Pill 131

"Dato che mi considerano troppo delicato, - disse Neville, - per andare con loro, perché mi stanco facilmente e mi ammalo, userò quest'ora di solitudine, questa pausa nella conversazione, per costeggiare la casa e riprovare, se ci riesco, fermandomi a metà scala, ciò che ho provato quando da dietro la porta, la notte scorsa, ho sentito parlare dell'uomo che è morto, mentre la cuoca infornava e sfornava i panini. E' stato trovato con la gola tagliata. In cielo, le foglie del melo si fecero fisse; la luna abbagliava; non riuscivo più ad alzare i piedi su per la scala. L'hanno trovato nel fosso. Il sangue gorgogliava nel fosso. Aveva le guance bianche da merluzzo morto. La fissità, la rigidità d'ora in poi la chiamerò "morte tra i meli". C'erano le nuvole grigio chiaro, galleggiavano; e c'era l'albero inesorabile; l'implacabile albero inguainato nella sua corteccia d'argento. L'impulso di vita in me montava a vuoto. Non riuscivo a muovermi. C'era un ostacolo. "Non riesco a superare quest'incomprensibile ostacolo", dissi. Gli altri invece procedettero oltre. Ma tutti, tutti siamo condannati all'albero delle mele, l'albero inesorabile che non riusciamo ad oltrepassare.
Ora la fissità, la rigidità sono sparite; continuerò, a ispezionare la casa com'è nel tardo pomeriggio, al tramonto, quando il sole proietta macchie oleose sul linoleum, e sulla parete una crepa di luce si inginocchia, e sembra che le gambe della sedia siano rotte".


(Virginia WoolfLe onde, pagg. 15-16, Einaudi editore)

Intronaut - Prehistoricisms (2008)

L'ingresso di Dave Timnick e la firma del contratto con la tedesca Century media sono le novità di Prehistoricisms, giunto dopo un album e due EP. Due sodalizi durevoli nel tempo.

Timnick è fin dall'inizio determinante nella stesura dei brani oltre ad essere un ottimo performer vocale. Non è un semplice secondo chitarrista, bensì condivide i compiti con Sacha Dunable praticamente in egual misura. Due stili differenti e complementari. In mezzo, la sezione ritmica costituita dalla macchina-da-guerra Danny Walker e il fretless bass di Joe Lester.

Prehistoricisms è anche il primo album in cui l'artwork presenta dei volatili nella rappresentazione, aspetto costante nella discografia successiva. 

Ancora oggi nell'evoluzione coraggiosa e valida del quartetto rintraccio quanto seminato a partire da questo album in cui sono già presenti quasi tutti i tratti caratteristici del gruppo eccetto lo splendido lavoro sulle voci intrapreso dal successivo Valley of smoke: riffing corposo, a tratti lento, esecuzioni diverse dei due chitarristi nella stessa strofa, un dinamismo audace, intermezzi in cui spicca la qualità di Joe Lester con il suo fretless peculiare. 
The literal black cloud è uno dei manifesti del gruppo: col suo incedere claustrofobico e gli sprazzi di fretless bass non assomiglia ad altro. Cavernous den of shame dal vivo è trascinante, strepitosa. La title-track e Sundial esempi perfetti di sperimentazione sonora. Any port, ascoltata dal vivo al termine di un concerto, ha un finale tutto su percussioni dal sapore tribale (Dave al tabla e Danny all'unisono) che conferisce un ulteriore tocco di originalità alla musica del gruppo.


E' nel finale che il disco riserva il meglio: Australopithecus è brutale, effervescente, tecnica, a lungo poggiata sulle note più cupe del SI basso.
La mastodontica The reptilian brain, che da sola costituisce quasi un terzo della durata complessiva, è la gemma definitiva. Suggella una ricerca della stravaganza sonora in un panorama sludge/djent/prog-post metal, o comunque vogliate definirlo, al quale gli Intronaut appartengono solo di sfuggita, balzando oltre i minacciosi ostacoli paradigmatici sempre e comunque con un'ossessiva ricerca della propria dimensione, riconoscibile ad ogni ascolto pur breve che sia. 
Eseguita raramente dal vivo (in India, addirittura – e ci sta tutta) si direbbe una suite suddivisa in cinque parti, ma durante l'ascolto la composizione fluisce dolcemente in una linea di continuità attraverso tutto il lavoro al basso fretless di Joe Lester e una percussione al tabla che la prende per mano fino a una metamorfosi totale, ossia giungendo gradualmente nel "loro" distortissimo mondo. Distortissimo e violento. Una splendida rivelazione, una liberazione.



Pill 130

Mercoledì, 6 settembre 1939

Il nostro primo allarme aereo, alle otto e mezzo questa mattina. Un sussurro, quasi un trillo, che gradualmente si insinua mentre sono ancora a letto. Perciò, vestita e uscita sulla terrazza con L. Cielo sgombro. Tutti i cottage chiusi. Colazione. Cessato allarme. Durante l'intervallo un'incursione su Southwark. Nessuna notizia. Lunedì sono venuti gli Hepworth. Più o meno come un viaggio per mare. Conversazione forzata. Noia. Ogni significato scivola via da tutto. Nemmeno vale la pena di leggere i giornali, la BBC dà le notizie il giorno prima. Vuoto. Inefficienza. Tanto vale che annoti queste cose. Il mio piano è di costringere il cervello a lavorare su Roger. Ma Dio santo, questa è la peggiore fra tutte le esperienze della mia vita. Significa provare soltanto sensazioni fisiche: ci si fa torpidi e freddi. Interruzioni senza fine. Abbiamo messo le tende. Abbiamo portato il carbone ecc. Nel cottage, per le donne e i bambini sfollati dell'8° Battersea. Le gestanti litigano tutte. Alcune sono tornate a casa ieri. Abbiamo portato l'auto a farle mettere la capote, abbiamo incontrato Nessa, ci siamo fatti accompagnare a Charleston per il tè. Sì, è un mondo vuoto e insignificante, adesso. Sono vile? Fisicamente penso di sì. Andare domani a Londra penso che mi spaventi. Ma in caso di emergenza uno secerne abbastanza adrenalina per mantenersi calmo. Però il mio cervello si ferma. Stamattina ho preso in mano l'orologio e poi l'ho appoggiato chissà dove. Perduto. Questo genere di cose mi disturba. Senza dubbio si possono vincere. Ma la mia mente sembra appallottolarsi e non voler più decidere. Per guarire da questo, meglio leggere un solido libro come Tawney. Un esercizio dei muscoli. Gli Hepworth portano i loro libri fino a Brighton. Devo fare una passeggiata? Sì. Su chi non combatte gli posano mosche e moscerini. Questa guerra è cominciata a sangue freddo. Si sente solo che la macchina per uccidere è stata messa in moto.
Finora, hanno affondato l'Athenia. Tutto sembra insensato: un macello pro forma. Come prendere un vaso in una mano, un martello nell'altra. Perché bisogna frantumarlo? Nessuno lo sa. Questa sensazione è diversa da ogni altra finora. E dalla vita normale se n'è andato tutto il sangue. Né teatri né cinema sono permessi. Nessuna lettera, tranne qualche scampolo dall'America. Recensioni respinto dall'Atlantic. Nessun amico scrive o telefona. Sì, un lungo viaggio per mare, con estranei che fanno conversazione e una quantità di piccole noie e accomodamenti, questa mi sembra l'immagine più calzante. Naturalmente la facoltà creativa viene stroncata. Perfetto clima estivo.
Come accade a un invalido che riesce ad alzare gli occhi e bere una tazza di tè, di colpo si può riprendere con sollievo la penna. Risultato di una passeggiata nel caldo, che ha spazzato via il tanfo chiuso e messo in moto il sangue. Questo quaderno servirà ad accumulare appunti, il primo di tali stimolanti. E per la centesima volta ripeto: qualunque idea vale più di qualunque miseria di guerra. E per questo si è nati. E' il solo contributo che si possa offrire: questo lieve tamburellare di idee sarà la mia raffica di pallottole per la causa della libertà. Così dico a me stessa. Rafforzando in questo modo una finzione, un fantasma: ritrovando quel senso di qualcosa che preme dall'esterno, che consolida la nebbia, l'inesistente.


(Virginia Woolf - Diario di una scrittrice, pagg 398-400. Minimum fax editore)

Pill 129

Antoinette fece una smorfia: “Sporca inglese!” e allungò verso la parete i suoi deboli pugni contratti. Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti... Se ne infischiavano che lei soffocasse a forza di piangere, sola, al buio, che si sentisse misera e derelitta come un cane smarrito...
Nessuno le voleva bene, nessuno al mondo... Ma non vedevano dunque – ciechi, imbecilli – che lei era mille volte più intelligente, più raffinata, più profonda di tutti loro, di tutta quella gente che osava educarla, istruirla... Arricchiti volgari, ignoranti... Ah, come aveva riso di loro per tutta la sera! E loro, naturalmente, non si erano accorti di nulla... Poteva piangere o ridergli sotto gli occhi, non la degnavano di uno sguardo... Una bambina di quattordici anni, una ragazzetta, è un qualcosa di spregevole e di infimo, come un cane... Con che diritto la mandavano a dormire, la punivano, la ingiuriavano? “Ah, vorrei che morissero!”. Al di là del muro sentiva l'inglese respirare quietamente nel sonno. Antoinette ricominciò a piangere, ma più piano, assaporando le lacrime che le scorrevano agli angoli della bocca e all'interno delle labbra; d'un tratto la invase uno strano piacere: per la prima volta in vita sua piangeva così, senza smorfie né sussulti, in silenzio, come una donna... In seguito avrebbe pianto, per amore, le stesse lacrime... Ascoltò a lungo i singhiozzi risuonarle nel petto come un'ondata profonda e bassa nel mare... La sua bocca bagnata di lacrime aveva un sapore salmastro... Accese la lampada e si guardò con curiosità allo specchio. Aveva le palpebre gonfie, le guance rosse e chiazzate. Come una bambina che sia stata picchiata. Era brutta, brutta... Singhiozzò di nuovo.
“Vorrei morire. Dio, fammi morire... Santa Vergine, perché mi hai fatto nascere in mezzo a loro? Puniscili, ti prego... Puniscili, e poi muoio contenta...”.
A un tratto s'interruppe e disse ad alta voce: “Probabilmente sono tutte balle, il buon Dio, la Vergine, balle come i buoni genitori dei libri e l'età felice...”.
Ah, sì, l'età felice, che balla... “Che balla!” ripeté rabbiosamente mordendosi le mani così forte che le sentì sanguinare sotto i denti.
“Felice... Felice... Preferirei essere morta e sotterrata...”.
La schiavitù, la prigione, ripetere giorno dopo giorno gli stessi gesti alle stesse ore... Alzarsi, vestirsi, gli abitini scuri, gli stivaletti pesanti, le calze a coste, glieli fanno mettere apposta, come una livrea, perché nessuno in strada segua sia pure per un momento con lo sguardo quella ragazzetta insignificante che passa... Imbecilli, non vedrete mai più quell'incarnato da bocciolo e quelle palpebre lisce, intatte, fresche e ombrate, e quei begli occhi spaventati, sfrontati, che chiamano, ignorano, aspettano... Mai, mai più... Aspettare... E i desideri cattivi... L'invidia vergognosa, disperata, che rode il cuore nel vedere due innamorati passeggiare al crepuscolo, abbracciati, vacillando dolcemente, come ebbri... Un odio da zitella a quattordici anni? Eppure sa che avrà anche lei la sua parte; ma ci vorrà tempo, un tempo infinito, e nell'attesa questa vita meschina, piena di umiliazioni, la scuola, la dura disciplina, la madre che grida...
“Quella donna, quella donna che ha osato minacciarmi!”
Disse di proposito a voce alta: “Tanto non ce l'ha il coraggio...”.
Ma si ricordò della mano sollevata.
“Se mi avesse toccato, l'avrei graffiata, morsa, e poi... Si può sempre fuggire... E per sempre... La finestra...” pensò con agitazione febbrile.
E si vide sul marciapiede, distesa, in una pozza di sangue... Niente ballo, il 15. La gente avrebbe commentato: “Quella bambina... Non poteva scegliere un altro giorno per ammazzarsi?”. Con che tono sua madre aveva detto: “Voglio vivere, io, io...”. Forse, in fondo, era stato proprio questo a farle più male... Mai Antoinette aveva visto negli occhi della madre quello sguardo freddo di donna, di nemica.

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Vide il viso della madre inondato di lacrime, che scioglievano il trucco mescolandosi ad esso; un viso grinzoso, contratto, paonazzo, infantile, comico... Commovente... Ma Antoinette non era commossa, provava soltanto una specie di disprezzo, di indifferenza sdegnosa. In seguito avrebbe detto a un uomo: “Oh, ero una ragazzina terribile, sai? Figurati che una volta...”.
All'improvviso si sentì ricca di tutto il suo avvenire, di tutte le sue giovani forze intatte, e pensò: “Come si può piangere così, per un motivo del genere... E l'amore? E la morte? Un giorno morirà... L'ha dimenticato?”.
Anche gli adulti, dunque, soffrivano cose futili e passeggere? E lei, Antoinette, li aveva temuti, aveva tremato davanti a loro, alle loro grida, alla loro collera, alle loro vane e assurde minacce.


(Irène NémirovskyIl ballo, pagg. 34-37, 80-81. Adelphi editore)

Pill 128

e tutto in me adesso era di nuovo contrario all'idea di andarmene via, all'improvviso sentivo di nuovo che volevo restare, anch'io nelle prossime notti non potrò dormire e terrò la luce accesa nella soffitta di Holler, perché nella soffitta di Holler non riesco certo a resistere al buio completo, pensavo. E dubitavo che Roithamer fosse mai riuscito a dormire nella soffitta di Holler, perché anche Roithamer era uno di quelli che non riescono a dormire, che non riescono a rilassarsi mai e con niente, che contro tutte le tecniche di rilassamento così discusse e propagandate oggi è stato condannato, come me, all'insonnia a vita. Già da bambino Roithamer, come mi aveva detto spesso, non riusciva a dormire, si addormentava la sera e si svegliava al mattino, ma definire sonno quello che c'era tra questo suo addormentarsi e il suo svegliarsi sarebbe stata una bugia. Caratteri, esseri costruiti come Roithamer (e come me) e in realtà sempre indifesi, comunque sia sono incapaci di dormire, si addormentano e si svegliano per tutta la vita, ma non dormono mai. Hanno sempre qualcosa in testa e nei loro nervi che non li lascia dormire. Per tutta la vita cercano di trovare un rimedio a questa condizione intollerabile e non lo trovano, perché non esiste rimedio contro questa malattia, che in realtà non è altro se non una malattia mentale. Tutte queste persone con questo tipo d'insonnia nascono con questa malattia mentale, hanno questa malattia mentale già da bambini e possono essere della specie di Roithamer o della specie di Holler, ma sono inguaribili. Le notti, così Roithamer, sono sempre il momento più terribile. Di notte tutto è mostruoso, per quanto un fatto sia insignificante, di notte è mostruoso, il fatto più insignificante, più innocente, di notte è mostruoso e non lascia dormire una persona come me, o com'era Roithamer o come Holler. E se si continua a pensare di non poter dormire, in nessun caso, questo stato peggiora. Seduto nella vecchia poltrona accanto alla porta, pensavo, con quale interesse e nello stesso tempo con quale disinteresse siamo poi andati per la nostra strada, lui che veniva da lassù, da Altensam, io da laggiù, da Stocket, e Holler, il cui padre era già stato imbalsamatore per lo zoo nella vecchia casa degli Holler poi venduta da Holler e demolita dal suo successivo proprietario. Da punti di partenza diversi, da posizioni diverse verso un unico punto, l'unico che si deve accettare, verso la morte. Adesso Roithamer era morto, con la sua idea aveva portato alla morte sua sorella per prima, e io vivevo, Holler viveva, e come viveva lui e come vivevo io. Ma è già chiaro che anch'io adesso mi avvierò alla morte molto rapidamente, anche se io, a differenza di Roithamer, non tendo perennemente al suicidio, forse, essendo più idoneo alla vita di lui, trovo sempre una via d'uscita, mentre Roithamer non aveva più trovato una via d'uscita, ma un giorno anch'io non troverò più una via d'uscita, ognuno di noi un certo giorno, in un certo momento, che è quello decisivo, è destinato a non trovare più una via d'uscita, la struttura dell'uomo è fatta così. Riflettendoci, la durata della vita è lunghissima e nello stesso tempo brevissima, perché bisogna pensarla e sentirla fino in fondo in un attimo, sempre nell'attimo in cui si pensa un simile (audace) pensiero. Sempre l'impossibile, e con il possibile ridotto al minimo esistenziale, il singolo vive sempre nell'insoddisfazione più profonda. Ma riesce sempre a ricrearsi una condizione per vivere, probabilmente perché in effetti ama la vita così com'è. Pretendiamo sempre qualcosa di diverso da quello che possiamo avere, che abbiamo, che è adeguato a noi, e per questo siamo infelici. Quando siamo felici, se siamo della specie di Roithamer eccetera distruggiamo subito con il pensiero questo stato di felicità e ricadiamo immediatamente nell'infelicità.


(Thomas BernhardCorrezione, pagg. 117-118-119, Einaudi editore)