Pill 135


Perché lui possa andare avanti nella vita e in amore, deve essere annientata la donna che ha persino osato ridere di lui, in tempi in cui era ancora facile per lei trionfare! L'ha creduto capace di incatenare, imbavagliare e addirittura violentare una donna, ha preteso tutto questo da lui e adesso ha quel che si merita. Grida, grida pure, la provoca Klemmer. Anche la madre piange dietro la porta, non sa neppure lei il perché.
Erika si ripiega su se stessa in posizione fetale, sanguina un po'; intanto prosegue l'opera di distruzione. Erika diventa per l'uomo molte altre donne che ha sempre desiderato eliminare. Le dice a muso duro che lui è ancora giovane. Ho tutta la vita davanti, certo, proprio adesso viene il bello! Terminati gli studi, farò un lungo viaggio all'estero – le mette l'esca sotto il naso e subito la ritrae: da solo! Certo non si può dire che tu sia giovane, Erika, non è vero? Se lui è giovane, lei è vecchia. Se lui è l'uomo, lei è la donna. Erika giace sul pavimento e Walter Klemmer la prende a calci nelle costole, così, per capriccio. Lo fa dosando la cosa in modo da non rompere niente. Per lo meno lui ha sempre saputo dominare il proprio corpo. Erika è la soglia che Walter Klemmer oltrepassa per entrare nella libertà. E' stata lei stessa a provocarlo, voleva dominarlo e imbrigliarne la voluttà. Ecco quel che ci ha guadagnato. Prova una sensazione opprimente, un cupo presentimento per questa donna che adesso condanna a gran voce il suo odio, ma solo perché ne sta soffrendo fisicamente. Prorompe in un grido lancinante e comincia a pronunciare suppliche insensate. La madre sente quell'urlo e si unisce ad esso con rabbia sorda. Può darsi che l'uomo non le lasci nulla d'avanzo su cui esercitare il proprio potere. L'assale poi una paura animalesca che possa capitare qualcosa di male alla bambina. Prova l'impulso di prendere a calci la porta e minacciarlo, ma questa porta è meno arrendevole di quanto non fosse la volontà della bambina molto tempo fa. La madre dà voce alla sua paura, ma dato che la porta è chiusa, nessuno riesce a sentirla distintamente. Lancia maledizioni gridando come un'ossessa in risposta alla violenta irruzione dell'estraneo in casa sua. Addita alla figlia le conseguenze dell'amore con gli uomini, che si sono puntualmente avverate come lei aveva predetto, ma la figlia non sente. Piange a dirotto e intanto viene presa a calci nello stomaco. Klemmer sguazza soddisfatto con le sue prodezze nella generale disapprovazione femminile e gode di poter ignorare il loro biasimo. L'uomo vuole cancellare tutto quel che Erika è stata, ma non ci riesce. Lei non fa altro che rammentargli quel che è stata un tempo per lui. Ti supplico, lo implora. Dietro la porta, la madre dà fiato al timore che la figlia per paura possa sminuirsi davanti all'uomo e piegarsi al suo volere. E a tutto questo vanno aggiunte anche le lesioni fisiche. La madre teme per la sua vecchia buccia corporale, implora Dio e il di lui figliolo. E' in trepidazione per la bambina: se la perdesse, sarebbe una perdita definitiva. Tutti quegli anni di faticoso ammaestramento, volerebbero via in un soffio e sarebbero presto rimpiazzati dai nuovi giochi di abilità eseguiti insieme all'uomo. Se qualcuno ne avrà voglia, la madre preparerà del tè non appena le sarà permesso di uscire di lì. Bercia in falsetto qualcosa come: vendetta! Denuncia alle autorità! Erika piange sopra l'abisso del suo amore. Le sue richieste scritte sono sembrate troppo frivole a quest'uomo, è lui stesso ad asserirlo. Troppo umiliante il suo insuccesso, è sempre lui a dirlo. Per molto tempo lei non si è mostrata in pubblico, pensando così di diventare la migliore. Ma una volta esposta alla vita pubblica, si è visto che la sua quota di partecipazione è praticamente nulla. E presto sarà troppo tardi.


(Elfriede JelinekLa pianista, pagg. 266-268. Einaudi editore)

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