro pensieri si muovevano per le stesse vie, intenti a cogliere la felicità naturale, la più naturale delle felicità dell'esistenza umana: essere stati messi al mondo, partoriti da una madre, essere usciti da un corpo ed essere corpo, corpo umano le cui costole si allargano nel respiro, oh! Felice essere-divenuti, felice andarsene per il mondo e per le dolci strade del mondo, senza mai perdere la mano della madre dove sta racchiusa e nascosta la mano dei figli: oh! La protezione e la sicurezza possono crescere dall'infanzia su per tutta una vita, sicurezza e protezione che non sono prigione, ma hanno in sé il germe della libertà. E la baronessa disse: - Non sono più una prigioniera.
Lui le sorrise: - Io, invece, entro ora nella mia prigionia, ma non occorre che le dica con quanta gioia, baronessa -. E questo era in gran parte vero. Perché il suo spazio vitale era già stato limitato qui, limitato volontariamente alla piazza triangolare là fuori e a questa casa, senza che lui fosse in grado di indicare chi ne era stato la causa, chi lo teneva prigioniero. Ora lo sapeva: era il ritorno a casa. E la prigionia volontaria continuerà ad essere per lui determinante: il vecchio casino di caccia non potrà cambiar niente. Le cime degli alberi davanti alle finestre si muovevano piano piano nel vento leggero di settembre: le foglie stavano ingiallendo. Le rondini sfrecciavano pronte a migrare e l'aria era piena di gridi d'uccelli.
Anche lo sguardo di lei sfiorava la piazza della stazione ordinata e civile:
- Ritorniamo sempre nel grande respiro per poter respirare noi stessi, torniamo al grande vegliare, per poter noi stessi vedere, e cerchiamo sempre la grande catena che va dagli antenati fino ai tardi nipoti, cerchiamo in essa il corto pezzo tra madre e figlio, e a quello ci attacchiamo per poter vivere: ho atteso, e questo era il mio cercare, e che io abbia atteso in prigionia o in libertà, chi può dirlo?... e forse era insieme l'una e l'altra cosa.
Coperta dalla trasparenza del firmamento sottile come un soffio, allogata nel paesaggio naturale tagliato dai fasci delle rotaie e dalle strade, giace la città, essa stessa paesaggio condensato: ma allogata tra i prati della piazza davanti e il verde del giardino dietro, tra crescita e crescita, tra vivo e vivo, sta la casa, congiunta alle case vicine a formare l'unità della piazza, e tra le pareti morte e immobili della casa si tende l'accadere vivo, il rapporto delle creature umane tra loro, vivo eppure recante in sé immutabilmente – in forza della molteplicità delle dimensioni – il non vivo, si tende l'odio e l'amore, improvvisamente fondendosi in uno, si tende il discorso dalle bocche agli orecchi, il fiato, librandosi nell'etere che penetra tutto e dove, visibile o invisibile, sta – promessa di un ordine senza peso – l'arcobaleno.


(Hermann BrochGli incolpevoli, pagg. 213-214. Einaudi editore)

Isis - SGNL > 05 (EP, 2001)

Un passo indietro a SGNL > 05, uscito nel 2001 dunque esattamente a cavallo tra Celestial e Oceanic e molto più vicino al primo dei due. Anzi, si tratta praticamente di un'estensione del primo album della band tanto che i brani sono numerati dal 12 al 16 (Celestial consta di 11 tracce), la grafica e i suoni sono praticamente quelli. Non vorrei sbagliarmi ma la registrazione è avvenuta nello stesso periodo.
Un dato preliminare interessante è che questo è il primo disco ad essere stato prodotto dalla Neurot Recordings che non fosse materiale dei depositari dell'etichetta, ossia Neurosis e Tribes of the Neurot.
Sul piano musicale come detto ci troviamo dinanzi a una prosecuzione di quanto ascoltato su Celestial, seppur di minor rilievo. In ogni caso, se adorate quel disco non potete lasciarvi sfuggire il piacere dell'ascolto di Divine Mother, un muro sonoro che ha una parte centrale caratterizzata da un arpeggio niente male e il solito finale pesantissimo. Beneath below sembra un omaggio ai Godflesh, e la trovo trascurabile, mentre il filo di Celestial viene ripreso dalla successiva, discreta Constructing Towers, non esattamente una variazione del brano del disco precedente (ricordate Deconstructing Towers?). Finale cantato in cui le chitarre ricordano molto quelle dei Neurosis.
In chiusura c'è il remix di Celestial (The tower), uno dei "soliti" remix di Justin Broadrick. Lo trovo bellissimo.

Sembrava doveroso chiudere questa espansione riallacciandosi all'inizio, ossia al brano più indicativo, ispirato e potente del ciclo. Da notare come nel corso del loro ultimo tour gli Isis ne abbiano suonato una versione accostabile più a questo remix che a quella originale. Io c'ero.

Atrox - Contentum (2000)

Contentum è il secondo album dei norvegesi Atrox, per certi versi il primo loro definito in stile Atrox ovvero Monika Edvardsen style o psychotic metal o ancora schizo metal.


Mesmerised (1997) è più che valido come esordio ma ancorato al doom melodico degli anni precedenti di Pyogenesis, Celestial season e via discorrendo. Da quel disco sono seguiti un EP e le dipartite (finalmente) dalla voce maschile e dalla minuscola etichetta discografica Head not found: non che con la Season of mist abbiano venduto migliaia di copie in più, ma quanto meno sono passati ad una casa discografica degna del loro nome.

L'impresa di Contentum è di raccogliere altre influenze del tempo come Arcturus di quel periodo, un pò di prog/gothic tipo The Gathering (qualcuno cita i Madder Mortem del debutto Mercury, ma trovo tanto simile il mood quanto differente la cifra stilistica dei due gruppi in questione) e poco, pochissimo prog metal classico per incorporarli in un genere più arioso e dinamico, basato essenzialmente sulla voce di Monika Edvardsen che, rispetto al debutto, su Contentum ha il campo tutto per sè. E' un vero e proprio centro gravitazionale, si destreggia su linee vocali bizzarre e articolate, con pochi eguali. Monika è un soprano che adora spaziare, gorgheggiare, andare in falsetto e soprattutto cimentarsi in esercizi balistici complicatissimi. Regala in sostanza una prova da pelle d'oca.

Che vita sarebbe senza sorelle Edvardsen, mi chiedo a volte, e Contentum ne è una risposta.
Nei timbri di Monika e Ann Mari (all'epoca nei 3rd and the mortal, che con la musica degli Atrox hanno ben poco a che fare, al contrario di quel che viene spesso scritto) è semplice cogliere familiarità, eppure sono così diversi: Monika riesce a raggiungere un'ampiezza maggiore nello spettro vocale, mentre la voce di Ann-Mari è più possente, "fottutamente aristocratica" ha scritto un tipo una volta, ed è una definizione verso cui Ann Mari ha sorriso dando il suo consenso. Accomunate in special modo da una rara capacità di esprimere la follia, hanno imperversato per appena una manciata di album a cavallo del 2000 e dobbiamo valorizzare quel poco che ci resta.

Marchi indelebili: provate a confrontare Mesmerised con Contentum, non vi è alcun paragone in termini di freschezza e imprevedibilità: folle è il genere proposto dagli Atrox che come detto si muovono in base alle coordinate vocali di Monika, mentre musicalmente non sono dei veri precursori ma tecnicamente abili e poliedrici, pervasi di Arcturus (specie nei momenti più symphonic, ma questo non è un disco sinfonico come ci si potrebbe immaginare dalla provenienza geografica), e sono certo che gruppi cosiddetti avantgarde metal come Akphaezya e Unexpect siano debitori alle atmosfere folli evocate da Eivin e Rune (i due chitarristi) ma soprattutto a quel modo di cantare dell'osannata Monika.

