Kayo Dot - Choirs of the eye (2003)

Tell me why world, unfathomable and good,
The beauty of everything is infinite and cruel.

An airplane, a puppet, an orange, a spoon,
A window, and outside

Stars and the moon.

Nel 2002, dall'esperienza nei Maudlin of the well escono Toby Driver, Greg Massi, Sam Gutterman e Terran Olson. Una formazione dimezzata, pronta ad avvalersi come al solito di altri musicisti per realizzare un altro progetto. Tutto ruota attorno a Toby Driver, che chiude i conti con il favoloso ensemble dei MOTW in un periodo particolarmente fertile e più "leggero", pinkfloydiano, (quel materiale sarebbe uscito nel 2009 come album postumo), per dedicarsi ai Kayo Dot per la rappresentazione di una separazione da vincoli.

I MOTW aprivano la propria mente ai più svariati generi, dal death metal alle orchestrazioni passando per il rock e il dream-pop; Choirs of the eye recide tutti i cordoni ombelicali ed è la manifestazione di un nuovo corso musicale che non rievoca più connessioni cerebrali: talvolta un determinato passaggio può lasciare riaffiorare questo o quel gruppo (per quanto riguarda il metal cito solo i maestosi britannici Esoteric, definiti da Driver come il solo gruppo metal ad aver prodotto un percorso evolutivo negli anni a cavallo del 2000), quel che spiazza e spiazzerà sarà sempre l'amalgama, un percorso più omogeneo rispetto a quanto emergeva nei lavori dei MOTW, che costringe tuttavia a irritare perché alla fine non ricorda musica conosciuta. 
Così, quando è uscito nel 2003 dopo un lunghissimo periodo di gestazione, ha diviso e fatto parlare, molti lo hanno osannato come album unico e irripetibile, altri si sono lasciati spaventare negativamente e accantonato questo oggetto piccolo e nero, che unisce la follia del black metal (senza alcuna puzza norvegese o via discorrendo) di qualche ferocissimo e tenebroso passaggio a voci effeminate e ancora incerte, o le sovrappone, anzi e le sovrappone. 
Facile pensare che sia tutto solo un delirio partorito da una mente malata e acerba musicalmente, e in fondo chi lo pensa ha ragione, Toby Driver ricorda quel periodo come un venticinquenne ancora semiprofessionista, eppure la registrazione è eccellente, gli strumenti suonati in maniera impeccabile, arrangiamenti straordinari, e quella ricchezza sonora non solo strumentale ma anche nella manipolazione e nei camuffamenti (The manifold curiosity o The antique), l'inserimento di strumenti vincenti nel caos, ancora una volta come nel precedente gruppo con cui tutto era iniziato, ossia violino, clarinetto, sassofono, viola, tromba, trombone, french horn, piano... e a proposito di questa versatilità e in particolare del sassofono, non è un caso che il disco viene distribuito dalla Tzadik di John Zorn, che di musica stramba se ne intende.
Ma non dovremmo pensare mai "è musica stramba e amen" e porci in quella dimensione di distacco come nei confronti di un oggetto pericoloso e alla deriva, che nutre un fascino ammaliante che non ci appartiene. Solo accettandone le controverse pieghe che offre nel suo incedere ci ritroviamo a spaventarci di noi stessi e delle nostre convinzioni. Solo i capolavori nell'arte privilegiano il cambiamento in chi ne usufruisce, e Choirs of the eye è intriso di cambiamento continuo, di sorpresa e terrore, spacca in due l'ascoltatore medio così come quello che si sente hardcore solo perché mastica merda e morte, ci si crogiola come un maiale e se ne autocompiace.
Vale lo stesso per i metallari, fieri e pompati per aver affondato la testa nella melma del miglior zanzaroso e blasfemo, o virtuoso e fighetto gruppo estremo più per elitarismo che per sostanza, e tutto questo non esiste più, l'mp3 viene cestinato, il disco posato su uno scaffale e disconosciuto, la musica non viene più percepita in una dimensione di "prova" e non vi si dedicano più di una manciata di ascolti con l'ansia di decretarne la sorte che già era insita prima dell'approccio, e tale ripetitivo meccanismo malato è così distante e non più percettibile da chi è ormai da oltre venti minuti in una stanza tutta per sé così come in un accalorato vis a vis con chi ne condivide la sorte, nel momento in cui il disco si sbriciola definitivamente:
è il suo cuore, l'ultima parte di The Manifold curiosity, in cui tutto ha una consacrazione definitiva, echi e sovraincisioni, feedback e ritmo crescente trapanano il cervello in un efferato e convulsivo attacco che non lascia scampo, e finalmente accogliamo la liberazione di voci in screaming, sussurri e una violenza sonora che non ha più freni, le poche ripetizioni di riff, che dico mai, definirli riff è riduttivo nel caos che si squarcia senza più via di uscita fino ad un momento in cui gli strumenti non si sa in base a quale ritmica si ritrovano perfettamente in un attacco di un blast beat mostruoso e velocissimo per pochi secondi prima di un basso distorto che resta solitario ad attaccare un riff, questa volta sì, clamoroso, che si ripete per due volte - quante bastano per suscitare il desiderio di assaporarlo per bene, immagazzinarlo accettando quanto sia effimero – ed è un riff di Toby Driver in tutto e per tutto, che lascia tornare in mente ai nostalgici They aren't so beautiful dei MOTW eppure il contesto è differente. 
Tutto in quattordici minuti e mezzo che erano partiti nel modo più amichevole, prima che il tempo si mostrificasse in maniera sconvolgente. Che piaccia o no The manifold curiosity è la rivelazione di un capolavoro sonoro, tecnicamente ineccepibile, che attraversa nel "suo" tempo i più svariati stadi emotivi toccando corde intime che hanno la stessa profondità del midollo spinale e il processo di avvicinamento non è dissimile da una delicatissima operazione chirurgica, con la differenza che il risultato non è una lesione ma una riappropriazione di noi stessi, perché ci scopriamo la dolcezza degli arpeggi e la brutalità degli ultimi minuti: questo sembra comunicarci questo brano crudo ma struggente, soave ma violento, che racchiude nei suoi ma una serie di anche, le polarità di un gruppo che osa inerpicarsi e discendere con la stessa familiarità e scioltezza, con una padronanza del dato compositivo degno di chi non è all'esordio (e considerando i tre lavori precedenti nei MOTW è proprio così). 
Un disco che vive di rimandi interni in maniera simmetrica, e così alla centrale e nevralgica The manifold curiosity si appaiano in maniera contigua A pitcher of summer e Wayfarer, pinkfloydiane e femminili, dolci e talvolta elettriche in maniera distorta come piace a voi metallari, ma voi metallari vi sciogliete come neve al sole davanti ai morbosi arpeggi, le voci libere e a volte ottantiane così ingenue e tenere, così distanti dal vostro piccolo mondo, e la struttura proprio non vi torna, non riuscite più a categorizzare come vi è abitudine, e il climax di The Antique, la più apparentemente pesante di tutte denota sì una ripetizione, ma apparente, in cui si nasconde un matematico esercizio balistico di strumenti che sono più che un accompagnamento o un dettaglio, polverizzati nella digressione brutale prima di espandersi assieme al ruolo chiave delle chitarre ora soliste, ora abbondanti e sature, e ancora accompagnamento, e colmare gli anfratti sonori con un tappeto conclusivo in cui ancora una volta la voce sonorizzata in ovattato cela la miglior melodia di tutto il disco.


Nessun commento: