Pill 133

Il secondo giorno, dalle Ziès, sono venuti a portare la bara di Jérome. Erano circa le quattro. Non c'erano stati visitatori. Quando il corpo sarebbe stato composto nella cassa, tutta la famiglia avrebbe dovuto essere presente. Ma in casa c'eravamo solo papà, mamma e io. Tiène e Nicolas erano usciti. Non a lavorare, ma a prendere un po' d'aria, avevano detto. Clémence, in camera sua, probabilmente piangeva. Erano tredici giorni che piangeva di continuo nell'attesa che qualcuno si degnasse di ricordarsi di lei.
Abbiamo accompagnato gli uomini con la bara nella camera di Jérome. Faceva caldo, là dentro, per via delle imposte chiuse. La cassa odorava di legno incerato. Era svasata all'altezza delle spalle e si andava restringendo a punta fino ai piedi. Gli uomini hanno levato il lenzuolo che copriva lo zio e hanno messo il corpo nella cassa. Se ne stava tutto dritto e pareva irrigidirsi. Uno degli uomini ha posato sul comodino una ciotola di acqua benedetta e un ramoscello di ulivo. Non restava che chiudere la cassa. L'uomo ha preso un'aria solenne e ha detto: "La famiglia? E' per benedirlo". Poi hanno aspettato che tutti noi, a turno, benedicessimo Jérome. Papà e mamma sembravano imbarazzati, non sapevano come comportarsi. Tenevano le spalle curve e avevano un'aria da vecchi e da bambini insieme. Non ci avevano pensato. Sentivo che non avrebbero potuto benedirlo, Jérome. E neppure potevano decidersi a non farlo. Davanti agli uomini, si vergognavano di non potervisi risolvere. Ma ben più grande sarebbe stata la loro vergogna se vi si fossero conformati. Ho ripensato, più tardi, alla loro indecisione. Avrebbero potuto benissimo prendere il ramoscello di ulivo e fare un segno della croce su Jérome, così come avevano potuto ricevere i vicini e accettare le condoglianze. Tuttavia, le loro mani restavano intrecciate. I due uomini avrebbero potuto aspettare fino a sera, quel gesto non lo avrebbero fatto. Forse, a modo loro erano ipocriti. Ma nessuno avrebbe potuto costringerli a pronunciare parole di rimpianto. Potevano dire a se stessi che non avevano mentito a nessuno assumendo, nei confronti degli estranei, l'atteggiamento che la morte di Jérome ci aveva costretti ad assumere. Probabilmente se lo dicevano, e pensavano che così sarebbero rimasti in pace con se stessi. Ma benedire nostro zio, questo sarebbe stato contraffare troppo l'indifferenza con la quale lo vedevano morire. Sarebbe stato, a sessant'anni passati, accettare la menzogna, sia pure la più ovvia. Se lo avessero fatto, non avrebbero certamente potuto continuare a vivere con la stessa tranquillità. Loro lo sapevano. Ed era questo che li bloccava. Che paralizzava anche me. Sapevo che non l'avrebbero fatto. E poi, c'era quel segno da fare, di una religione da troppo tempo abbandonata, che non aveva più senso.
Per farla finita, ho detto agli uomini che facessero pure quel che dovevano. Allora hanno chiuso la cassa e sigillato il coperchio. La stanza odorava di rovere verniciato. Si sentiva il cigolio delle viti di ottone spinte nel legno levigato. Gli uomini lavoravano agevolmente e con cura.
Poi, hanno appoggiato la bara chiusa su dei trespoli molto alti che avevano portato con loro.
Non mi sono resa conto di ciò che era appena stato fatto. Gli uomini hanno detto: "Ecco, a posto". Si sono levati un attimo il berretto e se ne sono andati. Abbiamo sentito il camioncino che si allontanava. Ho capito che non avrei mai più visto Jérome. Ricordo che, usciti gli uomini, siamo rimasti là tutti e tre, immobili, a disagio per via della stessa cosa. Non avevamo guardato Jérome un'ultima volta. Trovavo improvvisamente scandaloso essere separati per sempre da lui senza che ci avessero avvertiti con maggiore solennità che stavano per chiudere la cassa. Ci avevano colti di sorpresa. Mi sono detta che se l'avessi rivisto una sola volta, avrei sicuramente imparato qualcosa di definitivo riguardo a ciò che Jérome era stato per noi. Avevo nelle orecchie il cigolio delle viti sempre più sgradevole al ricordo e non riuscivo a decidermi ad andarmene. Alla fine, mi sono detta che se lo avessi visto, avrei voluto continuare a rivederlo un'ultima volta e che non c'era un'ultima volta. Mi sono rassegnata e sono uscita. E' il solo rimpianto che mi sia rimasto di Jérome, di non averlo guardato deliberatamente prima di non rivederlo più. Ma quel rimpianto avrei potuto averlo per chiunque, per qualsiasi morto.


(Marguerite Duras - La vita tranquilla, pagg. 31-33. Feltrinelli editore)

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