Unsummoned è bellissima, tuttavia paga uno dei rari omaggi, ai limiti del plagio, ai The Gathering di Mandylion. Mi piace molto Letters to earth con le sue pause, forse il brano più prog ma non si pensi ad una definizione convenzionale.
Serenity è un altro dei brani che adoro per quella chitarra solista che resta solitaria (stile In the woods...) quando il brano sembra spegnersi. Monika a metà tra linee frastagliate e ricche di pathos dettato dalla sua cristianità offre una delle prove più sentite, specie nella seconda parte del brano. Entrando nel vivo dei migliori brani del lotto, la splendida introduzione Sultry Air (in cui Monika dà sfoggio del suo repertorio) è un'esperienza irrinunciabile. Da notare che le influenze di Monika c'è persino la musica indiana, studiata a lungo.
Lizard Dance offre un finale sfavillante, mentre ci si inerpica nella complessa Panta rei/Gather in me no more, la suite del disco che oltrepassa i dieci minuti.
L'artwork è opera di Monika, che ha disegnato molti freaks con ottimi risultati (per approfondire si vada qui). L'uomo sulla scala al centro del disegno è suo fratello David.

Ripeto, in particolare Sultry air con le linee vocali astronomiche di Monika (tra le influenze è doversoso citare Kate Bush) è un'esperienza da non perdere.


Cave In - Until your heart stops (1998)

Watch with your heart
Run with your gut

Until your heart stops è il primo album dei Cave In, non propriamente l'esordio discografico visto che la band aveva già realizzato una raccolta dei primi singoli e demo registrati a partire dal 1995. Si tratta di una delle primissime registrazioni avvenute nel GodCity studio di Kurt Ballou. Così come altre solide uscite di quegli anni, spesso della medesima zona geografica (stiamo parlando del Massachussets), Until your heart stops appare ancora oggi come uno dei simboli di quella scena metalcore. Accostabile soprattutto ai Converge del tempo, con qualche escursione in altri generi come il thrash e lo sludge.
E' interessante notare una certa mancanza di omogeneità nel disco stesso, figlio di vari cambi di formazione precedenti e quindi sessioni di prove differenti. Caleb Scofield al basso è l'ultimo arrivato e ricopre un ruolo già importante in alcuni frangenti, ma non ancora si presta al ruolo di cantante delle parti in growl che avrebbe brillantemente ricoperto negli anni seguenti nei suoi progetti principali Old Man Gloom e Zozobra, oltre che dal vivo con gli stessi Cave In (si veda video di Juggernaut qui sotto).
Uno dei punti deboli del disco sono in effetti proprio le parti cantate da Stephen Brodsky, chitarrista e leader della band, che col pulito latita parecchio prima di trovare una forma più congeniale sul disco successivo Jupiter (talvolta eccessivamente in falsetto), mentre il suo growl appare sforzato e non stupisce che in breve tempo abbia cominciato a registrare problemi a cantare in quel modo.
Alcuni brani risentono di influenze quasi adolescenziali come addirittura gli Slayer, e così i primi due brani semplici ed efferati scivolano abbastanza in fretta nel dimenticatoio, accennando tuttavia già un tema dominante del disco, ossia il riff stoppato tipico del metalcore, al quale però i Cave In molto intelligentemente sanno accostare nei momenti più ispirati una serie di altri elementi interessanti, come una buona tecnica nei cambi di tempo, variazioni di registro verso sonorità più blande (i primi segnali dell'evoluzione degli album seguenti), dissonanze e improvvise aperture melodiche. 
Juggernaut e The end of our rope is a noose racchiudono tutte queste caratteristiche mostrando un songwriting maturo e circoscrivono il momento migliore del disco. In particolare Juggernaut, che resta negli anni a seguire uno dei brani più rappresentativi del gruppo, è eccellente.
Delizioso il primo intermezzo Segue 1 e la title track centrale offre spunti degni di nota, poi il disco scivola un bel po' nella ripetizione eccetto l'ultima Controlled mayhem then erupts, micidiale, specie per come prepara il finale dinamitardo girando su quel giro di basso che s'inchioda nel cervello. Killer!
Stranamente, questo (quasi) esordio resta l'ultimo album "pesante" della band prima di molti anni (il compromesso trovato su Perfect Pitch Black del 2006). 
Con il successivo, celebrato Jupiter (vendutissimo, uno dei più grandi successi della Hydra Head) è iniziato infatti un alleggerimento graduale culminato nello sconcertante Antenna.

Until your heart stops è meno originale e coeso rispetto a Jupiter, ma è pur sempre il disco che annovera Juggernaut e Controlled mayhem then erupts, i brani che a mio avviso racchiudono meglio il senso della loro filosofia musicale.



