Intronaut - Prehistoricisms (2008)

L'ingresso di Dave Timnick e la firma del contratto con la tedesca Century media sono le novità di Prehistoricisms, giunto dopo un album e due EP. Due sodalizi durevoli nel tempo.

Timnick è fin dall'inizio determinante nella stesura dei brani oltre ad essere un ottimo performer vocale. Non è un semplice secondo chitarrista, bensì condivide i compiti con Sacha Dunable praticamente in egual misura. Due stili differenti e complementari. In mezzo, la sezione ritmica costituita dalla macchina-da-guerra Danny Walker e il fretless bass di Joe Lester.

Prehistoricisms è anche il primo album in cui l'artwork presenta dei volatili nella rappresentazione, aspetto costante nella discografia successiva. 

Ancora oggi nell'evoluzione coraggiosa e valida del quartetto rintraccio quanto seminato a partire da questo album in cui sono già presenti quasi tutti i tratti caratteristici del gruppo eccetto lo splendido lavoro sulle voci intrapreso dal successivo Valley of smoke: riffing corposo, a tratti lento, esecuzioni diverse dei due chitarristi nella stessa strofa, un dinamismo audace, intermezzi in cui spicca la qualità di Joe Lester con il suo fretless peculiare. 
The literal black cloud è uno dei manifesti del gruppo: col suo incedere claustrofobico e gli sprazzi di fretless bass non assomiglia ad altro. Cavernous den of shame dal vivo è trascinante, strepitosa. La title-track e Sundial esempi perfetti di sperimentazione sonora. Any port, ascoltata dal vivo al termine di un concerto, ha un finale tutto su percussioni dal sapore tribale (Dave al tabla e Danny all'unisono) che conferisce un ulteriore tocco di originalità alla musica del gruppo.


E' nel finale che il disco riserva il meglio: Australopithecus è brutale, effervescente, tecnica, a lungo poggiata sulle note più cupe del SI basso.
La mastodontica The reptilian brain, che da sola costituisce quasi un terzo della durata complessiva, è la gemma definitiva. Suggella una ricerca della stravaganza sonora in un panorama sludge/djent/prog-post metal, o comunque vogliate definirlo, al quale gli Intronaut appartengono solo di sfuggita, balzando oltre i minacciosi ostacoli paradigmatici sempre e comunque con un'ossessiva ricerca della propria dimensione, riconoscibile ad ogni ascolto pur breve che sia. 
Eseguita raramente dal vivo (in India, addirittura – e ci sta tutta) si direbbe una suite suddivisa in cinque parti, ma durante l'ascolto la composizione fluisce dolcemente in una linea di continuità attraverso tutto il lavoro al basso fretless di Joe Lester e una percussione al tabla che la prende per mano fino a una metamorfosi totale, ossia giungendo gradualmente nel "loro" distortissimo mondo. Distortissimo e violento. Una splendida rivelazione, una liberazione.



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