Pill 129

Antoinette fece una smorfia: “Sporca inglese!” e allungò verso la parete i suoi deboli pugni contratti. Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti... Se ne infischiavano che lei soffocasse a forza di piangere, sola, al buio, che si sentisse misera e derelitta come un cane smarrito...
Nessuno le voleva bene, nessuno al mondo... Ma non vedevano dunque – ciechi, imbecilli – che lei era mille volte più intelligente, più raffinata, più profonda di tutti loro, di tutta quella gente che osava educarla, istruirla... Arricchiti volgari, ignoranti... Ah, come aveva riso di loro per tutta la sera! E loro, naturalmente, non si erano accorti di nulla... Poteva piangere o ridergli sotto gli occhi, non la degnavano di uno sguardo... Una bambina di quattordici anni, una ragazzetta, è un qualcosa di spregevole e di infimo, come un cane... Con che diritto la mandavano a dormire, la punivano, la ingiuriavano? “Ah, vorrei che morissero!”. Al di là del muro sentiva l'inglese respirare quietamente nel sonno. Antoinette ricominciò a piangere, ma più piano, assaporando le lacrime che le scorrevano agli angoli della bocca e all'interno delle labbra; d'un tratto la invase uno strano piacere: per la prima volta in vita sua piangeva così, senza smorfie né sussulti, in silenzio, come una donna... In seguito avrebbe pianto, per amore, le stesse lacrime... Ascoltò a lungo i singhiozzi risuonarle nel petto come un'ondata profonda e bassa nel mare... La sua bocca bagnata di lacrime aveva un sapore salmastro... Accese la lampada e si guardò con curiosità allo specchio. Aveva le palpebre gonfie, le guance rosse e chiazzate. Come una bambina che sia stata picchiata. Era brutta, brutta... Singhiozzò di nuovo.
“Vorrei morire. Dio, fammi morire... Santa Vergine, perché mi hai fatto nascere in mezzo a loro? Puniscili, ti prego... Puniscili, e poi muoio contenta...”.
A un tratto s'interruppe e disse ad alta voce: “Probabilmente sono tutte balle, il buon Dio, la Vergine, balle come i buoni genitori dei libri e l'età felice...”.
Ah, sì, l'età felice, che balla... “Che balla!” ripeté rabbiosamente mordendosi le mani così forte che le sentì sanguinare sotto i denti.
“Felice... Felice... Preferirei essere morta e sotterrata...”.
La schiavitù, la prigione, ripetere giorno dopo giorno gli stessi gesti alle stesse ore... Alzarsi, vestirsi, gli abitini scuri, gli stivaletti pesanti, le calze a coste, glieli fanno mettere apposta, come una livrea, perché nessuno in strada segua sia pure per un momento con lo sguardo quella ragazzetta insignificante che passa... Imbecilli, non vedrete mai più quell'incarnato da bocciolo e quelle palpebre lisce, intatte, fresche e ombrate, e quei begli occhi spaventati, sfrontati, che chiamano, ignorano, aspettano... Mai, mai più... Aspettare... E i desideri cattivi... L'invidia vergognosa, disperata, che rode il cuore nel vedere due innamorati passeggiare al crepuscolo, abbracciati, vacillando dolcemente, come ebbri... Un odio da zitella a quattordici anni? Eppure sa che avrà anche lei la sua parte; ma ci vorrà tempo, un tempo infinito, e nell'attesa questa vita meschina, piena di umiliazioni, la scuola, la dura disciplina, la madre che grida...
“Quella donna, quella donna che ha osato minacciarmi!”
Disse di proposito a voce alta: “Tanto non ce l'ha il coraggio...”.
Ma si ricordò della mano sollevata.
“Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... E per sempre... La finestra...” pensò con agitazione febbrile.
E si vide sul marciapiede, distesa, in una pozza di sangue... Niente ballo, il 15. La gente avrebbe commentato: “Quella bambina... Non poteva scegliere un altro giorno per ammazzarsi?”. Con che tono sua madre aveva detto: “Voglio vivere, io, io...”. Forse, in fondo, era stato proprio questo a farle più male... Mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica.

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Vide il viso della madre inondato di lacrime, che scioglievano il trucco mescolandosi ad esso; un viso grinzoso, contratto, paonazzo, infantile, comico... Commovente... Ma Antoinette non era commossa, provava soltanto una specie di disprezzo, di indifferenza sdegnosa. In seguito avrebbe detto a un uomo: “Oh, ero una ragazzina terribile, sai? Figurati che una volta...”.
All'improvviso si sentì ricca di tutto il suo avvenire, di tutte le sue giovani forze intatte, e pensò: “Come si può piangere così, per un motivo del genere... E l'amore? E la morte? Un giorno morirà... L'ha dimenticato?”.
Anche gli adulti, dunque, soffrivano cose futili e passeggere? E lei, Antoinette, li aveva temuti, aveva tremato davanti a loro, alle loro grida, alla loro collera, alle loro vane e assurde minacce.


(Irène NémirovskyIl ballo, pagg. 34-37, 80-81. Adelphi editore)

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