Alchemist - Spiritech (1997)

Formidabili Alchemist, sperimentatori per definizione e già attivi dalla fine degli anni '80 come uno dei primi gruppi estremi in Australia. Il genere originario è il death metal e fin dal primo album Jar of Kingdom (1993) è possibile rintracciare una mescolanza per i tempi coraggiosissima tra una solida base metal e altre svariate influenze folk aborigene e melodie mediorientali.
Spiritech (1997) è il loro terzo album e a mio avviso denota la consacrazione del quartetto, giunto a maturazione e capace del proprio massimo sforzo creativo. Oltrepassato il genere di partenza in maniera definitiva, qui gli australiani si destreggiano su un piano ormai consolidato e unico: una base ritmica possente in cui spiccano le ritmiche ossessive di Rod Holder e due chitarristi completi, capaci e ispirati che definiscono un suono aggressivo eppure etereo, psichedelico e raffinato.
Folk aborigeno e metal: una compenetrazione eccellente lontana anni luce da certe pacchianate a cui specialmente lo scorso decennio ha tentato di abituarci. Gli Alchemist hanno una serie impressionante di frecce al proprio arco sia in termini di strumentazione e effettistica che di idee. Sono riusciti a creare un genere musicale colto e ispirato, capace di violenza e melodia, arpeggi e assalti vigorosi, e la maturazione sul disco è completata dall'utilizzo senza più freni da parte di Adam Agius, chitarrista e leader del gruppo, camaleontico tra pulito, urla, accenni di screaming lancinanti, spoken vocals tenebrose e a volte effettate. Un'ugola che in quanto a energia espressa mi richiama puntualmente a primi Celtic Frost e Sepultura.
Difficilissimo non smuovere il culo dinanzi ai ritmi tribali di Road to Ubar, Beyond Genesis o Spiritechnology, ma potrei citare ogni singolo brano come eccellente e simbolico dell'originalità di questo disco (non nascondo una predilezione per Beyond Genesis capace di stati emotivi indescrivibili, ma anche Figments, Road to Ubar, la pinkfloydiana e tribal strumentale Inertia e Staying Conscious).
Oggi verrebbero definiti avantgarde metal, ma con questo termine è possibile associare diversi gruppi che hanno mescolato influenze varia nel metal. Gli Alchemist invece sono stati unici precisamente per l'inserto di tutto ciò che ha a che fare con le proprie radici aborigene, da cui hanno saputo trarre il meglio della fantasia.


"Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali" (cit.)


Pill 140

Essere partoriti da una madre, messi al mondo corporalmente da un corpo, essere un corpo, le cui costole si espandono, quando si inspira, corpo le cui dita possono afferrare una ringhiera per circondare ciò che è morto con ciò che è vivo, mutualità eterna dell'animato e dell'inanimato, l'uno celando all'altro in trasparenza infinita: sì, essere partorito e poi andarsene per il mondo e sulle morbide strade, passeggiare, mano della madre che non si può perdere, mano in cui la mano del bimbo sta chiusa e protetta; questa naturale tra le naturali felicità dell'esistenza umana gli si rivelò, mentre stava così sul terrazzo appoggiato alla parete esterna della casa, con la sicurezza e protezione di una casa alle spalle, e guardava giù all'erba scura, agli alberi scuri, con la cosciente nozione, dentro di sé, dei cespugli di rose nel giardino dietro casa, strisce di case tra vivente e vivente, tra crescita e crescita, strisce di pietra e di legno, opera morta dell'uomo e pur sempre patria.

(Hermann BrochGli incolpevoli, pag 61. Einaudi editore)

Isis - Oceanic (2002)

Solo
Dinanzi alle acque
La vastità delle acque
Urla urla e urla
Inabissarsi
Sempre più
Giù nel profondo
Fino al limite estremo

Drown and the first real breath takes hold
Washed in a chill so peaceful, sink further

















Spiral Architect - A sceptic's universe (2000)

Pochi dischi di presunto progressive metal hanno la capacità di suscitare in me una vitalità così forte. E' chiaro che ai primi segni di vertigini, disorientamento, pressione alta esprimiamo il nostro giudizio tanto grintoso quanto esile: ma di cosa stiamo parlando?? Un gruppo di trentenni inequivocabilmente derivativo, sovrabbondante di mid tempo dei Cynic che dissemina ovunque un puzzo di copia-incolla dei Watchtower. O è la puzza delle nostre convinzioni pregresse? Inoltre c'è l'ostacolo più arduo da oltrepassare, la voce. E giù con le imprecazioni verso un cantante che alza continuamente l'asticella dei semitoni contemporaneamente alla sopportazione di chi ascolta.

La tecnica del gruppo è notevole ma il gorgo che avvinghia l'ascoltatore è implacabile, non ci sono più linee rette! Caos delle destrutture tipiche del genere, si sosterrebbe, ma gli Spiral Architect su questo loro esordio, rimasto unico in tutti i sensi, hanno mostrato come si può essere debitori ad altri gruppi, senza inventar nulla, eppure scrivere un disco diabolicamente efficace e fresco per anni e anni a seguire. Merito di talento e sfrontatezza: ciò che rende A sceptic's universe realmente prezioso e lo pone lì, in un posto speciale, è soprattutto il connubio di basso e voce, al centro di tutto, costantemente; si allungano a loro piacimento, imprevedibili e ispirati. Una voce pazzesca, altroché, ma è questione di anni e di orecchie allenate. Tutto, ma proprio tutto ciò che è riverso in questo disco prismatico tende all'orlo, l'estremo. Spinning fin dai primi secondi proietta dentro un vortice indescrivibile. Mi limito a menzionare l'aria spagnoleggiante di Insect, la durezza di certi grugniti death metal qua e là o il finale di Cloud constructor (Shuffled), a mio avviso il momento più alto del disco.

Sono tutti musicisti dal background articolato e svariato: dal black metal più veloce all'heavy più classico, ma mai ordinario, e su tutti Lars K. Norberg, principale compositore: lui fa scuola, porta letteralmente a spasso il suo strumento per tutto il tempo riuscendo a raggiungere il proprio mentore Sean Malone che ha voluto inserire nella registrazione (Occam's razor) anche a costo di fargli suonare un brevissimo intermezzo col Chapman stick.  

Pill 139

All'improvviso, disse lui, s'era completamente reso conto di quale fosse stata la sua disgrazia, "un certo giorno di cui, deve sapere, potrei dirLe la data così come potrei dirLe i nomi delle persone con cui ho avuto a che fare quel giorno; gente di città, gente di grandi città, tutti saldamente ancorati al mondo che s'erano costruiti, allo spazio vitale di una fabbrica oppure di una galleria d'arte che fa buoni affari nel centro della città, oppure all'ambiente che si crea attorno ad un'invenzione che loro avevano fatto e che gli fruttava grosse somme di denaro, oppure gente che era semplicemente felice senza sapere perché e come né si preoccupava di scoprirlo, con cui avevo dei rapporti che via via mi facevano un effetto demoralizzante, mi annoiavano a morte e mi ripugnavano, dei rapporti che col tempo degeneravano; passavo intere notti in casa di quella gente; mi facevo mostrare montagne di fotografie, davanti a me loro rovesciavano interi cervelli pieni di barzellette sporche e io ero costretto a ridere e ridevo davvero e bevevo, ridevo e dormivo, spesso sul pavimento, poi ero di nuovo costretto a tirar fuori i grandi nomi dell'arte ed ero in uno stato così miserando che però sembrava attirarli, quella miseria che era dentro di me e che si esprimeva nella mia persona li attirava, mi portavano con sé in questo o quel luogo e volevano unirmi una volta per tutte alle loro vite, finché non giunse il momento, quel certo giorno, in cui capii che dovevo farla finita, non tornare indietro, ché tornare indietro era ed è impossibile e la feci finita con loro, la feci semplicemente finita e, lontanissimo da quelle persone e dalle loro abitudini, lontano dai loro averi e dalle loro opinioni, lontanissimo dal loro mondo che non era adatto al mio mondo, proseguii, da solo, su un piano diverso, da un giorno all'altro quando mi resi esattamente conto che ormai non appartenevo più ad alcun mondo, né a quello dal quale ero appena fuggito, fuggito definitivamente, né a quello dal quale ero venuto né a quello nel quale, senza conoscerlo esattamente, volevo andare, verso il quale mi stavo incamminando, come un evaso dal carcere fuggivo in tutte le direzioni per non cadere nelle mani dei miei inseguitori...". Era una disgrazia non appartenere più ad alcun mondo, "non avere assolutamente più nulla".
"Sa, - disse lui, - quando poi Lei si trova improvvisamente a vagare per le strade, a vagare da un'insensatezza all'altra, per strade che sono tutte nere, sono nere e sono neri gli uomini che Le fluttuano accanto cupi e veloci, indifesi come Lei... Lei si trova in una piazza e tutto è nero, improvvisamente dentro e fuori tutto è nero, da qualsiasi punto lo si osservi tutto è nero e sempre stravolto e non si sa per quale motivo tutto sia stravolto, tutto sia frantumato... Qua e là Lei riconosce qualche oggetto, ma tutto è frantumato lacerato e fracassato; per la prima volta Lei si appoggia al suo bastone che finora aveva adoperato soltanto come arma di difesa contro uomini e cani, ora Lei ci si appoggia ed è come nuotare nel piombo, e qua e là vede: altro nero... La gente non sa se è la primavera che s'avvicina oppure se è la fine... Quelle enormi insegne dei grandi magazzini che si levano contro di Lei, che da ogni parte si radunano contro di Lei, si radunano come per una rivoluzione e rovinano ogni cosa dentro di Lei mentre tutti gli esseri del creato si rivolgono a Lei in cerca di aiuto, a Lei che sta tentando di andare avanti in una situazione ancora molto più disperata... Lei vede delle persone e le chiama, sfacciatamente Lei spaventa queste persone in quell'atmosfera costantemente eccitata dai quattro punti cardinali... Lei porta la