Pill 132

Frugai nella borsetta tra foglietti vari, portacipria, gusci di noccioline, monete e monetine e l'erogatore automatico azzurro contenente diciannove lamette Gillette, finché scovai l'istantanea che mi ero scattata quel pomeriggio nella cabina a righe arancioni e bianche.
La accostai alla foto sfuocata della ragazza morta. Combaciavano perfettamente: bocca con bocca, naso con naso. L'unica differenza stava negli occhi. Gli occhi dell'istantanea erano aperti, quelli della fotografia del giornale chiusi. Ma sapevo che, a sollevare le palpebre della ragazza morta, i suoi occhi mi avrebbero fissato con la stessa espressione senza vita, nera e vacua di quelli dell'istantanea.
La ricacciai nella borsetta.
"Resto qui seduta su questa panchina al sole per altri cinque minuti" mi dissi, guardando l'orologio in cima al palazzo di fronte. "Poi cerco un posto adatto e lo faccio".
Convocai il mio piccolo coro di voci:

Non ti interessa il tuo lavoro, Esther?
Hai la tipica personalità nevrotica.
Non combinerai mai niente in questo modo, non combinerai mai niente, non combinerai mai niente.

Una volta, una calda sera d'estate, avevo passato un'ora a baciarmi con uno studente di legge di Yale peloso e sgraziato come uno scimmione, perché mi faceva pena tanto era brutto. Alla fine, lui mi aveva detto: "Ti ho già classificata, bellezza. Sei il tipo che a quarant'anni è frigida".
"Artefatto!" aveva scarabocchiato il professore di scrittura creativa al college su uno dei miei racconti, intitolato The big weekend.
Non essendo sicura del significato della parola artefatto, andai a controllare sul vocabolario.
Artefatto: artificiale, finto.

Non combinerai mai niente in questo modo.

Erano ventun notti che non dormivo.
Mi sembrava che la cosa più bella del mondo doveva essere l'ombra, le mille mobili forme e i mille anfratti dell'ombra. C'era ombra nei cassetti delle scrivanie, negli armadi, nelle valigie, ombra sotto le case, gli alberi, le pietre, ombra dietro gli occhi e i sorrisi della gente, e ombra, miglia e miglia e miglia di ombra, sulla faccia notturna della terra.
Abbassai lo sguardo sui due cerotti color carne che formavano una croce sul mio polpaccio destro.
Quella mattina ci avevo provato.
Mi ero chiusa a chiave in bagno, avevo riempito la vasca di acqua tiepida e avevo tirato fuori una lametta Gillette.
Non so più quale filosofo romano, quando gli avevano chiesto che modo avrebbe scelto per morire, aveva risposto che si sarebbe aperto le vene nella vasca e guardare il rosso che sbocciava dai polsi, un fiotto dietro l'altro nell'acqua trasparente, fino ad affondare nel sonno sotto una superficie sgargiante come un campo di papaveri.
Ma al momento buono, la pelle dei polsi sembrava così bianca e indifesa che non me l'ero sentita. Era come se la cosa che volevo uccidere non fosse in quella pelle e nella sottile vena azzurra che sentivo pulsare forte sotto il mio dito, ma altrove, in un luogo più profondo, più segreto, e molto più difficile da raggiungere.
Bastavano due movimenti. Prima un polso, poi l'altro. Tre movimenti, contando il passaggio del rasoio da una mano all'altra. Dopodiché, sarei entrata nella vasca e mi sarei distesa.
Andai avanti all'armadietto delle medicine. Se mi guardavo allo specchio mentre lo facevo, sarebbe stato come osservare un'altra, in un libro o a teatro.
Ma l'altra dentro lo specchio era paralizzata e troppo stupida per fare alcunché.
Allora pensai: forse dovrei far uscire un po' di sangue per esercitarmi; perciò mi sedetti sul bordo della vasca e appoggiai la caviglia destra sul ginocchio sinistro. Poi sollevai la mano destra, con il rasoio, e la lasciai calare di peso, come una ghigliottina, sul polpaccio.
Non provai niente. Poi sentii come un brivido dentro, e lungo il labbro del taglio fiorì una riga di rosso vivo. Il sangue si addensò in gocce scure, come frutti, rotolò giù per la caviglia e sgocciolò dentro la coppa della mia scarpa nera di vernice.
Ero lì lì per entrare nella vasca, quando mi resi conto che a furia di cincischiare avevo sprecato quasi tutta la mattina e che mia madre, tornando a casa, mi avrebbe probabilmente trovata prima che tutto fosse finito.
Perciò mi medicai il taglio, misi le mie lamette in borsetta e presi l'autobus delle undici e trenta per Boston.


(Sylvia Plath - La campana di vetro, pagg. 125-127. Mondadori editore)

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