sua giacca abbottonata e tutto in Lei è teso e la Sua testa teme di andare a sbattere dappertutto... Contro tutte quelle borsette e quei bastoni, contro tutte quelle centinaia di migliaia di borsette e di bastoni... Lei pensa di essere caduto in basso da un luogo altissimo, come gli altri sono arrivati in alto partendo da molto in basso e Lei nel suo disgusto non sa più come venirne fuori... Queste masse di persone, tutte schiacciate da lancette di orologi che avanzano precise... Lei cerca rifugio su una panchina del parco, ma lì ci stanno sedute persone più furbe di Lei che già di buon mattino si sono precipitate sulle panchine e stanno lì a leggere certi libroni e mangiano del cibo avvolto in grandi pezzi di carta... Allora Lei si rende conto di tutta la miseria degli impiegati statali, della condizione ignominiosa dei pensionati... E si stringe la testa tra le ginocchia e cerca di non soccombere... E sente come il mondo si contorce nelle sue emicranie, in spasmi atroci, vittima della terribile violenza dell'aria... In camera Sua la minacciano i brandelli dei Suoi ricordi, ecco gli uccelli, quel nero incredibile dalla potenza straordinaria, questa straordinaria situazione di eccezionalità, deve sapere, questa sintesi di abiezione e di follia del mondo nella quale Lei improvvisamente si è trovato immerso, senza la minima idea, in uno stato che Le fa pesare addosso tutte le vicende umane possibili e immaginabili... Poliziotti e carretti di verdura, tutto Le viene addosso, come se volesse distruggerLa... La voce del popolo... Sin da bambino io questo lo sentivo come un processo che mi distruggeva il cervello... Questo popolo che mi ottenebrava i condotti uditivi... Per ciascuna di queste impressioni, deve sapere, io ogni volta che tocco in terra col bastone è come se mi facessi un buco nella testa, tutto nei giorni di fohn pare sia condannato a un interminabile martirio da un estatico ritmo musicale...". Ora pronuncia spesso la parola suicidio. In ciascuna delle sue frasi. Col pollice in cui, quando lo allunga, è concentrata tutta l'energia del suo corpo, schiaccia se stesso e accanto a se stesso il mondo esterno, come quando si compie il gesto patetico di schiacciare un insetto che se ne sta acquattato sopra un mobile. "Io non trovo più modo di utilizzare me stesso, - dice. - Non c'è altro che la mia banalità. La banalità del mondo. Il voltastomaco dovuto alla banalità". Il terreno gli era già sempre stato tolto da sotto ai piedi. "Il mio risveglio è uguale al mio addormentarmi, banale. Persino i miei sogni sono banali... E io avrei diritto a ben altro che a dei sogni banali. I miei sogni paurosi sono i sogni paurosi della mia infanzia. Una cosa orribile quando chi è costretto a sognarli è un vecchio. Nessun godimento. Si entra soltanto in uno stato di maggiore stupore e in una solitudine totale. Qui, alla mia sinistra c'è Lei e alla mia destra il mio bastone. Le due sole cose che ancora mi tengono insieme. Lei non ce l'ha con me, vero? Quali fossero originariamente le mie idee, deve sapere, io non lo sono più- E poi anche l'incapacità di giudizio di tutto il resto del mondo... L'impossibilità sin dall'inizio di convivere col proprio talento... Tutto l'uomo, null'altro che riserve contro se stesso. Non è così? Io mi sforzo di capirmi, sa, eppure so che sto scendendo la china: è sempre stato così. Il comune logorio delle forze muscolari del cervello. E tutto ciò che guardo, il sottofondo musicale di me stesso, talvolta attraversato da una forte corrente di pensieri altrui". Credo che sia più facile ricucire un intestino ridotto a brandelli che fare queste osservazioni. Potrei rileggere tutto quanto e mi spaventerei lo stesso.


(Thomas Bernhard Gelo, pagg. 227-229. Einaudi editore)

Pill 138

Solo la notte divide l'ultima caccia animale dall'imminente, inesorabile caccia umana.
L'animale è stato ucciso e trasportato come trofeo, i cinque uomini aprono le birre, intonano l'esuberanza e la spensieratezza di essere padroni della vita e della morte, quando improvvisamente incombono quelle note di piano, sommesse: sono l'incipit del terzo dei notturni op. 15 di Chopin, quello in Sol Minore, (interpretato da George Dzundza, di madre polacca: coincidenza o predilezione dell'attore piuttosto che scelta della sceneggiatura?) e la baldoria si spegne lentamente lasciando spazio al silenzio e all'ascolto della notte, la notte che ricorda quanto ci sia poco da ridere quando si realizza che la morte è inevitabile.
Il volto madido, gli occhi scavati di John Cazale ormai consapevole della propria condanna trascendono l'attore e assieme agli sguardi intensi degli altri interpreti ci restituiscono il momento di passaggio da incoscienza a consapevolezza senza il contributo di una sola parola.


Pill 137

"La mia poesia non è la mia poesia. Ma se Lei vuol parlare della mia poesia devo confessarLe che non sono in grado di spiegarla. Vede, la mia poesia che è l'unica poesia e di conseguenza è anche l'unica verità proprio com'è anche l'unico vero sapere che io riconosco all'aria, che io recepisco dall'aria, che è l'aria stessa, questa mia poesia viene creata soltanto nel centro del suo unico pensiero, un pensiero che appartiene interamente a lei. Questa poesia è istantanea. E quindi non esiste. E' la mia poesia". "Già, - dico io, - è la Sua poesia". Non capivo nulla di quello che diceva. "Andiamo, - disse lui, - fa freddo. Il freddo avanza verso il centro del cervello per divorarlo. Se Lei sapesse fino a che punto il freddo ha già divorato il mio cervello! Il freddo vorace, il freddo che ha bisogno delle sostanze cellulari del sangue, che deve prendersi il cervello, tutto ciò che produce qualcosa, che può produrre qualcosa. Vede, - disse lui, - il cervello, la testa e il cervello dentro alla testa non sono altro che un'incredibile irresponsabilità, un dilettantismo certo, un dilettantismo mortale, ecco ciò che voglio dire. Le forze vengono corrose, il freddo conficca i suoi denti nelle forze, nelle forze umane, nella forza muscolare dell'intelletto che è quella suprema. A entrarmi nel cervello è quel turismo del freddo vecchio milioni di anni che s'approfitta stupidamente di tutto, è l'irruzione del gelo... Oggi, - disse lui, - non esiste più la parola "segreto", quella non esiste più, tutto ormai non è altro che un grande malessere causato dal freddo. Io il freddo lo vedo, posso metterlo sulla carta, posso dettarlo, il freddo mi uccide...".
In paese diede un'occhiata all'interno del mattatoio. Disse: "Il freddo è una delle grandi verità primarie, la più grande di tutte le verità primarie e di conseguenza esso è tutte le verità messe assieme. La verità, deve sapere, è sempre un processo di mortificazione. La verità è qualcosa che trascina sul fondo, che lo preannuncia, la verità è sempre un abisso. Il falso è sempre una salita, un lassù, solo il falso non è morte così come la verità è la morte, solo il falso non è un abisso, ma il falso, capisce, non è una verità primaria: i gravi malanni non giungono improvvisi, le grandi malattie c'erano già dentro di noi in modo sorprendente da milioni di anni..." E fissando lo sguardo nel mattatoio attraverso la porta spalancata disse: "Ecco là dentro Lei può vedere chiaramente le carni squartate, spaccate a colpi d'ascia. Naturalmente c'è ancora l'urlo, naturalmente! Tendendo l'orecchio Lei potrà ancora udire l'urlo! Lei continuerà a udire l'urlo, benché lo strumento che lo emetteva sia morto, da tempo spaccato, strappato, reciso. La corda vocale è già stata macellata ma l'urlo permane! Che continui ad esserci l'urlo. Anche quando tutte le corde vocali saranno state spaccate e recise, quando saranno morte tutte le corde vocali del mondo, tutte le corde vocali di tutti i mondi e tutte le possibilità di immaginarle, tutte le corde vocali di tutte le esistenze, ci sarà ancora l'urlo, continuerà ad esserci l'urlo, l'urlo non può venir squarciato, non può venir reciso, l'urlo è la sola cosa eterna, l'unico infinito, la sola cosa inestinguibile, la sola cosa sempiterna... E' davanti ai mattatoi che dovrebbe incominciare l'insegnamento sugli uomini e sui mostri, sulle opinioni degli uomini e sui loro grandi silenzi, l'insegnamento dei grandi protocolli della megalomania da mandare a memoria! Gli scolari, invece di chiuderli dentro ad aule ben riscaldate, andrebbero portati nei mattatoi; solo nei mattatoi mi riprometto qualcosa di buono per la scienza del mondo e per la sua sanguinosa esistenza. I nostri maestri dovrebbero insegnare nei nostri mattatoi. Non dovrebbero leggerci dei libri, ma brandire cosciotti, far cadere accette, usare affilati coltelli... L'insegnamento della lettura dovrebbe esser fatto guardando i visceri e non le righe dei libri... La parola nettare dovrebbe venir sostituita quanto prima dalla parola sangue... Vede, - disse il pittore, - il mattatoio è l'unica aula scolastica profondamente filosofica. Il mattatoio è la vera aula scolastica, il vero uditorio. L'unica saggezza è la saggezza nel mattatoio! Gli unici scritti sono gli scritti del mattatoio! L'unica verità è la verità del mattatoio! Verità primaria, verità, non-verità, tutto questo assieme costituisce la straordinaria immatricolazione nel mattatoio che io vorrei fosse imposta agli uomini, agli uomini nuovi, agli uomini da indurre in tentazione. Il mattatoio permette una filosofia radicale dell'approfondimento". Eravamo entrati nel mattatoio. "Andiamo, - disse il pittore, - l'odore di sangue smuove dentro di me qualcosa di inaudito, l'odore di sangue è la sola identità. Andiamo, che altrimenti sarò costretto a estrarre dalla mia fisicità pensante una nuova evoluzione dello spirito per la quale mi mancano le forze".
A quel punto si mise a fare grandi passi e disse: "L'animale sanguina per l'uomo e se ne rende conto. L'uomo invece non sanguina affatto per l'animale e nemmeno se ne rende conto. L'uomo è un animale incompleto, l'animale potrebbe essere un uomo completo. Capisce ciò che voglio dire? L'uno è incongruo nei confronti dell'altro, l'uno è terribilmente oscuro nei confronti dell'altro. Nessuno dei due appoggia l'altro. Nessuno dei due cancella l'altro".


(Thomas BernhardGelo, pagg. 214-216. Einaudi editore)